Troppo scura per tutti i gusti

Il solito aggregatore di notizie mi ha passato, l’altro giorno, la notizia che Jennifer Aniston ha posato per la rivista In Style in occasione dei suoi cinquant’anni. La Aniston è sempre bellissima, la sua carriera procede spedita sotto punti di vista molti diversi, e insomma era l’occasione di celebrarla e di scrivere un po’ di banalità su una donna che ha attraversato diverse fasi culturali rimanendo un’icona, su come i cinquant’anni oggi siano appena l’inizio della parte migliore della tua vita, su come avere una pelle meravigliosa, su come mantenersi giovani – evitando di parlare di tutti proprio tutti i mezzi da utilizzare – e cose così.

“Pupa eterna”

Purtroppo tutta la celebrazione è stata rovinata da una polemica piuttosto feroce legata a una delle cinque foto a corredo dell’articolo, quella che vedete qui sopra. Le varie foto riprendevano pose di bellissime donne degli anni ’60 e ’70, come la Deneuve, Verushka, Lauren Hutton, Brigitte Bardot e Charlotte Rampling. Quella in discussione, ispirata a Verushka e all’ossessione per l’abbronzatura degli anni ’60, non è piaciuta.

Evito appositamente di dire: non è piaciuta ai fan. Chi può mai sapere chi sono i fan, quanti sono e cosa pensano? Piuttosto, un certo numero di persone su Instagram hanno trovato da ridire e l’hanno scritto a commento delle foto pubblicate da In Style: Jennifer era troppo scura.

La recriminazione non era tanto basata su criteri estetici, e neppure aveva a che fare con il trucco elaborato – o con la chirurgia estetica – che nasconde artificialmente i difetti di una donna che ha pur sempre cinquant’anni. O meglio: anche queste cose sono state discusse, ma il problema era principalmente ideologico e aveva a che fare con questioni, sostanzialmente, di tipo razziale.

In cui si fa una parentesi terminologica

Il blackface è stato un elemento culturale tipico del XIX e XX secolo per il quale, all’interno di contesti musicali o teatrali o cinematografici, attori bianchi interpretavano il ruolo di africani o afroamericani scurendosi la faccia e assumendo altre caratteristiche fisiche stereotipate (capelli ricci, labbra rosse molto pronunciate, denti bianchissimi). Come tutti i fenomeni culturali durati a lungo e che hanno attraversato luoghi e culture diverse è difficile dare un giudizio uniforme sul fenomeno: c’era dentro la pura e semplice derisione, la stereotipizzazione di culture complesse fino a farle diventare pure e semplici macchiette, il fatto che in vari casi gli artisti neri erano emarginati e sostituiti da bianchi travestiti e il fatto che la cultura nera era saccheggiata dai banchi, ma anche contaminazioni culturali che funzionavano nei due sensi, puro gusto del travestimento, tradizioni popolari molto antiche e un sacco di altre cose.

Negli Stati Uniti alcune manifestazioni di blackface sono tabù dal tempo delle lotte per i diritti civili e la parità razziale: alcune meritatamente e altre perché, semplicemente, non più considerate di buon gusto o interessanti. Negli ultimi tempi il bigottismo dei talebani del politicamente corretto ha incrociato il tema con quello più ampio dell’appropriazione culturale [ho messo il link a Wiki in inglese perché la corrispondente voce italiana liquida troppo sbrigativamente e negativamente il concetto; su Il Tascabile Giulia Blasi offre una visione in italiano più completa di Wiki, partendo da un famoso discorso della scrittrice Lionel Shriver che anche io avrei voluto tradurre da tempo; la buona educazione di sinistra della Blasi le impedisce di essere tranchant come le esagerazioni nell’applicazione del concetto meriterebbero e si preoccupa di non mostrarsi troppo d’accordo con la Shriver, ma l’articolo non è male, NdRufus]. Allargando il campo a includere oltre agli afroamericani anche latino e asiatici il blackface è diventato, più genericamente, brownface.

Tornando a Jennifer

Già meno scura

Il dibattito on line, devo dire, era abbastanza demenziale. Alla linea di attacco: avevamo chiesto più spazio per le donne di colore, non per le donne colorate la risposta difensiva dei fan è stata, sostanzialmente: è greca, i mediterranei si abbronzano di più. Il che è in parte vero: ieri ero a una riunione e notavo che un buon paio di signore presenti (peraltro di sinistra) sfoggiavano il colorito che solo gloriose abbronzature al Poetto possono dare, a cui erano stati sovrapposti accurati strati di fondotinta, per un risultato non molto dissimile da quello di Jennifer; l’unica signora non truccata e non abbronzata aveva un colorito naturale più scuro di quello delle altre. L’obiezione reggerebbe, insomma, se non fosse che Aniston è comunque palesemente truccata: ma lo è troppo? Questo è il tema: c’è una sfumatura di colore che se uno non ce l’ha naturalmente non se la può mettere – e nemmeno abbronzarsi fino a – perché è di proprietà razziale di altri? Boh.

