Crescere da razzista, smettere di esserlo

Ho trovato su Cracked.com un interessante articolo su cosa voglia dire, negli USA, essere educato in un ambiente razzista e cosa comporti capire i limiti di quella cultura e cercare di liberarsene.

È un articolo che merita la lettura perché in tanti momenti permette di guardare dal di dentro il tipico ambiente dei redneck americani, con notazioni sociologiche in molti casi non proprio scontate e perché spiega anche che gli ambienti e le culture razzisti non sono monolitici, ma invece ricchissimi di sfumature, di doppie morali e di compromessi di ogni genere fra dimensione pubblica e privata. In una situazione di razzismo crescente come quella italiana può aiutare a capire meglio atteggiamenti e comportamenti xenofobi e a non correre il rischio di giudicarli in maniera stupidamente moralista, come se chi cede progressivamente alla nuova ondata fosse semplicemente una macchietta e non una persona umana ricca di complessità (questo tipo di semplificazioni è un vizio crescente di molti benpensanti di sinistra).

Aiuto: stanno arrivando!
Aiuto: stanno arrivando!

L’articolo, infine, illustra bene tutti gli elementi dei limiti del pensiero politico americano, vorrei dire del pensiero politico progressista americano, il quale si focalizza esclusivamente sulle dimensioni di crescita personale ma non si apre mai a ragionamenti di tipo sociale: il protagonista, come vedrete, si arrovella per le parole con le quali definisce i componenti delle minoranze e sui suoi comportamenti personali di apertura nei loro confronti: è un cammino personale molto sentito di emancipazione individuale da atteggiamenti razzisti ma non c’è alcuna dimensione di impegno politico per i diritti sociali. Tutto si risolve nella ricerca ossessiva di una coerenza personale fra ciò che si crede e ciò che è agito: rimane completamente fuori dall’orizzonte ciò che lo Stato crea come legge per promuovere l’uguaglianza reale fra i cittadini – cosa che è differente dall’uguaglianza per definizione, che è l’unica che è presente nell’orizzonte del narratore; a me pare che sia questa ossessione per la dimensione personale a scapito della dimensione sociale che impedisce, per esempio, che gli adolescenti neri siano ammazzati in gran numero dalla polizia. Considerato che col crollo della sinistra storica anche il dibattito politico europeo sembra orientarsi verso linee di riferimento di questo genere, può essere interessante sbirciare cosa questo potrebbe comportare.

L’articolo è stato pubblicato il 21 agosto su Cracked.com, dove lo potete leggere in originale: contiene un certo numero di frasi intraducibili o di riferimenti alla cultura USA che ho tentato di rendere meglio che ho potuto. Foto e didascalie facevano parte integrale della narrazione e le ho mantenute identiche all’originale. L’articolo ha una lieve tendenza al turpiloquio colloquiale, che ho tentato di non rendere né eccessivo né di edulcorare.

Il punto di vista è a volte così limitato che sono stato tentato di pensare che si trattasse di un pezzo satirico sulla correttezza politica, così come si considera talvolta satirico Mansfield Park o così come è satirico Swift: invece ho letto i commenti e il pezzo è, secondo i lettori, del tutto serio.

Sono stato allevato nel razzismo: sei cose bizzarre che ho imparato

Di 

Diversi anni fa, una ragazza fu assassinata nella mia città natale, di solito priva di criminalità. La reazione iniziale fu il tipico: «Oh mio Dio, è terribile», per poi continuare la giornata normalmente. Quando si sparse la voce che il sospetto avrebbe potuto essere un immigrato messicano che si diceva fosse da noi illegalmente, la polizia dovette raddoppiare gli sforzi per impedire che si radunasse una folla pronta al linciaggio in puro stile del 1700. E no, non sto sopravvalutando un gruppo di persone che faceva a chi la sparava più grossa su quel che gli sarebbe piaciuto fare per vendicarsi del tizio… si stavano formando gruppi intenzionati a rintracciarlo e ucciderlo, basandosi semplicemente su quel che gli aveva raccontato il loro capoturno al Dairy Queen [una catena di fast food, NdRufus]. Questa è l’atmosfera nella quale sono cresciuto per tutta la mia vita. Sono stato allevato per essere un razzista e negli ultimi trent’anni ho lentamente deprogrammato la logica perversa che mi è stata insegnata. Dopo decenni di introspezione ho scoperto delle cagate così surreali che farebbe vomitare a Salvador Dalì cascate di orologi molli.

