Due o tre cose che penso del mettere in scena futuri distopici – 1

Gradara 1In questi giorni su rpg.net (uno dei più importanti siti di lingua inglese dedicati ai giochi di ruolo) c’è tutta una discussione che riguarda la raccolta fondi su Kickstarter per la traduzione in inglese di un gioco di ruolo italiano di argomento supereroistico, Urban Heroes. La discussione è lunga venti pagine (siete avvisati) ed è piuttosto critica nei confronti degli autori del gioco. Se avete seguito altri articoli di questo blog non vi stupirà scoprire che il punto del contendere è, ancora una volta, il presunto sessismo di Urban Heroes. In realtà il punto ancora più centrale mi sembra l’accusa di avere creato un gioco che si presenta come intenzionalmente militante (antifascista, antirazzista, antisessista) ma che a causa di una insufficiente consapevolezza (politica, culturale…) manca il proprio obiettivo fino a negarlo. Uno dei punti del contendere è la supereroina con la faccia come una, ehm, vagina dentata, ma altri elementi della campagna di raccolta fondi sono stati criticati.

Non voglio in realtà entrare direttamente nella discussione perché non conosco né gli autori del gioco né il gioco stesso, ma il dibattito mi ha suscitato una serie di riflessioni e curiosità a cui voglio dedicare un po’ di spazio qui sul blog. Oggi traduco un intervento fatto nel thread (dall’utente Bruce Redux) su rpg.net perché mi sembra interessante, non riguarda solo i giochi ma la politica e le controculture in generale e voglio appuntarmelo per ricordarmelo meglio, domani racconterò di quando scrivevo avventure cyberpunk politicamente scorrette, con protagonisti dei terroristi baschi, guarda un po’.

Solo una nota: l’utente usa più volte l’espressione “shock tactics” intendendo delle tattiche di lotta politica e di dimostrazione delle proprie idee intenzionalmente controverse, come lo spogliarsi in piazza delle Femen che era stato menzionato altrove nel thread. Il termine è di origine militare e fa riferimento a rapide avanzate travolgenti del nemico, come una carica di cavalleria o l’incursione in profondità di una colonna corazzata. Nel gergo politico americano sono dimostrazioni intenzionalmente molto provocatorie, come per esempio l’esibizione di immagini sconvolgenti, e così ho preferito tradurre con “tattiche provocatorie”, “manifestazioni provocatorie” o espressioni equivalenti. Come altre volte ho inserito i link a pubblicazioni inedite in Italia.

Sul tema delle tattiche provocatorie

di Bruce Redux (chiunque egli sia)

Gradara 2Ho riflettuto un poco sul tema generale delle tattiche provocatorie impiegate contro l’oppressione. Quando ero più giovane mi sono concesso una discreta quantità di letteratura e arte provocatoria – avevo una copia dell’antologia del 1987 di Adam Parfrey Apocalìypse Culture finché semplicemente non la consumai del tutto, un sacco di William Burroughs, un mucchio del primo industriale (grazie al fu – e molto compianto –  Tetsujin 28 fui attratto dal lavoro di Trent Reznor prima che uscisse Pretty Hate Machine, e lui e un amico comune mi indirizzarono più o meno nello stesso periodo a Skinny Puppy e ad altri in quei dintorni musicali) e così via. Man mano che invecchio divento sempre più scettico sul fatto che le provocazioni in generale facciano qualcosa di più che rinforzare la legittimità delle strutture di potere esistenti agli occhi degli spettatori non ancora schierati.

E tuttavia io sono sempre più sicuro che le rivolte di Stonewall del 1969 fossero assolutamente la cosa giusta da fare. Testa mia, che mi combini? Non è la nostalgia del baby boomer, visto che allora avevo quattro anni 🙂 . E allora, cosa?

Al momento, penso che la differenza cruciale sia che alcuni resistenti stanno opponendosi, prima di tutto, per se stessi. Questo è certamente il caso della gente di Stonewall, che voleva che la polizia smettesse di molestarla e di intimidirla. Un sacco del materiale provocatorio dei miei venti e trent’anni, d’altra parte, riguarda fantasie di essere un salvatore, di intervenire a beneficio di altri. Ma il ruolo del salvatore – l’intervento dell’eroico straniero – è uno che è estremamente facile delegittimare. Se un episodio di Scooby Doo poteva terminare col cattivo che diceva: «Ce l’avrei fatta se non fosse stato per colpa di voi ragazzini impiccioni», le autorità che opprimono possono indicare le loro vittime e dire: «Non se la sarebbero scampata se non fosse stato per voi ragazzini impiccioni». Intromettersi non cambia molto nella mente degli osservatori circa la natura di coloro a favore dei quali si è intervenuti, mentre l’ergersi per resistere a proprio beneficio lo fa.

