The Spirit of the Border, a Romance of the Early Settlers in the Ohio Valley

Avviso: la recensione che segue contiene anticipazioni sulla trama (spoilers), quindi andare avanti potrebbe rovinarvi in seguito il piacere della lettura del romanzo originale. Siete avvisati.

Una delle cose belle dei libri è, come in questo caso, che può venirti voglia di scrivere due righe su un testo minore di un autore minore, che a prima vista non meriterebbe di sprecarci sopra troppo inchiostro, e invece ti continua a girare e rigirare in testa anche dopo l’ultima pagina.

The Spirit of the Border mi ha suscitato un po’ di domande che mi hanno spinto a fare qualche ricerchina più approfondita, e questa mi ha dato una sorpresa che mi lascia adesso desideroso di scoprire ancora qualcosa di più.

Il romanzo è ambientato nella valle dell’Ohio nel tardo diciottesimo secolo, durante la Guerra d’Indipendenza americana. Le vicende della guerra sono citate in appena due righe, ma fin dall’introduzione veniamo avvertiti che ci troviamo in un romanzo storico: il centro degli avvenimenti è il massacro di un centinaio di nativi americani di religione cristiana, avvenuto nel 1782, e la conseguente rovina dell’opera dei missionari Moravi volta a costruire una convivenza pacifica fra coloni e indiani. Compaiono fra i personaggi numerose figure esistite realmente, come Lewis Wetzel, trapper e uccisore di indiani, i missionari Zeisberger e Heckewelder, il rinnegato Simon Girty e altri comprimari. I personaggi sono descritti con sufficiente verosimiglianza, ma l’aderenza storica si ferma qui: per fare un paragone e spiegarci subito, il valore come fonte documentaria di The Spirit of the Border è più o meno pari alla capacità di un film come Il Gladiatore di informarci sugli eventi conclusivi del regno dell’Imperatore Commodo. Siamo vicini allo zero, insomma.

In particolare, quello che mi ha stupito non poco è stato scoprire che, mentre nel romanzo i cristiani sono trucidati da indiani ribelli istigati da rinnegati e trafficanti, nella realtà il massacro fu compiuto da coloni americani il cui capo, il Colonnello Williamson, è collocato correttamente da Zane Grey sul luogo del massacro, ma come spettatore inerte!

La distruzione della missione occupa circa un quinto del libro ed è la parte senz’altro più riuscita; Grey gestisce efficacemente i tempi, dalle prime avvisaglie ignorate dai missionari ai momenti più drammatici, serrando progressivamente il ritmo dell’azione e facendo passare il lettore da una vaga sensazione di inquietudine a una in cui si immedesima nella stessa disperazione dei Moravi che non possono difendere i propri convertiti. Anche il momento patetico che precede materialmente le uccisioni è efficace (e preso di peso dalla realtà storica). Così efficace che mi sono dovuto chiedere se non siano intervenute esigenze editoriali che abbiano spinto l’autore a modificare la trama: forse per il pubblico cui Grey si rivolgeva l’idea che il massacro fosse opera di miliziani americani non era accettabile, e quindi gli si doveva offrire una conveniente alternativa nella persona di un rinnegato. Me lo chiedo anche perché Grey ha gran cura di far pronunciare a diversi personaggi dei giudizi piuttosto forti su Williamson, che suonano abbastanza gratuiti (o meglio, ci si chiede perché collocare Williamson in posizione infame se lo scopo era assolverlo dal massacro); molto più me lo chiedo perché il romanzo ha un’evidente tesi, che è quella che la vita sulla frontiera è così bestiale ed abbruttente da privare i coloni di sentimenti di umanità, ed è questo che in definitiva condanna al fallimento le missioni Morave: la frontiera non è pronta per loro. Una simile tesi avrebbe richiesto uno sbocco narrativo conseguente, cioè il massacro ad opera dei coloni.

Del resto il romanzo, che non credo fosse pubblicato a puntate, ha comunque evidenti segni di ripensamento: per esempio quello che ci viene presentato come l’eroe muore a tre quarti della storia, in maniera piuttosto improvvisa; Grey costruisce anche un reticolo amoroso che a un certo punto non ha più voglia di sciogliere, e che risolve sbrigativamente eliminando in maniera cruenta un buon numero dei partecipanti. Allo stesso modo Wetzel, che dovrebbe essere il protagonista, non compare in scena per la maggior parte del libro, anche se a lui è affidato il compito di portare a conclusione l’intreccio.

Insieme con la parte riguardante la distruzione della missione, il contrasto finale fra Wetzel e il capo indiano suo antagonista è una delle cose migliori del romanzo, con un tono che ricorda certe atmosfere de L’ultimo dei Mohicani. In compenso anche se l’azione è sempre incalzante molte pagine sono puro riempitivo o peggio suggeriscono che l’autore non sa bene dove andare a parare per far proseguire la storia.

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