Numero 6. Come succede

Digital Vision./DigitalVision/Getty Images

Io penso che poche persone siano così caricaturalmente malvagie da sedersi coi figli e impartirgli lunghe lezioni sul perché le altre culture siano una minaccia per il nostro luminoso, splendidamente bianco modo di vita. Non sto dicendo che queste persone non esistano, ma per la maggior parte diventare razzisti è tutto legato a condizionamenti lievemente più sottili. Come tutti gli altri aspetti della vita, tutto viene imparato da bambini: i tuoi gusti in fatto di cibo, musica, vestiti… il modo con cui interagisci con altre persone, la tua mossa segreta di lotta. Le lezioni che impari a quell’epoca sono tanto profondamente inserite nel tuo cervello quanto lo sono i capillari nella tua pelle.

Non vi sto dicendo niente che già non sappiate ma è importante riconoscere questo come il punto di partenza, perché quando un bambino di sei anni fa un commento razzista non lo sta facendo con la capacità di dibattere internamente idee complesse e dare voce ai risultati. Sta ripetendo qualcosa che ha sentito che ha fatto sì che un adulto reagisse positivamente. Papà che dice che «il modo più semplice di ammazzare [un latino] è di affamarlo a morte nascondendogli i buoni pasto dell’assistenza sociale sotto le sue scarpe da lavoro» fa scoppiare a ridere tutta la stanza. Un commento su una coppia di razza diversa porta tutti gli adulti a discutere a chi si dovrebbe sparare prima: la «troia bianca a cui piace [*****]» o «quel fottuto [qualunque animale si sceglie per deumanizzare un’altra razza]». Quando ne vedi e ne senti abbastanza il tuo piccolo, stupido cervello infantile pensa: «Voglio far ridere papà. Voglio far parte del gruppo degli adulti». Così ripeti quel che hai sentito, e ovviamente tutti nella stanza ridono perché c’è questo piccolo bambino innocente che ha appena detto una qualche stronzata davvero tenebrosa. È come ridere a un bambino piccolo che ha appena imparato una parolaccia e la ripete di continuo perché appena la dice qualcuno ride – e non perché il bambino sappia cosa vuol dire “anale” [rimjob in originale (analingus), che spiega meglio anche la battuta della foto, perché job è il lavoro, NdRufus].

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«Com’è andata all’anale oggi, babbo?»
«Il solito schifo di sempre»

Non credo che questo punto si possa sopravvalutare, perché non riguarda solo la ricerca di attenzione. Quando porti a casa la pagella con dei buoni voti, l’orgoglio di mamma e papà è un segno di attenzione. Quando chiedi a tuo zio di diritto di più di quella volta che lui e i suoi fratelli hanno picchiato un uomo di colore con dei mattoni fin quasi a morte perché ci aveva provato con la sorella, il fatto che ti includano in quella conversazione mostra accettazione.