L’elemento cruciale nelle manifestazioni provocatorie, nelle quali ci si propone di offendere coloro che si meritano assai di essere disturbati, è che non vi è niente in esse che invita particolarmente, e tanto meno obbliga, a una riflessione successiva. Coloro che hanno potere e cattive intenzioni vi vedono come orribili e fastidiosi. Coloro che resistono nel proprio interesse possono non costringere i loro presunti padroni a riconsiderare, ma certamente lo rendono più probabile, come se il vostro cane o la vostra porta di casa improvvisamente iniziassero a obiettare a ciò che volete che fasciano e a chiedere qualcosa di meglio.

Ho scoperto il situazionismo nello stesso periodo in cui ho scoperto la roba del primo paragrafo, e per molto tempo ho resistito a uno degli aspetti più importanti del concetto di Guy Debord della “società dello spettacolo”. Debord, costruendo sul lavoro di Marx e di molti successori, inizia il suo ragionamento ne La società dello stettacolo in questo modo:

In società dominate dalle moderne condizioni di produzione, la vita si presenta come una immensa accumulazione di spettacoli. Ogni cosa che veniva direttamente vissuta è receduta in una rappresentazione.

Le immagini distaccatesi da ogni aspetto della vita si fondono in una corrente comune in cui l’unità di quella vita non può più essere recuperata. Visioni framemntate della realtà si raggruppano in una nuova unità come pseudomondi separati che possono solo essere osservati. La specializzazione delle immagini del mondo evolve in un mondo di immagini autonomizzate nelle quali anche gli ingannatori sono ingannati. Lo spettacolo è una inversione solida della vita, un movimento autonomo del non-vivente.

Lo spettacolo si presenta simultaneamente alla società, come parte della società, e come un mezzo di unificazione. Come parte della società è il punto focale di tutta la visione e di tutta la coscienza. Ma a causa dello stesso fatto per il quale questo settore è separato, è in realtà il dominio dell’autoinganno e della falsa coscienza: l’unificazione che raggiunge non è altro che il linguaggio ufficiale della separazione universale.

Lo spettacolo non è una collezione di immagini; è una relazione sociale fra persone che è mediata da immagini.

Si indica qui ciò che divide atti alla fin fine produttivi di resistenza provocatoria, come i moti di Stonewall da quelli alla fin fine sterili e irrilevanti come le Femen. Stonewall era una dichiarazione della legittimità e autenticità di stili di vita molto marginali da parte di persone che li vivevano nella realtà. Nessuno vive come nelle proteste delle Femen – è un atto messo in scena per attrarre attenzione. Nel fare questo esse invitano il pubblico (il resto di tutti noi) non a trasferire legittimazione dagli oggetti della loro difesa ai loro atti, ma ad applicare la natura intimamente falsa e manipolata del loro atto alla loro causa. I diritti delle donne islamiche non sono, al fondo, il diritto di andare a seno nudo e di dipingersi con oscenità, ma il diritto di vivere in pace, di perseguire i propri studi, lavori, amicizie e amori senza violenze e persecuzioni. Allo stesso modo molte altre proteste provocatorie. Prendono la situazione di persone che stanno cercando di uscire dal regno dello spettacolo e le rendono il centro del palcoscenico di questo pomeriggio al teatro principale.

Ora, detto questo, farò notare che io consumo la mia dose di horror e fantasy, anche , e non penso che sia illegittimo in sé di porsi come proprio obiettivo un gioco nel quale si interpreta qualcuno che agisce come provocatore contro tutti i mali del mondo e funziona. Certamente non c’è niente di più illegittimo in questo del dire che si sta giocando agli eroi, e che quegli eroi vanno in giro ad abbattere entità a caso, alcune senzienti e altre no, con l’obiettivo di insaccare ancora più bottino senza preoccuparsi di chi possa mai avere un diritto valido su di esso. Io guardo i cartoni animati Looney Tunes senza preoccuparmi che lo stile di vendetta di Bugs Bunny “mi hai stufato a sufficienza, perciò nella mia risposta tutto è lecito” possa minare sforzi reali di raddrizzare dei torti.

Ciò che non posso fare facilmente è trattare gli eroi provocatori come gente che dice qualcosa sul mondo reale. Trent Reznor e cEvin Key hanno fatto la loro parte nel dire cose scioccanti nella speranza, secondo le parole di un amico, scrostare la superficie dell’autoinganno e applicare la dura spazzola della realtà. Qualche volta funziona, qualche volta no. Ma io penso che molti progetti provocatori sono condannati all’irrilevanza, allo status di spettacolo, dal momento della loro concezione ideale. Qualunque divertimento possa trarre dall’idea (e certo si sovrappone con tante cose che mi sono care, come il Sabbat di Vampire: The Masquerade), semplicemente non riesce, e non può, parlare delle necessità del mondo reale. Gira tutto attorno a un mondo giocattolo.

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