Critical Assembly

Nei primi anni ’80 ero abbonato a una rivista di giochi di ruolo, White Dwarf, su cui veniva pubblicata regolarmente Critical Mass, una rubrica di recensioni di libri fantasy e di fantascienza che mi piaceva molto. L’autore era uno scrittore inglese di fantascienza, Dave Langford (il suo sito è citato nel mio blogroll).

Devo dire che non credo che Langford abbia mai raggiunto la fama come autore ortodosso di fantascienza: il suo punto di forza era, casomai, nella capacità di satireggiare i colleghi con delle parodie dello stile altrui che sembravano più vere dell’originale. Non a caso il titolo di uno dei sui libri più noti fa più o meno (ehm) La guida del dragostoppista al campo di battaglia dell’incredulo sul confine di Dune: l’Odissea.

Ma soprattutto Langford è un critico letterario piuttosto solido e un maestro della recensione breve. Humour tagliente, capacità mimetica, giudizi molto ben fondati e competenza enciclopedica nel campo della fantascienza gli hanno valso qualcosa come quindici premi Hugo e facevano della sua rubrica una lettura molto interessante.

Questa estate ho sentito forte l’insoddisfazione per il predominio nella discussione sul genere in Italia dei siti di critica negativa o di quelli al contrario specializzati in fan service (dove il service è normalmente rivolto più all’autore che al fan, quando non è l’autore che si loda direttamente da solo, sotto mentite spoglie).

Così, trovandomi senza critici di riferimento e dovendo ricorrese al fai-da-te mi sono deciso a rimettere mano alla mia formazione critica; non avevo voglia di affrontare Damon Francis Knight né la consigliatissima scuola di Chicago, che non mi ispira molta fiducia, e mi è tornato in mente Langford, di cui per fortuna esiste una raccolta critica che comprende, appunto, tutte le uscite su White Dwarf (dal marzo 1983 all’ottobre 1988) più quelle su un’altra rivista, GamesMaster (dal 1989 fino al 1991).

È stata una lettura interessante e per molti aspetti sorprendente. La prima sorpresa riguarda il mercato di riferimento. Nella mia ingenuità avevo creduto che il mercato editoriale anglosassone fosse un unicum che univa le due sponde dell’Atlantico. Può darsi che adesso sia così, ma ai tempi certamente no e fa una certa impressione vedere scritto: cercate questo libro nelle librerie più fornite che importano dall’America, una frase che credevo fosse riservata agli appassionati del genere italiani. È per questo che nelle recensioni di Langford gli autori inglesi hanno un peso molto maggiore (Brian Aldiss e Ian Watson sono i due più lodati) e ci sono dei curiosi sfasamenti temporali: veniamo avvisati che un certo romanzo ha vinto il premio Hugo, ma la recensione effettiva compare solo successivamente, diverse rubriche dopo, al momento della edizione inglese.

Il periodo di pubblicazione di Critical Mass era un momento di passaggio nel mondo della fantascienza: mostri sacri come Asimov, Heinlein, Sheckley, Silverberg, Herbert, Clarke e Zelazny sono citati quasi sempre perché impegnati a cavare sangue dalle rape, prolungando le loro serie di successo oltre ogni limite, o per notare mestamente che la scintilla si è ormai spenta in loro. Chi se la cava meglio, complessivamente, è Asimov, Zelazny sta direttamente nel girone dei perversi, come pure Clarke, che peraltro all’epoca affittava il suo nome a ghost writers appena cammuffati. In questa categoria rientra, e la cosa può far discutere, Adams, i cui seguiti della Guida galattica non sembrano commuovere Langford più di tanto.

A fianco a questi dinosauri in via di estinzione è stato divertente esser rimesso faccia a faccia con fulgide stelle oggi dimenticate, come Stephen Donaldson e il suo Thomas Covenant, un autore il cui successo in Inghilterra all’epoca è paragonabile a fenomeni come Harry Potter e ora è giustamente ridimensionato: la sua prosa turgida e altisonante e i roboanti dilemmi morali del suo protagonista sono oggetto di più di una frecciata di Langford. Donaldson non è però il bersaglio più ferocemente attaccato in maniera ricorrente: questo titolo di dubbio merito va, ex aequo, a Ron Hubbard e alla sua Battaglia per la terra (Ron Hubbard! Fantasmi dal passato!!) e al diabolicamente prolifico Piers Anthony.

Nel frattempo questi sono gli anni della nascita del cyberpunk: Neuromante è lodatissimo, ma Giù nel ciberspazio è ritenuto più romanzo (una valutazione che probabilmente è corretta  e che mi suggerisce che una rilettura magari è necessaria) e l’antologia della Notte che bruciammo Chrome, pur consigliata, sembra avere suscitato qualche dubbio. Sterling e gli altri epigoni del genere ottengono di solito buone recensioni. L’altro fenomeno del periodo, Orson Scott Card con il suo Ender, ottiene grandi lodi per il romanzo di esordio, una critica feroce per Il riscatto di Ender (che a me era piaciuto) e una riluttante approvazione per Xenocidio: non sono sicuro di concordare, ma sul Riscatto mi ha messo una pulce nell’orecchio che comporterà, credo, una rilettura.