Nel tempo queste storie – e anche le battute più stupide – cominciano a plasmare il modo con cui immagini realmente le altre culture. Le persone di colore non sono più esseri umani normali come te. Sono caricature: criminali disoccupati che giocano a basket e rubano le nostre donne bianche. Uscire con un nero è un peccato o un crimine alla pari con la pedofilia. E nei rari casi in cui la nostra scuola aveva uno studente di colore, se capitava mai che si azzardasse a considerare sentimentalmente una ragazza bianca, era nostro dovere “correggerlo”. I messicani diventano ladri di lavoro la cui unica reale capacità è quella di rasare i nostri prati e pulirci le case. Il solo cibo che hanno mai mangiato sono i tacos, e gridano «AYE YAE YAE» un sacco. È vero, ho conosciuto un messicano che lo faceva, ma solo per irritare le persone perché pensava che fosse divertente. E lo era.

nitrub/iStock/Getty Images Nota bene: se un giorno ti trovi a parlar male dei tacos, sei chiaramente un fesso. Punto.
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Nota bene: se un giorno ti trovi a parlar male dei tacos, sei chiaramente un fesso. Punto.

Tenete presente che tutto questo sta incubando nella testa di un bambino di otto anni. Questi pensieri stanno mettendo radice e e si stanno stabilendo come vere e proprie fondamenta morali. Più a lungo va avanti questo processo, più forte diventa. Soprattutto se si cresce in una città come la mia, dove se parli di un «tizio di colore», tutti sanno immediatamente a chi ti riferisci. Non c’è interazione con altre culture che possa estirpare quegli stereotipi, e così la tua visione del mondo è plasmata dalle battute di barzellette di seconda categoria e dalle sparate di zii ubriachi.

Numero cinque. Come gli sfuggi?

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Questa è la cosa più bizzarra del crescere in una famiglia razzista, e in un ambiente complessivamente razzista (almeno nella mia esperienza). Anche se la loro forma principale di razzismo era rivolta contro i neri, tutti avevano amici di colore e eroi di colore. I quattro programmi preferiti di mio padre all’epoca erano I JeffersonGood Times, Sanford and Son e, stranamente, Soul Train [un varietà musicale R&Bhip hop, NdRufus]. Non si perdeva mai una puntata. Quand’ero ragazzo, i nostri migliori amici di famiglia erano di colore… una famiglia che, ironicamente, si chiamava Jefferson.

Era lo stesso con tutti i miei amici. I loro comici preferiti erano Richard Pryor e Eddie Murphy. Ne conosco molto pochi che non possedessero e non suonassero a palla una cassetta degli NWA [un gruppo gangsta rap, NdRufus] mentre giravano in macchina per la città. Il punto è che non erano fanatici della bandiera confederata, suprematisti bianchi. Il razzismo che ho visto era spesso nascosto dietro le porte di casa o confinato a conversazioni private. Di fatto se avessi chiesto a una qualunque di queste persone se si considerasse razzista, nessuno di loro avrebbe detto di si. Anche se era normale sentire mio padre raccontare del picchiare, specificamente, ragazzi di colore dopo aver giocato contro di loro a basket a scuola. O un amico di mio padre esprimere un’opinione in generale sui messicani dicendo: «Lasciamo i loro cadaveri lungo il reticolato e lasciamo che sia la Polizia di Frontiera a cavarsela». Nulla. Assolutamente niente di razzista in tutto questo.

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«Cosa c’è di offensivo, John? Io sto solo parlando di “trasporto”» [in inglese vale anche per “deportazione”, NdRufus]
Anche quando non parliamo di violenza esplicita, era sottinteso che le battute e le frasi di tono razziale dovevano essere limitate all’ambito privato, o per lo meno a cerchie interamente bianche. Questo è importante perché, anche se vieni condizionato a essere personalmente razzista, ti si sta insegnando contemporaneamente che non è un comportamento da tenere in pubblico. La prima volta che me ne accorsi avevo più o meno dieci anni. Ero seduto nel portico con mio zio e vedemmo una giovane donna di colore scendere lungo l’isolato. Mio zio si girò verso di me e mi disse a bassa voce: «Ehi sorella nera, dove vai questa sera?» [l’originale, What’s happenin’, jive sista, è un pessimo tentativo dello zio di imitare lo slang afroamericano, NdRufus]. Perché erano gli anni ’80, e lo stereotipo era che ogni persona di colore fosse Shaft. Si, era banale, anche da un punto di vista razzista, il che lo rendeva l’insulto più stupido che avremmo potuto scegliere. A quel punto avremmo potuto semplicemente puntare il dito e gridare: «Sei nera! Sei nera! Ahahahahah!».

