Limerick

Qualche giorno fa alla radio mi è capitato di sentire per caso alla radio Un signore di Scandicci di Sergio Endrigo, che non conoscevo.

Devo dire che ho sentimenti ambivalenti sulla canzone: da una parte da quando ho raggiunto l’età della ragione penso che Endrigo avrebbe meritato un maggiore e più duraturo successo come chançonnier, e questo album – la canzone è tratta da Ci vuole un fiore, e peraltro ebbe, soprattutto la canzone che gli dà il titolo, un enorme successo – ha il sapore un po’ malinconico di un cantante costretto ad aggrapparsi alla fama ottenuta con La casa per mantenersi a galla, dato che a Sanremo non riusciva più a sfondare. D’altra parte sono tutti testi di Rodari, alla musica collabora Bacalov, in realtà c’è all’epoca tutta una tendenza rispettabile di grandi musicisti prestati all’intrattenimento per ragazzi (penso a Lino Toffolo e Lauzi di Johnny Bassotto e La tartaruga) e insomma, ad avercene, di operazioni di sopravvivenza di questo genere.

Ma quello che volevo dire in realtà è che quando ho sentito la canzone ho detto: «Ma questo è un limerick!».

Il limerick è una tipica composizione poetica umoristica inglese che prevede uno svolgimento in cinque righe con uno schema di rime AABBA, quindi in realtà il mio riferimento non è proprio esatto, dato che Rodari usa uno schema AABAA, però credo che la fonte di ispirazione sia evidentemente quella, a partire dalla prima riga nella quale viene identificato un soggetto del racconto e un luogo geografico, come in questo classico esempio:

C’era un tale con barba fluente
che disse: «Che cosa fetente!
Vari uccelli, una chioccia
oh, come mi scoccia,
il nido nella barba fluente!».

Lo ammetto: la traduzione non è letterale (sarebbe: C’era un vecchio con la barba – che disse: «È come temevo! – Due gufi e una gallina – quattro allodole e uno scricciolo – hanno fatto tutti il nido nella mia barba», ma ovviamente si perdono rime e metrica).

Sono sempre stato molto affezionato ai limerick fin da quando ne lessi sullo storico Pergioco, o forse in un articolo di Giampaolo Dossena (o, più probabilmente, in un articolo di Giampaolo Dossena pubblicato su Pergioco). Leggo ora che in Italia hanno avuto, giusto fra gli anni ’60 e ’70, molto successo, e vedo che ci sono delle reinterpretazioni italiane divertenti, in particolare a opera di una poetessa sarda che si chiama Maria Giuseppina Ottavi Piras:

L’altro dì ho viaggiato per Lula,
cavalcando a dorso di mula.
Belli i monti, con laghi e acque chiare,
però a me, assai più, piace il mare.
In futuro, perciò, andrò a Pula.

oppure

Il dottore di Orosei
con una roncola ti stacca i nei,
e per curarti la rosolia
ti somministra sterco di arpia.
Quando fallisce si affida agli dei.

In rete di trovano sintesi interessanti della storia della fortuna dei limerick in Italia. Vedo anche che la mia idea su Rodari è giusta, dato che un intero capitolo de La grammatica della fantasia è dedicato a questi componimenti, così come un passaggio de I draghi locopei della Zamponi: conto di rileggere tutti e due, perché devo confessare che di entrambe questi libri, sul punto specifico, non mi ricordo assolutamente nulla.

Personalmente non ho mai frequentato troppo il limerick perché, lo ammetto, lo trovo troppo difficile. Intanto, non è nelle mie corde: vedo che l’Enciclopedia Britannica lo definisce: «often nonsensical and frequently ribald». A me non viene facile il nonsense perché sono tendenzialmente prosaic…, ehm, diciamo troppo razionale, e mi piacerebbe essere sguaiato ma mi vergogno (la mancanza di queste due caratteristiche, peraltro, secondo me indebolisce la maggior parte delle versioni italiane dei limerick, che tendono a essere troppo narrative, come in questo esempio, peraltro bellissimo, di Rodari:

Un abile cuoco di nome Dionigi,
andava a comprare le uova a Parigi,
così invece di semplici frittate
faceva “omelettes” molto raffinate
quel furbo cuoco chiamato Dionigi.

