Repertori e cataloghi

La settimana scorsa ho visto al teatro Argentina di Roma La tragedia del vendicatore di Thomas Middleton, che contrariamente a quello che crede Google non è un parente della Duchessa di Cambridge ma un autore di teatro più o meno contemporaneo di Shakespeare.

Parentesi: siccome Middleton è stato attivo soprattutto dopo la morte della Regina Elisabetta non è corretto definirlo un esponente del teatro elisabettiano, come a me veniva di fare. Con l’occasione ho scoperto che il teatro dell’epoca di Giacomo I si dovrebbe chiamare giacomiano, mentre io credevo si dicesse giacobita. E se si va avanti, fino all’epoca di Carlo I, si dovrebbe dire carolino, che sembra un teatro parente della mucca. Siccome giacomiano e giacobita fanno abbastanza schifo e carolino proprio non si può sentire, nel resto dell’articolo si adotterà la più neutra espressione teatro rinascimentale inglese. Fine della parentesi filologica.

Dunque, l’allestimento era molto promettente: della tragedia e di Middlleton non sapevo nulla, ma a me e Bonaria andare in un palco all’Argentina ci fa sempre sentire gran signori, l’adattamento era di Stefano Massini, lo stesso autore di Lehman Trilogy, la produzione era del Piccolo Teatro di Milano e la regia di Declan Donnellan, che è un grande interprete scesp… del teatro rinascimentale inglese. Il protagonista, tra l’altro, era già in Lehman Trilogy, solo che lì era mellifluo e qui invece iracondo (devo dire, bravissimo, ma mi era piaciuto più l’altra volta).

Prima di mettere qui in fila un po’ di riflessioni sullo spettacolo mi sono preso il tempo di leggere buona parte della tragedia originale, rinunciando alle quotidiane frequentazioni dantesche. Contrariamente a quel che avevo capito Massini firma un adattamento abbastanza fedele, anche nel linguaggio – pur rinunciando ai versi in favore di una pronuncia più sciolta – anche se comprime e riduce tempi e situazioni e taglia la figura di un nobile antagonista, fra l’altro privando la tragedia dell’unica figura positiva. Quel che rimane, e che Donnellan mette in scena, finisce per essere una specie di repertorio o zibaldone del teatro elis… rinascimentale inglese: ci sono i travestimenti, il grand guignol, il sessismo, il sesso un po’ animalesco, le donne fatali e quelle d’ingegno pronto e lingua lunga, l’improbabilità delle situazioni, la rottura della quarta parete e l’interlocuzione col pubblico, i personaggi come archetipi morali, le riflessioni sull’animo umano e l’introspezione, la corruzione del potere e la vendetta.

Soprattutto la vendetta, come deve essere evidentemente necessario, a partire dal titolo.

Sarei molto curioso di leggere il copione di Massini per capire quanto del risultato finale fosse già nel testo da lui preparato e quanto sia dovuto a Donnellan, ma comunque l’allestimento finale pare interessato soprattutto a indagare se con questo guazzabuglio di materiali si può ben fare teatro, e dire anche quale teatro ne venga fuori. In questo senso il repertorio finisce per diventare recensione, mettendo in risalto le caratteristiche e forse anche i limiti di questo tipo di teatro.

Alcune scelte di regia (o di scrittura) sono molto belle: se i personaggi entrano in scena ballando, un ballo che Vindice interrompe e fa riprendere come se facesse scattare l’interruttore delle luci di scena, poi allo spettatore viene in mente che può leggere la cosa a tanti livelli: il ballo spensierato e folle di chi non sa che la morte è già in agguato (e questo sarebbe ancora, boh, diegetico) ma anche il fatto che come un ballo di burattini le azioni che i personaggi credono libere sono in realtà manipolate dalle trame nascoste del vendicatore (e anche in balia del Fato, oltretutto) e infine l’idea, in fondo, che i personaggi – compreso lo stesso vendicatore – sono in fine dei conti non più che oggetti nelle mani di sceneggiatore e regista (è questo è del tutto extradiegetico). È un insieme di giudizi o riflessioni sul teatro in sé e anche sul modo di lavorare di quel teatro in quell’epoca e quel luogo particolare.