In confronto agli esempi di violenza fisica che vi ho raccontato sinora, questo sembra piuttosto moderato, giusto? È per questo che da bambino di dieci anni io dedussi che se il commento aveva fatto ridere mio zio avrebbe fatto ridere sicuramente anche quella donna. Così lo gridai ad alta voce. Forte. Lei non rise. Invece si mise a fissare il marciapiede e accelerò il passo. Non lo capii all’epoca, ma era spaventata.

Chip Somodevilla/Getty Images News/Getty Images She was black and a woman, which is basically the surf-and-turf entree on the "you're going to be dealing with a lot of bullshit" life menu.
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Era donna e di colore, che è più o meno la voce “terra e mare” sul menù del ristorante della vita «Avrai a che fare con un sacco di stronzate».

Mio zio rimase mortificato. Mi afferrò per il braccio e mi rimproverò a voce sufficientemente alta che anche la donna potesse sentire. Retrospettivamente capisco che lo stava facendo in modo che lei sapesse che lui era completamente contro un simile comportamento apertamente razzista. Ma tutto quel che io riuscivo a pensare al momento era: «Che ho fatto? Hai appena detto la stessa cosa due secondi fa!». Mi trascinò dentro la casa e lo disse a mio padre. E la cosa più scioccante per me fu che mio padre, che era una delle persone più ferocemente razziste che io abbia mai incontrato, ci rimase anche lui molto male. Stiamo parlando dello stesso uomo che, a quanto dice mia mamma, una volta tentò di darle un pugno nello stomaco quando era incinta di sette mesi perché al culmine di un litigio lei gli aveva detto: «Spero che il bambino nasca nero».

David De Lossy/Photodisc/Getty Images Nota: non ho detto: «minacciato». Ho detto: «provato».
David De Lossy/Photodisc/Getty Images
Nota: non ho detto: «minacciò». Ho detto: «tentò».

Quello per me è stato un importante punto di svolta, perché ho iniziato a mettere in discussione ogni stupida barzelletta che avevo sentito su… fate il nome di qualunque razza. Non i bianchi, comunque. I bianchi sono l’ambientazione, raramente l’oggetto della battuta. Non voglio darvi un’impressione sbagliata, non è che fossi ignaro del fatto che quel che facevamo fosse misero come la merda. Capivo che quando facevamo battute e commenti come quelli stavamo prendendoci gioco della razza di qualcuno. Ma non mi ero reso conto fino a quel momento che se queste cose non dovevano essere dette in pubblico, perché mai dovevamo dirle in ogni caso? È stata la prima volta che mi ricordo di aver pensato: «Un attimo… siamo tutti degli sfigati».

Man mano che diventi più grande, quell’idea cresce e ti divora dall’interno. Non è una qualche controversia profonda e introspettiva. È una serie di piccole osservazioni e bandiere di segnalazione che spuntano di tanto in tanto e ti fanno pensare: «Questo non è il modo con il quale mi immaginavo questa gente». E, una dopo l’altra, quelle idee razziste che ti sono state insegnate direttamente o indirettamente, tutte iniziano a puzzare come il letame. Piano piano inizia la transizione con la quale smetti di essere razzista. E allora c’è il momento nel quale quasi tutti sbagliano la transizione…

Numero quattro. Non è che sei “curato” immediatamente dal razzismo

M. Gebicki/Lonely Planet/Getty Images
M. Gebicki/Lonely Planet/Getty Images

Quando vi immaginate un razzista pentito è facile pensare che quella persona abbia avuto un singolo momento di conversione totale del genere “porca miseria”. E poi è come ripulire il giardino: cominci a estirpare quei cattivi pensieri a mucchi, finché nella tua mente non restano altro che calendule e tulipani e gnomi da giardino di una razza non troppo definita. Ma, in realtà, assomiglia molto di più al piantare i semi di una pianta molto più vantaggiosa e produttiva e aspettare che cresca e lentamente soffochi le radici di quelle altre erbacce. È un processo, e va avanti piano come un disco del cazzo di musica ambient.

