Chi fermerà la musica?

La famiglia Belier (Éric Lartigau, Francia 2014)

Ho visto subito dopo Pasqua questa divertente commedia francese, piena di invenzioni e di buoni sentimenti.

Forse troppo piena: perché la storia di Paula, unica dotata della voce – e che voce! – in una famiglia di sordi (papà, mamma e fratellino) è certamente una trovata notevole e se ci si aggiunge il fatto che il professore di musica della scuola scopre ben presto che la ragazza ha una voce splendida e potenzialmente potrebbe diventare una grande cantate la trama è ricchissima di possibilità di sviluppo, che il regista sfrutta con equilibrio senza mai troppo indugiare nella farsa o al contrario nel patetico. Però l’equilibrio appare, a tratti, un po’ troppo gelido e le invenzioni e le gag tutte così appropriate e ben inserite da testimoniare di una grande abilità dello sceneggiatore (che poi in realtà sono due: Victoria Bedos e Stanislas Carré de Malberg) ma anche di una certa meccanicità; e ci sono nel film più di un paio di momenti di grande cinema che però sono giusto quel tanto telefonati – certo non prendono lo spettatore a tradimento! – da rischiare perfino di essere irritanti.

Il tutto naturalmente non inficia poi tanto il valore del film, che rimane davvero divertente, interessante, coinvolgente e merita senz’altro la visione, ma lo scalfisce (o forse lo ottunde) quel tanto che basta per far sì che un pochino, nei giorni dopo la visione, si attenui nel ricordo e faccia avvertire la mancanza di quel guizzo definitivo che lo avrebbe reso magistrale.

Il che non vuol dire, però, che qualcosa del film non sedimenti nel ricordo, e quel qualcosa è la musica. I brani che il professore insegna a Paula, così come il concerto preparato dal coro di cui la ragazza fa parte sono tutti appartenenti al vastissimo repertorio di Michel Sardou e, devo dire, l’affettuoso e insistito omaggio a questo colosso della scena musicale francese che vabbe’, avrà anche scritto una delle sue canzoni più famose con Toto Cutugno, ma la sua musica funziona, eccome se funziona. Ed ecco, allora, che mentre nel ricordo tante cose del film svaniscono ti sorprendi a canticchiare inaspettatamente tra te e te La maladie d’amour. Alla fine, insomma, la colonna sonora diventa un ulteriore protagonista e addirittura il più importante (Sardou meriterebbe il nome nei titoli di testa, tanto la sua presenza incombe) tanto che se ci si ripensa ci si rende conto che man mano che il film procede regista e sceneggiatore si sono concentrati su questo abbandonando progressivamente gli altri attori e le loro vicende, i rapporti interni alla famiglia, le peripezie politiche della cittadina, la storia d’amore, gli adolescenti e le loro incertezze e (quasi) tutto il resto.

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