Philomena (Stephen Frears, UK 2013)

Ho detto a mia sorella che Philomena non è “drammatico”. «Non capisco come possa dirlo», mi ha fatto, «considerando che parla di una a cui tolgono il figlio a forza e lo cerca per cinquant’anni».

È vero. E in realtà Philomena è drammatico. Ma ancora l’altra sera un amico mi ha detto: «Ah, hai visto Philomena? Anche io. Credevo fosse molto più drammatico».

Il fatto è che Philomena è costruito come un capolavoro di sfumature contrapposte, di caratteri che si sfiorano piuttosto che scontrarsi, di visioni del mondo più vissute che enunciate, di sentimenti taciuti. Il centro di questa nuvola impalpabile è un singolo fatto drammatico (e tragico), ma nell’economia generale del film rimane più che come una ferita aperta e sanguinante come un livido che duole in permanenza ma in maniera sorda. E quindi nei vari momenti del film c’è il tempo anche per dimenticare momentaneamente il dolore, per ridere, scherzare e pensare ad altro. Poi, naturalmente, sempre lì si torna.

Nella scelta del tono medio, dell’equilibrio, anche della umana contraddizione dei caratteri che fa sì che uno possa essere allo stesso tempo un giornalista cinico e un uomo buono oppure una casalinga ottusa e insieme una donna di straordinaria sensibilità, è la qualità migliore di Philomena. E questo permette alla sceneggiatura di accennare (sempre con mezzi toni) ad altri temi che arricchiscono il tema principale: per esempio il rapporto madre/figlio scomparso si costruisce man mano in maniera speculare rispetto al rapporto madre/figlio trovato del rapporto fra Philomena e Martin, il giornalista che a aiuta nella sua ricerca.

L’unico personaggio tagliato con l’accetta è la suora che nel finale, senza pentimenti né tentennamenti, continua a imputare a Philomena il suo “peccato”: personaggi che mi è parso caricaturale e parole che nella finezza del film apparivano particolarmente rozze. Un po’ va detto che identificare le suore come “cattive” rende comunque il film più equilibrato, gli da un centro e per contrasto tratteggia meglio il personaggio di Philomena, tuttavia sempre di caricaturizzazione si tratta. Scopro fra l’altro da Wiki che:

Anachronisms

Sister Hildegard McNulty, the antagonist in the movie, is depicted as having met with journalist Sixsmith after he started working on the story. McNulty died in 1995, and Sixsmith started his investigation only much later in 2004. The final scene where a wheelchair-bound McNulty chastizes Philomena Lee for carnality is also poetic license.

La suora è cioè morta nel 1995. Poiché Sixsmith, sul cui libro è basato il film, ha iniziato le sue ricerche nel 2004, la suora non può comparire nel film e la scena della tirata finale è una licenza poetica.

Monumentale è la prova dei due attori principali: gigantesco in particolare Steve Coogan che co-firma anche una sceneggiatura, come ho cercato di dire, di grandissima qualità.

Infine il film è, non so bene come dire, molto cattolico. Non scherzo: è così, forse anche oltre le intenzioni degli autori e del regista, e si raccomanda per una visione parrocchiale.

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