D’accordo, tu potresti non odiare proprio del tutto le altre razze, ma avrai ancora una tonnellata di pensieri, immagini, presunzioni e stereotipi che ti girano per la testa, e probabilmente non capirai neanche per nulla che sono razzisti finché non li tiri fuori ad alta voce e qualcuno non te lo fa notare. E, gente, essere beccato su cose del genere è davvero la sensazione peggiore. A parte certamente essere effettivamente vittima di razzismo. Immagino che quello sia probabilmente un sentimento peggiore.

United States Department of Justice «Già, un pochino»
United States Department of Justice
«Già, un pochino»

Ti scopri a elaborare le scuse più assurde per evitare di ammettere che quello che hai detto o fatto era sbagliato. Per esempio non più di cinque anni fa avevo un sito, molto marginale, sul quale sperimentavo la scrittura nei panni di un personaggio estremamente specifico che si chiamava Il lavacamion arrabbiato. Era basato su un vero lavoro che avevo appena lasciato, nel quale lavavo autoarticolati e avevo a che fare con camionisti tutto il giorno e quel personaggio era il mio modo di scaricare tutta la rabbia che avevo costruito negli anni. So che sembra stupido, ma era meglio che disegnare uccelli con la bomboletta sul retro dei loro rimorchi.

Nei panni di questo personaggio scrissi un articolo su quanto noi lavoratori odiassimo i camionisti stranieri. In particolare gli indiani. Feci una lunga tirata su quanto fossero trasandati. Su quanto fosse forte la puzza quando aprivano la portiera per uscire. Mi lamentai di quanto fossero pignoli riguardo al servizio e su come non si decidessero mai a pulire i loro camion finché il Dipartimento dei Trasporti non li obbligava. Raccontai che quando vedevamo un camion con un “nome indiano” dipinto sulla fiancata infilarsi sul vialetto d’ingresso ciascuno di noi alzava gli occhi al cielo e diceva: «Cazzo». In sintesi ciò che stavo dicendo in maniera piuttosto esplicita era che gli Indiani erano degli stronzi sporchi, puzzolenti e sciatti che si prendevano cura di se stessi o dei loro beni solo quando erano legalmente costretti a farlo. E che noi li odiavamo. Ognuno di loro.

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Medioimages/Photodisc/Photodisc/Getty Images
Niente, assolutamente niente di razzista al riguardo

Qualche giorno dopo aver pubblicato quell’articolo, un mio vecchio amico mi chiamò per rimproverarmi. Non moderò i termini – mi prese di petto su quanto l’articolo fosse esplicitamente razzista. No, un momento, non su quanto l’articolo fosse razzista – su quanto io fossi razzista. Io ero più incazzato di quanto fossi mai stato. Come si permetteva di definirmi razzista? Obiettai che la voce narrante era quella di un personaggio di finzione che era razzista. Dissi che il punto centrale era quello di odiare il personaggio perché era razzista. Provai a cavarmela dicendo che non parlavo di tutti gli Indiani… ma solo dei camionisti indiani. Gli rinfacciai che non era abbastanza intelligente da capire quel che stavo facendo. Neppure per un momento ammisi o anche considerai l’ipotesi di avere torto.

