La politica dell’uomo bianco contro i populismi?

Sto leggendo (in inglese) Il libro della jungla: quando è un periodo che sei stanco e qualunque libro ti sembra troppo complesso non c’è niente di meglio che rivolgersi ai classici.

Tracce che si dipanano

È ovviamente una lettura piacevole e molto scorrevole, ma quello che mi stupisce è la quantità di sorprese e nuove scoperte che rivela.

La prima cosa interessante è il rendersi conto di quanto pervasivo sia l’influsso de Il libro della jungla nella cultura inglese: trovo continuamente tracce di parallelismi, riprese e ispirazioni in millanta autori successivi, i più disparati. Per dirne tre, così alla rinfusa: la scena della danza della caccia di Kaa è ripresa, pari pari, in Dragon Lord di Peter Morwood; Il gabbiano Jonathan Livingstone è ovviamente una riscrittura new age della storia della foca bianca; non si capisce il misurarsi di Tolkien con la costruzione di mondi se non ci si rende conto che da ragazzo aveva letto sicuramente Kipling e si muoveva perciò, coscientemente o meno, dentro quella tradizione.

Questa capacità mitopoietica di Kipling è, ovviamente, uno degli aspetti più significativi del libro. Non si tratta soltanto del fatto che, come in Tolkien, ci sono i personaggi con i nomi scritti in caratteri maiuscoli (Akela, il Lupo Solitario, è altrettanto evocativo di Morgoth, l’Oscuro Signore) o la facilità con la quale questo tono retorico diventa direttamente epico in due giri di frase, neanche fosse una tavola di Hugo Pratt (un altro che a Kipling deve moltissimo); uno potrebbe andare avanti per paaagine a forza di toni magniloquenti, lettere maiuscole e caratteri sbozzati con l’accetta senza mai nemmeno avvicinarsi alla creazione di una cosmogonia: quello che fa Kipling – come farà poi Tolkien – è la creazione di un principio conduttore di un sistema di relazioni, che qui è il concetto di Legge della Jungla – da questa radice tutto il ciclo di storie di Mowgli prende vita e sostanza.

La mia personale chiave di lettura

È evidente alla lettura, e risaputo, che questo ciclo di racconti ha a che fare con l’essere Mowgli combattuto fra la sua identità di lupo e quella di uomo: i due racconti della sua inimicizia con Shere Khan – con la sua doppia cacciata dal Branco dei Lupi e dal Branco degli Uomini – lo rendono evidente. La presenza nostalgica degli altri racconti, in qualche modo legati a un’infanzia di Kipling in India poi mitizzata in età adulta (Rikki-tikki-tavi, Toomai degli Elefanti) o che riportano ad altri luoghi esotici da lui visitati (La foca bianca) espande questo dualismo dell’uomo-lupo rendendolo figura della doppia identità di Kipling individualmente e degli anglo-indiani o altri inglesi coloniali collettivamente, divisi fra lo stile di vita della madrepatria e le peculiari esperienze vissute in giro per il mondo (in questo senso Il libro della jungla acquista una sua coerenza e unità; altrimenti potrebbe parere, ed è, un guazzabuglio di materiali diversi, tanto che mi sono chiesto se non si trattasse di una raccolta di articoli separati e, con soddisfazione, ho scoperto che è proprio così).

La mia lettura, però, si sta concentrando su una diversa chiave interpretativa, che mi è balenata improvvisa quando mi è sembrato di cogliere un certo tono apologetico alla Chesterton – un altro collegamento! – nella scena nella quale Mowgli doma gli animali alla Rupe del Consiglio tramite il Fiore Rosso, il fuoco il cui uso è privilegio dell’uomo.

Se già l’esaltazione della Legge della Jungla aveva un tono un tantino sospetto – poteva essere figura dell’ordinata conduzione della civiltà? una metafora della ben regolata vita costituzionale inglese? – leggendo l’episodio mi è venuto da riflettere.

Vediho pensato, le Legge della Jungla sarà anche buona e bella, ma poi per farla funzionare serve la mano, severa ma giusta, dell’uomo. Questi animali sono come bambini, e serve chi li rimetta sulla retta via.

Già già.

E potrebbe essere che, da qualche parte della testa di Kipling, albergasse l’idea che in fondo le popolazioni native sono infantili come gli animali? Che serva la mano ferma dell’uomo bianco per condurli, dentro la Legge della Jung… ehm della Civiltà? Che i lupi possano farsi sviare da Shere Khan come gli indiani da qualche Maharaja intrigante, finché acciaio e cannoni non riconducano tutto nel corretto alveo del dominio inglese?