Vale lo stesso per i fondali, che danno l’idea dell’opulenza della corte citando la cultura italiana e alludono anche in qualche modo al pensiero politico italiano dell’epoca (leggendo la tragedia ogni tanto mi sono chiesto quanto di Machiavelli (e per altri versi di Ariosto) conoscesse Middleton); magari i pannelli verticali che compongono e scompongono il fondale sono forse un po’ già visti. Qualcosina d’altro è meno efficace: se le telecamere che indugiano sulle mutilazioni subite dal cattivo duca a opera dei vendicatori sono ancora riflessione sul gusto per le esibizioni feroci del ‘600 inglese, l’intervista all’uscita del carcere di Lussurioso o la borsa frigo per conservare le teste mozzate dal carnefice e consegnarle ai parenti non mi sono parse granché fortunate.

L’unico elemento che gli spettatori di Middleton certamente coglievano e che qui invece manca è il confronto con la situazione politica attuale: il duca con strane e viziose abitudini sessuali al centro di una corte perversa, che manipola la giustizia per i propri favoritismi, poteva ben evocare accuse contro Giacomo I e il suo seguito, sebbene opportunamente poste in un ambiente lontano come l’Italia (ma cattolico, cioè eretico, e notoriamente incline agli omicidi politici e passionali, quindi minaccioso per conto suo). Il duca è un po’ leccatino come certi politici italiani che spesso sono ricorsi al chirurgo estetico, ma per il resto il collegamento con la realtà attuale sembra non interessare Donnellan. Mi sono chiesto come sarebbe stata questa Tragedia del vendicatore se fosse stata uguale ma ambientata in Cina, un posto che probabilmente lo spettatore europeo oggi vede con un misto di ammirazione e diffidenza come gli inglesi del ‘600 l’Italia, con il duca magari come un potente funzionario del Partito Comunista e gli scandali della sua corte come i panni sporchi dei nuovi ricchi cinesi di cui ogni tanto parlano i giornali; contemporaneamente con il suggerimento al pubblico che il duca potesse essere non davvero cinese ma un politico italiano messo in scena prudentemente con gli occhi a mandorla per evitare grane e querele.

A parte questa assenza il prezzo di questo ottimo lavoro di recensione, invece, è quello di dover un po’ lasciar andare la trama per conto suo – tanto sa benissimo dove andare, cioè verso la strage finale, e quindi possiamo ancora essere nel campo della recensione – ma soprattutto abbandonare i personaggi e la loro psicologia, e sebbene gli attori siano tutti molto bravi qui un po’ il progetto teatrale stride. Fausto Cabra per esempio è bravissimo, ma l’ira del suo Vindice è quasi sempre di testa, mai d cuore, sebbene di motivi per indignarsi ne abbia a bizzeffe (fa eccezione la scena fortissima nella quale umilia la madre, unica davvero piena di pathos).

E infatti avevo pensato di chiudere questo resoconto con la domanda: ottima recensione del teatro rinascimentale inglese, d’accordo, ma ha senso fare teatro in questo modo?

Poi mi sono detto: ma chi sono io per stabilire se ha senso o meno?

Un dilettante.

Quindi, Vostro Onore, riformulerò la domanda: valeva la pena per me di andare a vedere questo spettacolo?

Beh, mi sono divertito. Ho conosciuto Middleton e mi ha stimolato a sufficienza da voler leggere la sua tragedia in originale. Ho imparato un sacco di cose sul teatro e sul teatro rinascimentale inglese. Mi sono fatto domande e mi sono chiesto come l’avrei messa in scena io. Ho dei nuovi elementi per fare raffronti quando vedrò lo spettacolo di qualche altro grande regista.

E però mi sono commosso poco, emozionato poco. Mi rimane un po’ il gusto di una soddisfazione un po’ intellettualistica, Dio guardi. Di testa, come l’ira di Vindice.

Forse con un po’ più di politica, o di tensione etica, sarebbe stato meglio. Ma io sono un dilettante, quindi lo dirò con tutta l’umiltà possibile.

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