Il frullato di Jane Austen

Ho visto l’altro giorno, con Maria Bonaria, I misteri di Pemberley, tratto da Death comes to Pemberley della giallista PD James.

Non ho letto il romanzo originale: James è un’autrice rispettabile e un paio di recensioni che ho visto in giro riferiscono di un omaggio affettuoso alla Austen. Può darsi che nell’originale la scrittura mascherasse molti difetti, la miniserie però è un pastiche austeniano abbastanza insulso e un giallo elementare, ma non voglio soffermarmi (e non mi sento abbastanza incuriosito da andare a controllare il romanzo di persona).

Durante la visione mi tornava in mente una cosa che ho detto durante il corso di narrazioni per videogame, che è quello di evitare il frullato di genere da D&D. Intendevo dire che scrivere per giochi di ruolo e videogame o per altre scopi simili, compresi probabilmente i serial TV, comporta per forza di adattarsi a canoni di genere – casomai per sovvertirli dall’interno – e giocare con archetipi e topoi, cercando di evitare le creazioni stereotipate. Questo è sempre stato vero ma, dopo il successo planetario di D&D e poi di altri giochi di ruolo è diventato più complicato, perché le invenzioni individuali dei vari autori fantasy, ognuno con un suo mondo dalle caratteristiche individuali ben definite, sono state fuse in un’unica realtà amorfa in cui possono esserci tutti insieme barbari alla Conan, paladini e cavalieri arturiani, orchi, orchetti, goblin e ogni altra combinazione di creature fantastiche, maghi dal cappello grigio e dai molti occhi, gilde dei ladri e sette degli assassini e così via.

Che i vari sistemi di gioco tendessero a presentare tutta questa roba insieme nei loro manuali non è strano: fornivano ai giocatori gli strumenti per forgiarsi le proprie narrazioni: il risultato, però, è stato quello che invece molti hanno preso in carico tutto, senza distinzione, e il risultato è stato il frullato: e non solo l’operazione, via via, si è ripetuta in altri generi (una di quelle più di successo quella nell’horror a opera della White Wolf) ma ha fissato per una generazione nuovi archetipi, definendo lo standard su cui si sono mossi, per un decennio buono, anche scrittori, sceneggiatori e così via (con esiti di solito non fortunatissimi), rafforzando così la nuova identità dei generi e, con un movimento di ritorno, irrigidendo ancora di più gli schemi narrativi in ambiente ludico. E il risultato è, francamente, il proliferare di roba mediocre: quindi il consiglio che cerco di dare è che va bene giocare coi canoni dei generi narrativi, ma niente frullato.

In realtà non è che nel frullatore siano finiti tutti i generi: qualcosa di simile è successo anche – a partire dal successo di Indiana Jones – nel racconto di avventura, ma per esempio non nella fantascienza, che ha troppi sottogeneri diversificati e che era un po’ in ritirata nel momento del successo del fantasy, e nemmeno per crimini e investigazioni, un’altra galassia di sottogeneri già molto codificati (e già frullati da anni e ormai così sedimentati da avere superato la crisi).

E quindi credevo che il frullato fosse una roba limitata, sostanzialmente, al fantasy. Invece durante la visione de I misteri di Pemberley mi sono reso conto che lo stesso tipo di meccanismo si è affermato, grazie a operazioni sostanzialmente di fan service tipo quella della James, anche nel genere Regency/primo vittoriano, dove, nel tripudio di abitini a vita alta, balli delle debuttanti, battute di caccia, vecchie zie tiranniche, discussioni sul decoro, fughe d’amore, belli tenebrosi ma onesti, gentiluomini fascinosi ma libertini, ragazze insofferenti delle convenzioni sociali e cacce alla volpe la realtà di quel che volevano raccontare Jane Austen o le sorelle Brontë o Thackeray si è persa del tutto, come dimostra con tutta evidenza roba malsana come Bridgerton.

Quello che mi sorprende, ma ci dovrei pensare meglio è che, essendo considerati tesori della cultura nazionale, le opere di questi autori godono di trasposizioni periodiche – come quelle della BBC ma non solo – curate perché siano filologicamente corrette; il punto, casomai, è se esattamente l’ampiezza delle trasposizioni e l’attenzione data a aspetti secondari (per esempio quali degli attori e attrici abbia dato la resa migliore dei personaggi e si conformi maggiormente al canone immaginato dal pubblico) non abbia finito per fissare l’attenzione sugli aspetti più effimeri, gli abitini e tutto il resto, rendendo paradossalmente più facile tradire la zia Jane nel tentativo di preservarla.

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