Non è un sospetto peregrino, penso. Dopotutto corrispondeva all’esperienza quotidiana di Kipling. La sua polemica è rivolta all’ottusa incomprensione inglese della cultura degli indiani, ma che questa cultura debba essere regolate dal dominio della corona inglese non si discute: Kim – un altro personaggio duale, un mezzosangue addirittura – alla fine entra nel Servizio Segreto di Sua Maestà (le cose sono in pochino più complicate, lo so). Comunque ho messo il pensiero da parte, temporaneamente, ma poi ho letto la storia delle Bandar-Log, le scimmie tutte votate al chiacchiericcio e all’inconsistenza per quanto altisonanti possano essere i loro progetti, e mi sono chiesto: saranno mica una figura dei socialisti? Degli anarchici? Mi pare una interpretazione più che possibile.

Purtroppo per me non ci sono altri racconti di Mowgli nel Libro della Jungla, quindi non posso verificare il mio sospetto fino in fondo: mi toccherà leggere Il secondo libro della Jungla, dove ho dei forti sospetti, quanto meno, sulla storia dei Cani Rossi del Deccan (non vedervi un retroscena politico è abbastanza difficile).

Nell’attesa di quella lettura ho trovato su Google un libro (The Man Who Would Be Kipling: The Colonial Fiction and the Frontiers of Exile di Andrew Hagiioannu) che traccia direttamente questa connessione, almeno nel caso dei Bandar-Log:

Il Popolo delle Scimmie, che si sforzano così disperatamente di essere notati nella jungla, rappresentano i radicali – nel gergo di Kipling, socialisti e democratici – in tutto il mondo: «Il loro modo non è il nostro modo. Esse non hanno memoria. Esse si vantano e fanno un chiacchiericcio continuo e si comportano come se fossero un grande popolo sempre pronto a fare grandi cose nella jungla, ma il cadere a terra di una noce svia la loro attenzione verso le risate e tutto è dimenticato».

Quando il Popolo delle Scimmie ottiene il suo obiettivo di farsi notare, Baloo è costretto a rivolgersi a Kaa, il pitone delle rocce, per avere aiuto nel risolvere la crisi. Ma quali sono, ci si potrebbe chiedere, le credenziali di Kaa per questo compito? Non è un diplomatico o un ambasciatore: Kaa è il flagello del Popolo delle Scimmie, un alleato politico terrificante temuto da tutta la jungla e leggendario fra il Popolo delle Scimmie: «Generazioni di scimmie erano state terrorizzate e messe in riga dalle storie che i loro genitori raccontavano a proposito di Kaa; il ladro notturno, che può scivolare fra i rami tanto silenziosamente come il muschio che cresce, e sottrarre nascostamente la scimmia più forte che sia mai esistita». Perfino Baloo e Bagheera lo temono e confessano che è più sapiente di loro, e «non è della [loro] tribù, poiché non ha zampe – e con occhi assai malvagi». Il Pitone delle Rocce è solo un’altra delle immagini autoritarie di Kipling, il dittatore dotato di poteri mistici, ipnotici, che soggiogano le masse ribelli. La sua strana presa sulla Gente della Jungla ricorda la misteriosa e terrificante autorità del Generale Maximus di Puck della Collina (1906): «nessuno di loro conosceva i limiti del suo potere [e] nessuno lo poteva guardare in viso direttamente». La temibile forza di Kaa – «come un ariete, o un martello», e la sua terrificante Danza della Fame, che attira irresistibilmente le scimmie impotenti verso le sue fauci, sono i simboli di un potere dispotico quasi troppo spaventoso perché li si possa contemplare. «Non mi alleerò mai più con Kaa», esclama Baloo dopo essere caduto sotto l’influsso della Danza della Fame. E Kaa è così consapevole dei suoi poteri – e della sua fallibilità – che mette in guardia Mowgli: «Fai attenzione, piccolo uomo, che io non ti scambi per una scimmia qualche volta al tramonto quando ho appena cambiato la pelle».