Naturalmente, non era tutto qui. Il colore marrone in fondo non piace neanche a quelli che stanno all’estremo opposto dello spettro (gioco di parole voluto) politico, i quali naturalmente si chiedono perché tutta questa insistenza nel dare spazio alle donne scure, sovvertendo i canoni tradizionali di bellezza ariana.

Il tema, in realtà, va a inserirsi su un argomento sensibile per la cultura ispanica, che è quello che essere latino o avere look esotici vende: il tema non riguarda la Aniston, che casomai ambisce a sembrare una pupa californiana ipersana e iperabbronzata, ma tutta una serie di figure che in qualche modo entrano – secondo certi abusivamente – nel mercato. La standardizzazione dell’offerta porta naturalmente alla costruzione o al rafforzamento di stereotipi: tutti gli ispanoamericani sono calienti e sensuali (però – o forse per questo – non fanno nulla tutto il giorno), gli piace la salsa anche se sono andini e festeggiano el dia de los muertos anche se sono cileni.

La più discussa esponente di questa categoria, scopro, è Ariana Grande, che giusto un mese fa ha subito accuse simili a quelle di Aniston per un’altra copertina, questa volta su Vogue, ma che è da tempo sotto i riflettori per un cambio progressivo di look. La linea di difesa dei sostenitori di Grande è simile a quella proposta per Aniston: è italiana, e gli italiani diventano scuri, al sole. La controrisposta, vedo, è sul genere di: lo sanno tutti che gli italiani sono bianchi! Infatti sono caucasici (la famiglia di Ariana Grande è metà abruzzese e metà siciliana, certo non caucasica – ammesso che il termine abbia un senso – del genere nordeuropeo).

Essere severi ma giusti

Se perdo tempo con questa storiella è perché ne emergono alcuni elementi di giudizio su questo tipo di dibattito culturale che, mi pare, dovrebbero portare a condannarlo senza appello.

Prima di tutto andrebbe fatta la tara alla rilevanza, e a cascata si dovrebbe dare un giudizio severissimo sui media tradizionali, che magari si riempiono la bocca con le fake new dei social. I commenti critici su Instagram erano, alla fine, una minoranza. Magari in un mare di cuoricini e altri emoticon erano gli unici interessanti e sui quali si potesse discutere, ma rimangono comunque minoranza. Ma questo non l’ha detto nessuno. Quello che è passato è che è scoppiato un putiferio. In Italia, nei media che hanno riportato la storia, la discussione americana è diventata a senso unico: Aniston sarebbe stata messa in croce dai fan, le voci a difesa sono scomparse, era certamente colpevole di blackface e il blackface è sempre una pratica profondamente razzista.

E tanti saluti all’informazione.

Il secondo aspetto è l’ignoranza crassa degli autonominati difensori del politicamente corretto che sono saltati su in quest’occasione (vale anche per molte delle polemiche su Ariana Grande). Se uno è caucasico deve essere alto e biondo forzatamente. L’idea che, poniamo, tre quarti della popolazione sarda, soprattutto coloro che fanno una vita mediamente all’aria aperta, possa avere per lunghi periodi dell’anno un colore di pelle che negli Stati Uniti li classificherebbe direttamente come latino (guarda caso) non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello. Quelli che se la prendono con le stereotipizzazioni vivono anche loro, in realtà, di stereotipi.

Stereotipi razziali, oltretutto. E questo è l’altro punto estremamente critico: tutta questa discussione poggia sulla assunzione implicita che le razze esistano. C’è l’aggravante che, oltretutto, si usano classificazioni del tutto spurie come, appunto, caucasico, ma il punto centrale è che per puntellare parte importante dell’architettura del concetto di appropriazione culturale occorre rivolgersi a materiali razziali, quando non decisamente razzisti. Si vede bene quando, in mancanza di meglio, ci si rivolge a criteri che sono puramente fenotipici, cioè esteriori: il colore della pelle indica l’appartenenza.

