Giri turistici

The white company (A. Conan Doyle, Feedbooks)

Sto leggendo, fra le altre cose, The white company , una escursione dell’autore di Sherlock Holmes nel Medio Evo; avevo letto diversi anni fa Sir Nigel, il libro precedente (anche se in realtà è un prequel scritto successivamente) e vedendo passare questo fra i miei vari e-book improvvisamente mi è venuta voglia di completare la lettura della serie.

Ho usato il termine escursione in maniera inesatta, perché la passeggiata turistica in realtà non è tanto dell’autore quanto del lettore. Conan Doyle, dopotutto, doveva scrivere per campare e, per quanto ci sembri strano, considerava probabilmente più consono alle sue inclinazioni scrivere letteratura avventurosa che poliziesca. In questo caso riprende abbastanza esplicitamente gli stilemi del romanzo storico alla Walter Scott e alla Dumas, confezionando un racconto di formazione e di educazione sentimentale di un giovane orfano cresciuto nello spazio protetto di un’abbazia e costretto improvvisamente a misurarsi col vasto mondo.

Ho letto un centinaio di pagine su quattrocento totali e l’impressione è che abbonderanno le situazioni tipiche di questo tipo di romanzo d’avventura: castelli, duelli, damigelle in pericolo, tornei e battaglie, fuorilegge della foresta e simili. Dico impressione perché al momento (ho letto più o meno un centinaio di pagine su quattrocento) non è successo praticamente niente. In compenso ci sono state centinaia di “tipiche” situazioni medievali secondo quella che doveva essere l’idea dell’epoca (che è direi distante dalla realtà più o meno quanto un film peplum è distante dalla realtà dell’antica Roma): giocolieri, arcieri, clerici vagantes, taverne, contadini, mugnai, trovatori, ministrelli, monaci, preti, cavalieri, damigelle, beffe famose, anguille, canzoni, cetre, lire, codici miniati, servi della gleba, contadini fuggiaschi, flagellanti, borghesi eccetera eccetera eccetera. In certi momenti sembra un testo scritto seguendo il vocabolario del Medio Evo: abate, abbazia, araldica

Più esattamente, in realtà, è come se Conan Doyle volesse portare i lettore allo zoo medievale: «In questa gabbia, siore e siori, vediamo un autentico abate medievale. Osservate com’è ascetico… Ora, se volete venire da questa parte, ecco a voi la Galleria degli Intrattenitori: notate la differenza di piumaggio fra i ministrelli e i giocolieri… nell’ultima gabbia a sinistra osservate un rarissimo esemplare di trovatore…».

È una operazione di fan service – ho comprato un libro di avventure medievali e voglio che ci sia il Medio Evo – con un curioso contorno didattico («vi spiego in maniera divertente com’era il Medio Evo; intrattenere per educare è il mio motto!») che nasconde, ho l’impressione, uno strano patto fra scrittore e lettore: quest’ultimo, che crede di essere competente in materia anche se ha in mente solo stereotipi romantici, è confermato dallo scrittore in ciò che crede di sapere. In questo senso Conan Doyle ricorda uno scrittore contemporaneo pur diversissimo come Salgari, il quale pure ama soddisfare il gusto dei lettori per i cataloghi: i corsari entrano nella foresta di mangrovie e partono due pagine di album botanico; Conan Doyle in questo senso è più bravo, più dinamico, presenta le varie realtà come quadri viventi: come in un giro turistico, appunto, in cui mentre passeggi a tuo agio ti guardi intorno e osservi i locali e le loro strane abitudini. Rispetto a Salgari Conan Doyle riscuote in cambio dal lettore lo spazio per squadernare alcuni punti politici tipici dell’epoca: la buona stoffa della razza anglosassone, anzitutto.

Ricordo che avevo trovato Sir Nigel divertente; questo The white company è comunque una lettura piacevole, per quanto a tratti esasperante. La mia impressione, però, è che questo suo impianto didascalico dimostri che a quella data il romanzo storico tradizionale era diventato un genere ormai esangue che non aveva più molto da dire – non a caso di lì a pochi anni il suo guscio vuoto sarebbe stato rapidamente colonizzato prima dal fantasy e poi dal vitalismo della letteratura pulp.

El capitán Alatriste (A. Perez-Reverte, C. Perez-Reverte, Delbos!llo, € 12)

Nel frattempo, per la gita con mia sorella e le nipoti ho messo in borsa El capitán Alatriste, in spagnolo. Avevo già letto il romanzo anni fa, da un po’ di tempo volevo vedere se ce la facevo direttamente in spagnolo e questa, dopo anni di giacenza sullo scaffale, mi è sembrata l’occasione giusta.

La risposta è che sì, ce la faccio: capisco due parole su tre, ma è sufficiente per seguire la trama e man mano il vocabolario, ovviamente, aumenta: quando uno ha scrollato gli hombros ho avuto conferma che erano gli omeri e che quindi scrollava le spalle; ero solo un po’ confuso perché Gualterio Malatesta asesinaba por la espalda: si vede che come in sardo ci sono diciassette parole diverse per indicare la pecora, in spagnolo hanno molti tipi di spalle diverse – che trovi delizioso rendermi conto di queste piccole differenze è piuttosto tipico di me, credo.

Capisco comunque abbastanza per rendermi conto che Perez-Reverte scrive benissimo (se non capisco male Carlota, che qui è accreditata come coautrice, ha contribuito all’ideazione e alla ricerca storica; nella mia edizione italiana come autore era indicato solo il padre): è bravo a tratteggiare personaggi e situazioni con grande economia di mezzi, ha un lirismo epico trattenuto e temperato da un umorismo autoironico. Se le radici di Conan Doyle vanno a Walter Scott, Perez-Reverte pesca palesemente nella tradizione della scuola dei duri americana, con quel tanto di adattamenti necessari al passaggio da poliziesco a cappa e spada. Il romanzo, oltre che scritto benissimo, è anche molto divertente e coinvolgente, e insomma sono molto contento.