È un brano notevole, anche se io non mi spingerei così in avanti come fa Hagiioannu nell’interpretazione simbolica del racconto. Piuttosto del suo libro (che ho subito comprato in rete e sto leggendo) prendo l’impostazione generale, che mi consente di rispondere anche a una obiezione del mio amico Maurizio Masala: leggendo le storie della jungla come espressione delle idee politiche di Kipling non sto rispolverando la vecchia – e molto discussa – idea di Kipling come cantore dell’imperialismo britannico. Piuttosto trovo Hagiioannu convincente quando sostiene che Kipling in maniera naturale e spontanea tesseva nella sua scrittura i contenuti della sua esperienza – quella più lontana dell’infanzia e quella che man mano accompagnava la sua vita. Parlava a se stesso e parlava al suo pubblico di dimensioni personali facendole ricadere in quelle collettive che erano dibattute nella politica e nella cultura del suo tempo. È questo radicamento nell’esperienza che rende, credo, Kipling scivoloso e spesso ambiguo, per esempio mai del tutto imperialista, per dire, ma nemmeno democratico nella sua considerazione delle popolazioni indiane: perché i materiali che presenta non sono scelti a tavolino, ma hanno una loro sostanza e identità autonoma, che si prende le sue ragioni anche contro il suo autore; Kaa, per dire, può essere figura di dittatori ipnotici e onnipotenti – è evidente che qui Hagiioannu ha in mente Mussolini, o Hitler, andando ben oltre ciò che Kipling poteva pensare – ma deve anche essere ipnotico perché è, beh, un serpente. Non potremo mai sapere quanto Kipling l’abbia voluto così perché gli interessava proporre la parabola e quanto perché il suo vissuto – banalmente: i pitoni che aveva visto – gli si è imposto nella scrittura.

Come per tutti i classici è questa ambiguità o multidimensionalità, del resto, che rende la metafora delle Bandar-Log capace di risuonare anche in altre epoche. Dopo che Maurizio ha avanzato le sue obiezioni ho scoperto, con sorpresa, che Gramsci (un’altra ramificazione!) usa l’esempio delle Bandar-Log svariate volte nei suoi scritti, sempre in riferimento alla piccola borghesia italiana. Il brano più interessante, riferito all’ascesa del fascismo grazie anche al sostegno della piccola borghesia, fa esattamente da ponte con il ragionamento che ho seguito quando mi sono accorto che le Bandar-Log erano, dovevano essere, una figura dei contestatori della sua epoca.

La piccola borghesia, dunque: «essa scimmieggia la classe operaia» e quindi ne adotta le forme di lotta, «scende in piazza». E prosegue:

è come la proiezione nella realtà di una novella della jungla del Kipling: la novella del Bandar-Log, del popolo delle scimmie, il quale crede di essere superiore a tutti gli altri popoli della jungla, di possedere tutta l’intelligenza, tutta l’intuizione storica, tutto lo spirito rivoluzionario, tutta la sapienza di governo, ecc. ecc. Era avvenuto questo: la piccola borghesia, che si era asservita al potere governativo attraverso la corruzione parlamentare, diventa antiparlamentare e cerca di corrompere la piazza.

Su questo passaggio ho fatto un po’ un salto perché, leggendo il racconto, istintivamente le Bandar-Log mi avevano ricordato la descrizione che dei populismi di oggi (uso il termine in senso neutrale) farebbe un avversario politico: antivaccinisti, antieuropeisti, sovranisti, nemici dell’euro, tutti costoro appaiono, mutatis mutandis, come i destinatari della polemica di Kipling… o di chi per lui, oggi; chiacchiericci (su Facebook?), follie, fughe dietro la prima bugia che passa, disperato desiderio di farsi notare e accettare, inconsistenza, incompetenza, sono tutti termini della polemica attuale.

Istintivamente avevo tracciato un parallelo: benpensanti attuali e Kipling da una parte, movimenti di oggi e socialisti di allora dall’altra. E in questo schema rigido i benpensanti hanno torto, ovviamente, perché storicamente Kipling ha avuto torto, mentre col senno di poi sappiamo che i suoi avversari socialisti e democratici avevano ragione.

Leggere Gramsci, invece, mi ha invitato alla cautela: perché è facile vedere che spesso oggi milita nei populisti (la piazza) esattamente chi ha profittato della corruzione precedente, con un meccanismo corruttivo che è identico a quello col quale la piccola borghesia di allora tentava «di conservare una posizione di iniziativa storica […] nei modi e nelle forme consentiti a una classe di chiacchieroni, di scettici, di corrotti». Vale la pena di notare che Gramsci non spinge la similitudine fino in fondo: nel racconto Bagheera e Baloo, le genti libere della jungla, devono evocare l’uomo forte, Kaa, per domare le masse popolari riottose; nell’ascesa del fascismo le Bandar-Log della piccola borghesia si consegnano al potere autoritario contro i propri nemici; nella situazione di oggi i pezzi del puzzle sono ulteriormente mischiati.

Insomma, sono mooolto orgoglioso di me: ho scoperto da solo dentro Il libro della jungla una cosa a prima vista nascosta.

E soprattutto, beh, come potete dire ancora che Il libro della jungla è un libro per bambini?

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