Quel che ho detto al Consiglio comunale di Cagliari

Panorama CagliariOk, lo ammetto: il titolo dell’articolo è leggermente fuorviante. Ieri mattina c’è stata una seduta straordinaria del Consiglio comunale di Cagliari sul tema del diritto alla casa; nel pomeriggio nella stessa sala consiliare l’amministrazione ha convocato gli attori interessati – costruttori, sindacati, inquilini, cooperazione, ingegneri, architetti e anche, come nel nostro caso, banche – perché dicessero la loro sul tema.

Devo dire che l’invito a Banca Etica non è stato esattamente formale: ma un paio di consiglieri comunali ci hanno sollecitato e alla fine io e Gaetano Lauta, il responsabile del gruppo dei soci, siamo andati a vedere un po’ quel che succedeva (che il tema dell’abitare sia centrale a Cagliari lo sapevamo, fra l’altro, anche perché entrambi siamo stati coinvolti nel lavoro di studio su Cagliari del gruppo “La Pira” in cui il tema è stato sollevato in tutti i modi).

È stata un’occasione interessante anche se, come spesso accade in queste occasioni, c’è stata una certa quantità di parole in libertà (ah, saper parlare educatamente del niente come i presidenti di certe realtà istituzionali!), una buona dose di riaffermazione delle proprie posizioni e della propria identità (e questo ci sta) e qualche caso in cui oltre a togliersi il sassolino dalla scarpa si è anche colta l’occasione per sbranare l’obiettivo di turno, che fosse la Giunta o un altro dei presenti (e questo magari ci sta meno).

Verso la fine le banche erano state citate, più o meno negativamente, almeno tre volte; e a parte questo c’era da considerare il fatto che buona educazione nei confronti dell’amministrazione comunale e senso di rappresenta della Banca Etica richiedevano che anche noi, magari, prendessimo la parola. Sono quelle situazioni un po’ vischiose in cui non ti sei preparato e vai un po’ a braccio, cosa che è sempre pericolosa e nel mio caso, essendo cronicamente negato a fare gli aerei interventi sul niente di cui sopra, diviene direttamente pericolosissima.

Quel che ho detto, quindi, non rappresenta granché il parere ufficiale della Banca; oltretutto come ho detto all’inizio al contrario di tutti gli altri presenti (ed eravamo anche l’unica banca, mi è sembrato) non eravamo degli operatori specifici del settore, quindi la nostra visione non poteva che essere un pochino sui generis. In ogni modo alla fine Gaetano approvava e quindi mi sento le spalle abbastanza coperte.

Fatta tutta questa lunga introduzione le cose che volevo fare erano sostanzialmente quattro.

  1. Ringraziare il Comune di Cagliari per l’opportunità di ascolto, dire che per noi il tema della casa entra nel novero dei diritti della persona e come tale ci interessa, tanto da farne un settore di finanziamento specifico. E quindi il percorso partecipativo futuro che il Comune pensa di istituire sull’argomento ci interessa e ci farebbe piacere farne parte.
  2. Richiamare tutti i presenti, amministratori comunali e altri attori presenti, alla responsabilità in materia di scelte finanziarie. Se le banche non fanno più mutui dipenderà, anche, da questioni tecniche legate allo stock di finanziamenti e a cose del genere, ma dipende anche dal fatto che il sistema creditizio e finanziario ha, da anni, spostato la maggior parte delle proprie risorse verso obiettivi speculativi piuttosto che verso il finanziamento dell’economia reale e delle esigenze primarie dei cittadini. Quindi si può certamente ragionare di strumenti tecnici per facilitare l’accesso al credito, fondi di garanzia, consorzi fidi e compagnia, ma si dovrebbe anche porsi nell’ottica di premiare quegli istituti di credito che lavorano in un certo modo (non solo Banca Etica, naturalmente) e penalizzare, con le proprie scelte, quelli che invece drenano risorse verso la speculazione finanziaria. Con un po’ di faccia tosta ho detto che si sarebbero dovuti chiedere, gli enti pubblici presenti, gli ingegneri, gli architetti, i costruttori presenti, e i sindacati, le cooperative, dove tengono i loro soldi, altrimenti potrebbe capitargli come a certi sindacati che dopo avere deplorato la delocalizzazione scoprono magari che i propri soldi e quelli degli iscritti li tengono proprio nelle banche che finanziano le imprese che vanno all’estero (a qualche sindacalista presente non sarà piaciuto moltissimo l’intervento, immagino).
  3. Dire che ragionare sulla casa richiede anche la presenza di un gran numero di altri attori. Questo è un pensiero davvero personale, e certamente non vale se stiamo parlando di fare il mutuo prima casa a una giovane coppia. Ma se si parla di interventi di politica abitativa più complessa vuol dire che ci si va a inserire nel tessuto sociale e relazionale dei quartieri e della città per modificarlo, introducendo nuove persone o favorendo lo spostamento di altre. Mi chiedo, pensando alla situazione di Cagliari e a un tessuto dei quartieri davvero stressato, nel quale anche un banale concerto musicale diventa occasione di crociate e controcrociate, chi dovrebbe prendersi cura del tessuto sociale per mediare, favorire gli inserimenti e  in generale curare le relazioni? Mi sembrava un tema di cui non si era parlato e che valeva la pena di segnalare, suggerendo di coinvolgere, nelle meccaniche partecipative, anche altri soggetti maggiormente votati a questo lavoro di cura e di cucitura sul territorio.
  4. Infine, volevo dire una parola sulla sostenibilità. Era un concetto già evocato più volte nel dibattito, solo che veniva citato tanto da chi voleva consumare più suolo che da chi non lo voleva, tanto da chi pensava alla sostenibilità economica che da chi pensava all’ambiente e, insomma, era una parola tirata ad elastico un po’ qui e un po’ là. E quindi mi è sembrato giusto dire che ragionare in termini di diritto alla casa deve voler dire, però, anche ragionare sul modello di città che abbiamo in mente e, in definitiva, sui nostri stili di vita, che è una cosa che va un po’oltre il mettere i pannelli fotovoltaici sui tetti (per carità, cosa ottima, ma magari non c’è bisogno di milioni di metri quadri di nuove cubature, per metterci sopra i pannelli, ecco). E se si vogliono concentrare masse di popolazione in nuovi quartieri qui o là occorre anche chiedersi che trasporti richiederanno, che smaltimento dei rifiuti sarà necessario e tanta altra roba del genere. No, non ho nominato Su stangioni perché non mi pare che il gruppo dei soci di Banca Etica abbia una posizione ufficiale in proposito, però il tema era stato evocato e mi sembrava che valesse la pena almeno di fissare i parametri, anche perché, se ho seguito correttamente il dibattito, di politica urbanistica generale non mi pare che si fosse parlato specificamente: peccato, qui ho perso l’occasione di citare La Pira

A tutti si fa chiaro, infatti, che in una città un posto ci deve essere per tutti: un posto per pregare (la chiesa), un posto per amare (la casa), un posto per lavorare (l’officina), un posto per pensare (la scuola), un posto per guarire (l’ospedale).

Naturalmente ieri sono stato infinitamente più confuso e arruffato: ma voi fate finta che le cose che ho detto siano esattamente quelle che trovate qui sopra. La prossima volta, prometto, me le scriverò prima!

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