La verità è che avevo completamente torto. Stiamo parlando di livelli di torto alla Jenny McCarthy [playmate, modella, attrice e anchorwoman nota per posizioni estreme in materia di vaccini e autismo, fra le altre cose, NdRufus]. Mi stavo nascondendo dietro un personaggio (che era ovviamente costruito per essere me stesso) per poter scrivere cose che non potevo dire col mio vero nome. E questo ben venticinque anni dopo aver realizzato che “razzista” era qualcosa che non volevo essere. A chiunque sia di origini indiane porgo sinceramente le mie scuse. E alla persona che mi rimproverò porgo egualmente le scuse. Non ho solo sbagliato a scrivere le cose che ho scritto, ma ho fatto male a accusare e attaccare a mia volta una persona che si stava esponendo per ciò che era giusto.

And that brings up a point that I don’t think many people really understand …

E questo ci porta a un punto che io non credo che molte persone capiscano davvero…

Numero 3. Quando prendi posizione contro il razzismo, sei considerato il cattivo

John Moore/Getty Images News/Getty Images
John Moore/Getty Images News/Getty Images

Prendere posizione contro il razzismo in pubblico è duro, ma almeno sai che in quella situazione ci saranno probabilmente persone con una mentalità simile che ti sosterranno. Anche nella forma di un articolo, non ho da discutere con una persona specifica che non è d’accordo con me. Posso fare il mio pezzo, poggiare il microfono, e lasciare che la stanza se ne vada al diavolo. Opporsi a amici e parenti è tutto un altro mostro.

Mihajlo Maricic/iStock/Getty Images«Perché hai un microfono in mano? CHi è che viene a un picnic di Pasquetta con un microfono?»
Mihajlo Maricic/iStock/Getty Images
«Perché hai un microfono in mano? Chi è che viene a un picnic di Pasquetta con un microfono?»

In una famiglia come la mia (o anche quando sei con la famiglia di un amico) quando qualcuno fa una battuta o una osservazione razzista, si dà più o meno per scontato che nessun altro dei presenti si offenda. Per la verità probabilmente tutti si sbellicheranno dal ridere alla battuta, o si dichiareranno caldamente d’accordo con l’osservazione. «Amen, fratello! Risbattiamo i loro culi in Africa e vediamo quanto ci mettono a cambiare idea sulla “oppressione”!».

Anche se non metti troppa enfasi nel dichiarare il tuo fastidio, il semplice fatto di mostrare il minimo segno di disapprovazione fa di te immediatamente il cattivo della situazione. Stai dicendo a quella gente che si sbagliano, e questo è considerato un attacco. «Chi diavolo credi di essere? Sono un adulto; posso dire il cavolo che mi pare! Se non sei d’accordo vattene, coglione moralista che non sei altro!». Perché anche in una famiglia piena di razzisti, la parola razzista in sé è un insulto. Key&Peele [una situation comedy americana in cui spesso si discutono temi legati alla condizione degli afroamericani, NdRufus] lo hanno illustrato bene con la battuta: «Per i bianchi “razzista” è come dire negro ai neri».

Comedy Central Geni in cammino [Key&Peele, NdRufus]
Comedy Central
Geni in cammino [Key&Peele, NdRufus]
Questo è un problema perché una volta che si è iniziata quella transizione via dal razzismo, ci si sente obbligati a correggere quelli che non l’hanno ancora fatto. Specialmente le persone che si conoscono e a cui si vuol bene. Ma scegliere quando e come combattere queste battaglie può tranquillamente far venire l’ulcera. La maggior parte delle volte io semplicemente batto vigliaccamente in ritirata. Invento una scusa per andarmene prima e sgattaiolo via dalla porta d’ingresso, sapendo che non dovrò vedere di nuovo nessuno di loro fino al Natale seguente, il momento di elezioni per le discussioni razziste in famiglia.

Lo so che è sbagliato. Facendolo divengo parte del problema.

Ogni volta che lascio una di queste riunioni di famiglia, mi chiedo sempre se capiranno mai quanto razzisti sono in realtà. Può sembrare una cosa strana da chiedersi, dopo averli appena sentiti parlare di «quei fottuti [mediorientali»] che arrivano in città» e di come «bisognerebbe spazzarli via fino all’ultimo dalla faccia del pianeta». Ma, ancora una volta, se gli chiedessi se si considerano razzisti, risponderebbero sinceramente di no.