Leggere i due romanzi in parallelo è molto interessante. Sono, ovviamente, diversissimi: fra il divertito e compiacente racconto avventuroso medievale e la secchezza e la brutalità di un romanzo di cappa e spada dalle pretese realistiche c’è un abisso. Per di più, ho preso Alatriste per le mie sperimentaizoni di spagnolo perché pensavo che averlo già letto mi favorisse: in realtà scopro che non mi ricordo niente della prima lettura e al momento sono anche qui ancora all’inizio, con la differenza che il libro è comunque più breve e in una cinquantina di pagine mi pare che Perez-Reverte abbia già messo in campo tutte le sue pedine.

Quello che c’è in comune, però, è la stessa sensazione che lo scrittore, oltre a volerti raccontare la storia, voglia prenderti per mano e farti visitare il posto. È qualcosa di più di quanto è normale aspettarsi da un romanzo storico, perché è esplicito: per dire, nel Nome della rosa Eco si preoccupa moltissimo di descrivere l’ambiente medievale, ma non ti dice mai: «Perché all’epoca le cose erano così e cosà…», l’approccio è quello che certuni che ne sanno chiamerebbero show, don’t tell, “mostra, non spiegare”»”: è il romanzo stesso, coi suoi avvenimenti. i suoi personaggi e le sue situazioni a descrivere l’epoca a chiarire l’opinione dell’autore. Conan Doyle non lo fa perché alla sua epoca le regole erano diverse; questo tipo di didascalismo, però, oggi non dovrebbe essere permesso ed è abbastanza strano che Perez-Reverte lo mostri; non è tanto che metta in mostra rapidamente tutta una carrellata di caballeros, hidalgos e soldados viejos: quelli sono ingredienti classici del genere e vanno benissimo; magari che sia già apparso il fanatico dell’inquisizione è un po’ più banale, ma pazienza; quello che magari pesa un po’ di più è che ogni dieci pagine l’autore si senta in dovere di dirci esplicitamente com’era il secolo.

Talvolta questo tipo di descrizioni servono a fissare l’ambiente e definire i personaggi. Per esempio, dopo aver raccontato che Alatriste si guadagnava la vita come spadaccino a pagamento aggiunge

Oggi è facile criticare; ma a quei tempi la capitale di tutte le Spagne era in posto dove bisognava camparsela a pezzi e bocconi, in un angolo in mezzo al balenare dell’acciaio.

che serve a fissare il tema picaresco. Poco oltre, spiegando il grado di Alatriste,

Capitano per un giorno, di un plotone condannato a morte che se ne andò all’inferno vendendo cara la pelle, uno dopo l’altro, con il fiume alle spalle e bestemmiando in buon castigliano. Cose della guerra di Fiandra. Cose di Spagna.

precisa il tema, sostanzialmente, come il rovescio della medaglia delle glorie di Spagna (oltre che evidenziare un certo taglio virile, hombres con cojones, arrivederci all’inferno eccetera).

Va tutto bene, e la prima volta che si allarga

In quel tempo, qualunque cosa della corte di quel Re di quel Re giovane, simpatico, donnaiolo, pio e fatale per le povere Spagne che fu il buon don Filippo Quarto poteva essere comprata; anche le coscienze.

la cosa funziona, perché spiega le difficoltà in cui si muove Alatriste.

La seconda, terza o quarta volta non funziona più: è inutile e pesante. E sorprendente, perché l’unico scopo, come col vecchio Conan Doyle, è soddisfare una compiacenza fra scrittore e lettore che non dovrebbe appartenere al romanzo d’avventura contemporaneo. Del resto Perez-Reverte in qualche modo si tradisce fin dal primo degli esempi che ho fatto: quel ahora, «oggi è facile criticare», è incongruo: Iñigo, la noce narrante, è un ragazzino nel romanzo, circa nel 1622, ed è adesso anziano: non mi pare probabile che, poniamo, circa cinquant’anni dopo la Spagna sia diventato un luogo meno turbolento: quell’ahora è riferito alla contemporaneità, e al lettore.

Con tutto questo, sinora la lettura è molto piacevole e il congegno narrativo funziona più che bene. Ho visto che a poco prezzo c’è una raccolta di tutto Alatriste e penso che me la procurerò; vedo anche che il personaggio è stato anche portato al cinema niente meno che da Viggo Mortensen e cercherò di guardarmi anche quello. A suo tempo, fra l’altro, avevo letto anche L’ombra dell’aquila, di Perez-Reverte, un divertito bozzetto napoleonico, che mi era piaciuto molto, quindi per un attimo ho pensato che avrei potuto cercare qualcos’altro dell’autore – esplorare qualche altra serie. Avevo però un mezzo dubbio, forse un ricordo latente, o una impressione di nazionalismo spagnolo nella precedente lettura di Alatriste, e quindi prima ancora di frugare bibliografie ho cercato Wikipedia. Ci trovo:

Negli articoli che pubblica ogni domenica sulla rivista XLSemanal, critica aspramente la postmodernità, il politically correct, l’ideologia di genere, il neoliberismo, il neoconservatorismo, la pedagogia critica, l’Unione Europea, il linguaggio inclusivo e il pensiero woke.

Hmm, credo per prudenza che mi limiterò al 1600…

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