Soprattutto, però, come per l’haiku, scrivere davvero dei limerick significa infilarsi nella giungla dei versi anapestici e delle sillabe lunghe e corte e io, essendo un poeta per cartoline e feste familiari, mi sono sempre tenuto lontano; tra l’altro sono abbastanza convinto che la metrica dei limerick non sia riproducibile in italiano, perché lo schema è troppo basato sulla cadenza inglese. Le righe dovrebbero avere tre (o due) parti composte ciascuna di due sillabe non accentate e una accentata, così:

_ _ / _ _ / _ _ / A
_ _ / _ _ / _ _ / A
_ _ / _ _ / B
_ _ / _ _ / B
_ _ / _ _ / _ _ / A

il che in inglese, dove si mangiano tutto quel che non è accentato, va benissimo; in italiano dove si pronunciano tutte le sillabe è molto più complicato e per di più si è obbligati a mettere parole tronche in fine di verso e questo è un altro problema, a meno di non fare acrobazie non da poco. Mentre preparavo questo articolo ho provato a scrivere un limerick sull’attualità:

Un marine spaventato a Kabul
travestito da mezzo pashtun
scappa qua, fuggi là
arrivò a Islamabad
dove tutti gli fecer cucù.

e insomma, uff, che fatica per risultati mediocri e irti di irregolarità, e dove ho pure tolto per codardia l’ovvia conclusione licenziosa, oltre al fatto che anche scherzare sulla situazione è quanto meno ambiguo (a proposito di ambiguità, ne avevo abbozzato un altro, che portava in terreni rischiosi dal punto di vista del politicamente corretto: Note attrici che vedi in TV – tutte appoggian convinte il MeToo. – Mi domandi il perché? – quelle avances molto osé di perversi registi TV, che purtroppo non fa ridere ed è, appunto, esclusivamente narrativo, senza guizzi comici o altre invenzioni, nonsense o non nonsense).

Dal punto di vista della metrica ho visto da qualche parte in rete che in realtà Rodari propone uno schema alternativo basato su un’alternanza di versi da otto e cinque sillabe, con le solite rime, senza troppo preoccuparsi della posizione degli accenti (immagino siano quelli normali degli ottonari); Il suo limerick citato sopra alterna dodecasillabi e enneasillabi, secondo un principio simile, quindi boh: magari scrivere limerick è meno difficile di quanto creda. Sarei anche curioso di vedere qualche esempio della produzione di Mario Praz, che è stato un grande traduttore e si è esercitato anche lui nel campo. Altri autori mi pare che si siano fatti ciascuno la propria regola, solo che, come appunto la Piras delle poesiole sui paesi sardi, togli togli poi del carattere originario del limerick non rimane quasi niente, e in questo modo si perde il sapore specifico del genere.

Quello che però per me è stato una rivelazione è stato notare, nella canzone di Endrigo, che in realtà si può usare la struttura del limerick per le strofe di un componimento più lungo, una cosa alla quale, buongiorno Roberto, non avevo mai pensato. È probabilmente un altro motivo per il quale non ho mai frequentato il limerick, perché per le filastrocche familiari mi vengono spontanee piuttosto cose tendenzialmente più lunghe in ottonari variamente rimati (sono proprio un dilettante). Però alla fine delle vacanze, al momento di scrivere le cartoline alle nipoti – tradizionalmente scritte in rima – non mi veniva assolutamente niente in mente, finché non ho avuto l’illuminazione di un racconto in quattro strofe sul bestiario scolastico di cui le ragazze ci raccontano abitualmente: e quindi quattro belle strofe sullo stile del limerick, che navigavano fra fighette, nenni e chiche male sono state spedite a casa, con molta soddisfazione.

Non vedo l’ora che arrivino.

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