E questo a sua volta mi spinge a interrogarmi su quali tipi di cose si muovono nella mia propria mente delle quali non mi rendo conto. E a causa di questo…

Numero due. Diventi particolarmente conscio della razza

Craig Barritt/Getty Images Entertainment/Getty Images
Craig Barritt/Getty Images Entertainment/Getty Images

Se sono a portata d’udito di una qualunque persona che non è bianca, metto costantemente in discussione ogni pensiero che mi gira per la mente e ogni frase che sto per dire. Anche adesso mi sto chiedendo se il mio uso della frase “persone di colore” è razzista. Avrei dovuto dire afroamericano? Neri? Di pelle scura? Ben dotati di melanina? La battuta sulla melanina è offensiva? La dovrei cancellare?

Radiomoscow/iStock/Getty Images«Dovrei studiare fisica per inventare na macchina del tempo che mi impedisca di pensare quella barzelletta dal principio?»
Radiomoscow/iStock/Getty Images
«Dovrei studiare fisica per inventare una macchina del tempo che mi impedisca di pensare quella barzelletta dal principio?»

Non lo dico per una qualche genere di richiesta di compassione. Sto dicendo che ho avuto torto così a lungo che ho sviluppato questa strana neurosi al riguardo. Ho lavorato in posti nei quali ogni singola persona in tutto l’edificio era bianca a eccezione di un unico cliente che doveva parlare col direttore. Ma quando il direttore mi chiede chi è che ha bisogno di aiuto, faccio di tutto per non definirlo nero. Anche se è il modo più ovvio, efficiente e veloce di indicarlo mi fa lo stesso sentire come se stessi riducendo la sua personalità alla razza.

Invece finisce più o meno: «È il tizio alto sul terzo sgabello a partire dalla finestra. Quello con la camicia blu di flanella. Non il tizio a sinistra che anche lui ha una camicia blu di flanella, ma quello a destra». La mia descrizione è abitualmente interrotta da: «Il tipo di colore? E l’unico nero che c’è. Basta che dici quello». Mi rendo ben conto di quanto stupida la cosa suoni alla maggior parte della gente. Ma cretinate come questa mi capitano continuamente.

Il caso peggiore per me è il fenomeno follemente surreale nel quale un bianco cambia il suo modo di parlare quando si rivolge a un nero. La chiamo la sindrome Quentin Tarantino, e abbiamo già parlato di questa situazione in un video che vi farà venir voglia di prenderlo a schiaffi… anche più di quanto lo vogliate normalmente fare:

[Spiegare le sfumature di questa esibizione di Tarantino in termini culturali americani è troppo per me, ma direi che si può serenamente dire che non ci fa una bella figura, NdRufus]

Fa così rabbrividire che non posso stare in una stanza quando qualcuno comincia a farlo. Non perché pensi che la persona stia “fingendo di essere nero” (che è una frase che io sarei lieto di vedere cancellata dal vocabolario per sempre) ma perché è come se pensasse che una persona di colore non possa essere capace di capirlo a meno che non si esprima con quella parlata palesemente posticcia. Ogni volta che succede vorrei dire a tutti i presenti: «Mi dispiace davvero per questo. Lo so che non sono stato io a farlo, ma sento il bisogno di scusarmi a nome della mia intera razza».