Quando ero più giovane era molto sentito il tema dell’apartheid sudafricano. Ricordo bene che, al termine di un incontro di sensibilizzazione, una ragazza che era con noi e che aveva un colorito molto olivastro si fermò a baciare il ragazzo, che aveva una carnagine molto più chiara. Il relatore, che aveva esperienza sul campo, ci fece notare che in Sudafrica per una cosa del genere avrebbero avuto fastidi dalla polizia, magari anche gravi: perché quello che contava non era la nazionalità ma semplicemente l’aspetto: e lei sarebbe stata classificata come un’asiatica che si intratteneva con un bianco. Qui non siamo molto lontani dal Sudafrica.

Il realtà, se si seguono quelli che nella polemica fanno il passaggio dal caso specifico del blackface a quello generale dell’appropriazione culturale si vede bene che esprimono un pensiero che, dalla base inconsciamente razzista che confonde nazionalità, razza, cultura e semplice fenotipo, trascende a contenuti complessivamente nazionalisti: la cultura è sempre di tipo proprietario e, complessivamente, riservata ad alcuni eletti che ne hanno titolo per sangue: chi non è del sangue non può accedervi: è per questo che qualunque argomentazione basata su argomentazioni come il meticciato, l’interculturalità o la contaminazione cade, in questi casi, nel vuoto: ci si muove su piani assolutamente destinati all’incomprensione reciproca. In termini di dibattito politico fuori degli Stati Uniti, naturalmente, questo dovrebbe indurre a una certa cautela, a sinistra, alla accettazione acritica di categorie come quella dell’appropriazione culturale.

L’ultima osservazione è sulla assoluta assenza, dal dibattito, di qualunque riflessione sulla società dello spettacolo e sulla mercificazione. Il problema, in realtà, emerge di striscio: perché Ariana Grande ha cambiato tanti look nel corso degli anni? Perché si propone come merce appetibile e deve stare al passo del mercato. Qual è la merce? Non è l’essere latina: è l’essere una donna giovane desiderabile perché, oltre che semplicemente bella, è esotica, ma di un esotismo meticcio e superficiale in cui, a livello globale, ciascuno può trovare qualcosa di vagamente familiare: il modello, cioè, è sempre quello patriarcale dell’uomo che desidera la donna oggetto, solo cucinato in una salsa che ne permetta la vendita a tutte le latitudini. Ma anche quando non si vende la bellezza femminile, funziona per tutti. Prima dell’era del reggaeton Eros Ramazzotti (tra l’altro uno che sfoggia abbronzature ben oltre la terracotta senza nessuna artificialità e senza farlo apposta per sembrare nessuno) ha spostato il suo brand di musica pop neomelodica italiana verso una classificazione globale latina – semplicemente traducendo le sue canzoni in spagnolo – perché evidentemente così vendeva meglio. Non ha mai finto di essere ispanoamericano: il mercato ha determinato la collocazione merceologica più adatta.

Se pensate che siano cose senza conseguenze…

Dite: te la prendi per minuzie. Cose che non interessano nessuno. Beh, non è proprio così: mentre preparavo questo articolo Justin Trudeau, uno dei leader mondiali dell’area liberale, ha visto la sua campagna elettorale turbata da un’accusa di blackface – più che un’accusa, la realtà – e si è dovuto scusare. I travestimenti sono legati alla partecipazione a un talent in cui faceva il finto cantante giamaicano, a una festa in maschera in cui faceva Aladino e a una terza occasione sempre abbastanza carnevalesca. Gli costerà la rielezione? In realtà le critiche a Trudeau riguardano anche altre questioni, ma una personalità già un po’ graffiata può subire danni notevoli da questo tipo di polemiche ulteriori, per questioni che a noi sembrano, e secondo me sono, piuttosto innocue.

D’altra parte, quando avevo otto anni mi feci fare da mia nonna un bellissimo vestito da Sandokan per Carnevale. Mi scurii la faccia con i trucchi di mia madre e mi feci barba e baffi col carbone.

Meglio che faccia scomparire quella foto.

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Un pensiero riguardo “Troppo scura per tutti i gusti

  • 20/09/2019 in 16:52
    Permalink

    Se per i social justice warrior non si può più beneficiare degli effetti della melanina (anche se corretti col fondotinta o col Photoshop, per risolvere difetti di texture della pelle) vale sicuramente la pena rispolverare il proverbio “Chi non sa cosa fare (del proprio tempo) gratta il sedere ai cani”.
    Ritenere che i problemi del razzismo si risolvano con argomenti razzisti fa pensare a quella citazione “Se usando la violenza non ottieni nulla, non ne stai usando abbastanza”…

    L’argomento è interessante, a essere sterile è la polemica, che mi è totalmente sfuggita. 😛

    Risposta

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