Langford è, primariamente, un appassionato di fantascienza: è evidente dall’andamento della rubrica che, essendo i lettori di White Dwarf principalmente giocatori di D&D, la redazione pretenda una equa rappresentanza di romanzi fantasy e, oltretutto, improbabili collegamenti fra i libri presentati e la possibilità di utilizzarli per giocare, due vincoli che evidentemente pesano a Langford e di cui si libererà del tutto col passaggio a GamesMaster. Il fantasy è presente quindi in maniera ridotta rispetto alla fantascienza, e oltretutto Langford tende a privilegiare ciò che è meno mainstream: rientra così nel fantasy anche l’horror e quello che in Italia si chiama di solito fantastico, compreso Calvino, consigliato calorosamente per Se una notte d’nverno…; se non ho calcolato male insieme con l’Eco de Il pendolo di Foucault – stroncato – sono gli unici non anglosassoni di tutta la raccolta, con il polacco Lem, che però è un autore di fantascienza “classico”.

Insomma, dei romanzi della mia formazione fantasy, cioè quelli che leggevo negli stessi anni, compare molto poco. A quanto pare draghi, elfi, oscuri signori e… trilogie venivano scartati in partenza, quindi effettivamente rimane un po’ poco… Gene Wolfe è l’unico davvero lodato, per il suo Ciclo del Nuovo Sole – anche se con gli anni mi pare che Langford diventi più freddo. Un’altra serie che di di solito è approvata è il ciclo dei Mitago di Holdstock (un inglese), da cui mi sono sempre tenuto alla larga e che forse adesso avrà un’altra possibilità, come Barbara Hambly nelle sue varie incarnazazioni, un’altra autrice a cui Langford riserva sempre recensioni positive.

Wolfe, Holdstock e Hambly non sono fra i miei autori preferiti: lo è invece Jack Vance, che negli anni ’80 pubblica tutta la serie di Lyonesse. Sulla serie Langford è abbastanza tiepido, un giudizio che dopo aver letto il Vance dei primi anni tendo a condividere… in parte. Eddings è stroncato, sia pure sulla base di uno solo dei libri del Belgariad, e così pure Morwood, un autore minore che per coincidenza sto rileggendo in questi giorni. Delle mie letture giovanili compare solo il Brunner del Traveller in Black, (approvato); di quelle più tarde Samuel R. Delany: entrambi sono, come si vede, autori fantasy non convenzionali. In questo campo, comunque, il bersaglio preferito di Langford è Anne McCaffrey, un’autrice zuccherosa che l’attuale passione per il paranormal romantic dovrebbe spingere a rivalutare e a cui Critical Mass riserva frecciate continue.

Ma l’autore fantasy di gran lunga più lodato, e che inizia la sua ascesa proprio negli anni ’80, è Terry Pratchett: ogni sua uscita è accolta da boati di giubilo. All’epoca non ero affatto d’accordo, ma negli ultimi due-tre anni sto rileggendo in ordine tutto il ciclo del Mondo Disco e devo dire che la maestria di Pratchett è effettivamente indiscutibile.

Insomma, leggere Critical Assembly mi ha dato la stessa sensazione della rubrica originale negli anni ’80, in cui venivano citati continuamente autori di cui non avevo mai sentito parlare, tranne alcuni; così anche adesso, anche se le mie letture si sono estese e ho una comprensione più ampia del genere. Però Langford è un affabulatore, i suoi giudizi generali su fantasy e fantascienza sono sempre precisi e quindi per gli appassionati la lettura è consigliata; per tutti gli altri è abbastanza specialistica.

Rimane solo un piccolo problema. Ora, io mi ricordavo benissimo di avere letto una buona serie di recensioni di altri romanzi fantasy che in Critical Assembly non sono riportati. Ho pensato che fossero nelle ultime puntate e sono andato avanti. Poi ho pensato di avere saltato delle pagine e sono tornato indietro. Ho controllato l’indice analitico. Niente.

«Diavolo di un Lagford», ho pensato, «vuoi vedere che erano recensioni obbligate dalla redazione di White Dwarf e che appena potuto le hai eliminate?». La megalomania di Langford (la verità si dica) mi faceva sembrare la cosa improbabile. Alla fine, esasperato, ho cercato le recensioni di cui mi ricordavo su Google (quante recensioni ci saranno di Paksenarrion, figlia del pastore?). E lì ho avuto la sorpresa più grande: la rubrica che ne parlava e che ricordavo non era Critical Mass, ma The role of books di John C. Bunnell, il concorrente di Langford su Dragon, l’altra rivista di giochi di ruolo a cui ero abbonato e che avevo del tutto rimosso. Dalle nebbie del passato emerge un altro critico su cui ho formato il mio gusto, e che avevo del tutto scordato, schiacciato dalla personalità, ben maggiore, di Langford…

Di Bunnell non esiste una raccolta critica, ma niente paura… ho le riviste originali!

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6 pensieri riguardo “Critical Assembly

  • 09/10/2012 in 12:59
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    Beh per pubblicare libri in Inghilterra all’epoca dovevi importarli da oltremare ed aveva un costo (ovviamente adesso che si può andare anche di formati elettronici questo diminuisce molto). Tant’è vero che l’attività iniziale della Games Workshop era stata il ripubblicare in Inghilterra i manuali di D&D (e di altri giochi di ruolo) dato che costava meno che importarli via nave.

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  • 09/10/2012 in 13:32
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    Infatti, ma all’epoca non mi ero reso conto.
    Sicuramente in parte è ancora così e questo determina, per esempio, anche la disponibilità di libri in inglese in Italia, posto che il distributore principale è, credo, Penguin. Quindi nelle nostre librerie si trova, sostanzialmente, ciò che è in cima alle classifiche inglesi, non statunitensi. Ovvio che chi usa Amazon non se ne accorge ed è per questo che ogni tanto ti stupisci di come mai non si trovi niente di un autore che sai che in USA ha molto successo.

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