Irruzioni e rotture non riuscite

La profezia dell’armadillo (Emanuele Scaringi, Italia 2018)

Sono andato a vedere la settimana scorsa La profezia dell’armadillo, tratto dal primo, fortunatissimo libro di Zerocalcare.

Non avevo letto il libro e prima di fare la recensione del film mi sono voluto togliere il dubbio e me lo sono comprato e letto.

È molto bello. Il film un po’ meno.

Più che altro è scombinato: non riesce a cucire le gag delle varie strisce del libro in una narrazione coerente, e per di più le monta su una struttura portante (il ricordo dell’innamoramento giovanile di Calcare per Camille, che ora è ormai irraggiungibile) che è quanto di più tradizionale e perfino un po’ melenso si possa immaginare – peraltro l’attrice mi ha ricordato tantissimo Sophie Marceau, sogno della mia giovinezza, e questo un po’ magari mi ha condizionato.

È quindi il film è un po’ un mostro di Frankenstein che si muove a fatica – non è che non si rida, anche di gusto, ogni  tanto, ma è l’insieme che non funziona, proprio perché il delirio quotidiano della vita precaria nella periferia romana, in tempi deliranti come questi, con Il tempo delle mele proprio non ci sta.

Prima che qualcuno pensi che sono uno che non può tollerare un film che tradisce il libro originale, perché queste sono le riflessioni fatte prima di leggere il fumetto; casomai la lettura mi ha stimolato alcune altre riflessioni, che hanno a che fare, sostanzialmente, con la superiorità del fumetto come strumento narrativo o, perlomeno, con la maggiore libertà che garantisce all’autore.

La profezia dell’armadillo e in generale il lavoro di Zerocalcare sono un buon esempio, credo. II fumetto mette in scena un gran numero di icone dell’immaginario contemporaneo, dandogli vita e trasformandole in – o sovrapponendole ai – personaggi: la mamma di Calcare è una gallina, lo studentello a cui fa ripetizioni è Blanka di Street Fighter, e così via. E dall’altra parte abitano il fumetto tutta una serie di personalizzazioni dell’inconscio, di Calcare e degli altri personaggi. Tutto questo po’ po’ di creazioni fantastiche non stride in un fumetto di taglio, sostanzialmente, realistico, perché Zerocalcare si è forgiato un segno grafico che gli permette di dare unità a tutto questo materiale e di non farlo sembrare affastellato senza criterio.  E a fianco di questo segno grafico Zerocalcare sceglie un taglio narrativo – una combinazione di narrazione e dialoghi da una parte e costruzione delle vignette dall’altra – che rompe continuamente quarte, quinte e seste pareti, con un effetto di partecipazione e immedesimazione del lettore molto forte. È questa doppia cerniera robustissima – segno grafico e costruzione della narrazione – che permette a Zerocalcare, a questo punto, di dare sfogo all’autobiografia e che gli consente di essere patetico e commovente o sarcastico o epico-morale anche nel giro di poche vignette.

E lo può fare con dei pennelli, matite, chine, un PC e poco altro.

Per il regista e gli sceneggiatori del film non era così facile. Non è impossibile inserire cartoon e personaggi reali nello stesso film – vedi alla voce Roger Rabbit – e si possono rompere le quarte preti mettendo contemporaneamente in scena icone contemporanee che fanno il verso a se stesse – vedi alla voce Margot Robbie in La grande scommessa, per esempio – ma sono operazioni costose, complesse e macchinose, e probabilmente non erano alla portata del livello produttivo de La profezia dell’armadillo Ma tolte quelle soluzioni, e non avendo a disposizione il segno grafico unificatore come nel fumetto, semplicemente tutto il fantastico, le icone della contemporaneità, le personificazioni dei fenomeni del fumetto, sono sparite, lasciando che quello che nel fumetto è un dialogo con se stesso ricchissimo diventasse un po’ il soliloquio di un burino allo sbando – per di più senza che mai si provi a rompere le pareti del racconto tradizionale.

Detto in altri termini, La profezia dell’armadillo era troppo complicata da fare al cinema. Purtroppo.

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