Le mutande della monaca

Il teatro medievale: 1 – Rosvita di Gandersheim

Il teatro medievale: 2 – Le sacre rappresentazioni

Riascoltando le due puntate di Oggi parliamo di libri dedicate al teatro medievale ho una certa esitazione, che del resto mi ha accompagnato anche quando le ho preparate: il dubbio di essere stato, come dire? un po’ troppo agiografico.

Nella società medievale la Chiesa ha un ruolo fondamentale e il teatro, in quanto espressione sociale, non poteva non esserne influenzato. Sono abbastanza convinto di essere stato nel giusto quando per il declino del teatro classico nell’alto Medio Evo (o nella bassa antichità, boh) ho provato a spostare l’attenzione dai meccanismi culturali (la polemica cristiana antipagana) ai fenomeni di storia materiale: la decadenza delle città, per esempio, la nuova struttura aristocratica della società e la centralità della corte. Meno convinto, nella prima puntata, del valore dell’operazione culturale fatta dalla badessa Rosvita: non sarà piuttosto, mi sono chiesto, il suo volgere Terenzio in termini cristiani un’operazione analoga a quella di Daniele da Volterra, che mise le mutande a tutti i personaggi del Giudizio Universale di Michelangelo e per questo è chiamato il Braghettone? Alla fine ho deciso di no, ma certo il dubbio era legittimo.

Più facile è stata la decisione nella seconda puntata: i drammi sacri pescano così ovviamente in una dimensione culturale profonda, ricchissima e sfaccettata che non si può pensare che fossero semplicemente manipolazioni didattiche di un popolo passivo; c’è molto di più di un semplice utilizzo da parte di élite clericali per trasmettere un messaggio religioso e il caso di San Francesco è esemplare: Francesco era un grande didatta ma anche un uomo profondamente medievale, e il presepe è prima di tutto espressione della sua pietà personale.

Certo nella puntata non mi sono potuto dilungare e non era possibile indagare le dimensioni di conflitto di potere che si agitano attorno al teatro – come ad altre occasioni pubbliche medievali – e che sono evidenti in manifestazioni come, per esempio, la festa degli asini o dei folli. Ma il tema è appunto di tensione sociale fra classi diverse interne alla cristianità e non di conflitto fra un clero alto istruito e un popolo ancora paganeggiante. Lo dico perché studiando per l’occasione mi sono imbattuto in un numero impressionante di ricostruzioni culturali del Medio Evo che ripetono paro paro interpretazioni storiche di due o tre secoli fa. Proprio sulla festa dei folli l’idea della polemica sul teatro fra cristianesimo e paganesimo mi sembra citata a sproposito: e corrisponde, mi sembra, a visioni ingenue molto dipendenti, fra l’altro, dall’idea illuministica di secoli bui dominati dalla credulità e da un’idea romantica popolata di roghi e inquisitori. Detto in altro modo, quando la facoltà di teologia di Parigi nel 1400 (cioè in un periodo molto tardo) attacca la festa dei folli perché paganeggiante io ci vedo il tentativo di uno stato centralista e dei suoi intellettuali di eliminare un’altra frangia di eversione potenzialmente incontrollabile utilizzando argomentazioni socialmente riconosciute, non una preoccupazione religiosa prima di tutto.

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