Ma la verità è che anche io l’ho fatto. Magari senza cambiare il mio accento in modo da far credere che vengo dai peggiori bassifondi di Chicago, ma sicuramente con la scelta dei termini… provando ad apparire più figo e rilassato. Elimino consapevolmente le parole difficili dai miei discorsi, anche se quando sto parlando con dei bianchi le utilizzo apposta altrettanto consapevolmente. Per qualche strana ragione uso la parola “fratello” [man in originale, NdRufus] molto di più. Non ho idea del perché. Ma c’è un tentativo intenzionale di “apparire meno bianco” quando sono nei pressi di persone di un’altra razza – che è gergo razzista per “tentare di apparire stupido e ignorante”. Può non essere un razzismo esplicito, ma alla fine tutto si riduce all’idea universalmente razzista: «Io funziono sulla base di regole differenti rispetto a questa gente». E questo mi ricorda che…

Numero uno. Il razzismo rimane sempre con te

Hill Street Studios/Blend Images/Getty Images
Hill Street Studios/Blend Images/Getty Images

Ancora oggi, se incontro una persona di colore che ascolta musica alternativa, la cosa mi sconvolge. So che mi sto piegando di fronte a uno stereotipo pazzesco e mi vergogno sempre della mia sorpresa, ma non posso che esserne colpito. Ai bei vecchi tempi mi capitava di tanto in tanto di uscire a bere con una famiglia messicana e la prima volta che scoprii che bevevano vodka invece che tequila la mia intera visione del mondo si incrinò. Il fatto che avessero una sola cena messicana alla settimana, come ogni altra famiglia che conoscevo, quasi mi lasciò inebetito.

Nella mia mente avevo questa idea della mamma che sfornava tortilla a ripetizione perché è roba che va con praticamente tutto nella cucina messicana, e la mia idea mentale era sempre quella di «donna povera che vive in una cucina». Così ne possiamo segnare una per il sessismo, pure. Ma quando ci capitò di parlare del cibo, lei era più sul tipo: «Hmmm, no. Le compro in negozio come tutti. E li suo solo in quelle rare occasioni ogni qualche settimana nelle quali facciamo i tacos. E adesso se fossi così gentile da porgermi il mio sombrero e le maracas…». Era una meravigliosa furbacchiona.

John Stelzer/iStock/Getty ImagesIncredibile: le case dei latinos non hanno bande di mariachi incorporate.
John Stelzer/iStock/Getty Images
Incredibile: le case dei latinos non hanno bande di mariachi incorporate.

Scopro piccole cose come queste nella mia mente in ogni momento, invece. Per la maggior parte le individuo e mi ricordo che sono fondamentalmente stupido. Ma ogni tanto qualche pensiero davvero idiota riempirà di merda la mia testa e una qualche idea razzista mi sembrerà del tutto ragionevole. «Posso raccontare questa barzelletta razzista perché so di non essere razzista. In questo modo c’è un secondo metalivello nella battuta, per il quale il fatto che io sia un non razzista che fa una battuta razzista in realtà prende in giro i razzisti e quindi…».

Finché non lo dico a voce alta e offendo qualcuno e faccio la figura dello stupido. O ci penso su abbastanza a lungo che finalmente il mio cervello interviene e dice: «Non puoi essere così fesso. Ecco la risposta: stai sbagliando».

Johan Swanepoel/iStock/Getty Images«Mettimi alla prova: ti farò sputare l'anima»
Johan Swanepoel/iStock/Getty Images
«Mettimi alla prova: ti farò sputare l’anima»

Ho l’impressione che continuerò a far così per il resto della mia vita. È facile dare la colpa alla mia educazione, ma ho avuto trent’anni da allora per fare esperienza della vita e liberarmi di quei pensieri ridicoli e distruttivi. E sto ancora imparando.

Non sto dicendo che chiunque legga questo articolo ha tendenze razziste. Sto dicendo che, per coloro che le hanno e vogliono cambiare, ammetterlo e parlarne è un discreto primo passo nella giusta direzione. Può capitare di sentirsi degli idioti e di offendere delle persone che prendono parte alla discussione, ma non è meglio che lasciare che questa roba faccia marcire la mente e venga poi passata ai propri figli?

Perlomeno vale la pena di comprendere le altre culture prima che l’inevitabile guerra di razza abbia luogo e noi siamo tutti distrutti da sombreri, palle da basket e asiatici che impugnano calcolatrici e ci sparano con i loro pallottolieri.

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