Il suo regno è un regno eterno…

Le rivolte giudaiche (Giulio Firpo, Laterza 1999)

Nei vari cicli di puntate di Oggi parliamo di libri quella su Le rivolte giudaiche occupa un posto un po’ singolare: perché non mi ero mai occupato prima di saggistica se non in maniera molto tangenziale e perché quest’anno ho parlato esclusivamente di storie d’amore e davvero con l’argomento di questo bel piccolo saggio non c’era nessuna attinenza.

L’attinenza, del resto, non c’era neppure fra l’argomento della puntata e il brano musicale di commento, che è stato Iris dei Goo Goo Dolls e che ho proposto sostanzialmente per l’unico motivo che… mi piaceva.

E allora perché ho fatto una puntata su Le rivolte giudaiche? Perché l’ho casualmente riletto nei giorni di Pasqua e ho notato con un po’ di rincrescimento che sarebbe stato adattissimo per una puntata da mandare in onda prima della Settimana Santa, come arricchimento culturale in vista di una migliore comprensione dei testi della Passione.

C’era il “piccolo” problema che che le puntate in questione erano già state registrate e mandate in onda. D’altra parte la libertà totale di cui godiamo in radio ci permette ogni divagazione, ho pensato che dopotutto il periodo di Pasqua dura fino alla Pentecoste e quindi ho deciso di togliermi il piacere di parlare di questo che è davvero un ottimo libro e che, oltretutto, rappresenta bene i punti di forza della sezione storica della Biblioteca essenziale Laterza, davvero un’ottima collana alla quale sono molto affezionato (molti dei testi, per quanto esauriti, sono per fortuna disponibili come e-book).

Due parole sui contenuti

Il saggio è molto efficace e anche molto maneggevole: per quanto durante la trasmissione abbia avuto la sensazione di non esser riuscito a dire tutto quel che volevo, al riascolto credo che il tema della puntata si colga con sufficiente efficacia.

Qui mi limito a notare che non sempre la saggistica storica italiana, soprattutto quella di taglio più divulgativo, è all’altezza delle caratteristiche di scorrevolezza e rigore che caratterizzano la sua controparte anglosassone. Invece Firpo è molto bravo – come spesso anche gli autori degli altri volumetti della collana – e questo è quindi un motivo ulteriore di segnalazione che rende il libro meritevole di lettura da parte di tutti gli appassionati di storia antica: la lettura sarà veloce ma offrirà, credo, degli spunti per riflessioni e ulteriori percorsi di lettura.

Rivolte giudaiche FirpoPer il lettore che ha familiarità con la Bibbia e la storia dell’antico Israele e dei primi secoli del Cristianesimo, invece, il libro è secondo me quasi obbligatorio. Non ci sono cose trascendentali, ma una continua puntualizzazione o una proposta di scenari nuovi rispetto a molti concetti biblici che probabilmente crediamo di dare per assodati: ho citato in trasmissione il tema della diaspora, l’unicità del Tempio, il rapporto con i Seleucidi e i Romani, alcuni episodi della vita di Gesù come la cacciata dei mercanti dal Tempio e la discussione sul tributo a Cesare, ma ci sono molti altri passaggi interessanti. E il fatto che il libro abbia un riferimento temporale particolare rispetto al nostro modo di dividere la storia sacra (arriva fino quasi alla fine del II secolo) aiuta anch’esso a porre la storia degli inizi del Cristianesimo in un’ottica diversa da quella banalmente dicotomica del “prima di Cristo” e “dopo Cristo” che siamo abituati a utilizzare, e anche di quella, già più raffinata, fra prima e dopo della distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C.

Proprio questo è uno dei punti che ho sempre trovato più interessanti del saggio. La versione corrente che si insegna a catechismo è che gli ebrei non accettavano che Gesù fosse il Messia e che quindi progressivamente i cammini delle due comunità si sono divaricati rispetto ai primi tempi (Paolo, per esempio, tendenzialmente in una città mai visitata prima si rivolgeva preliminarmente ai fedeli della sinagoga). Versioni più raffinate faranno notare che la prassi delle prime comunità cristiane ha ben presto abbandonato o allentato una serie di prescrizioni rituali sulle impurità (basta vedere l’episodio del centurione Cornelio negli Atti) che per le comunità ebraiche invece rimanevano importanti; la stessa prassi ha visto un ruolo diverso e più attivo dei proseliti rispetto a quello, pur dinamico, delle comunità ebraiche della diaspora e questo è stato un ulteriore elemento di differenziazione. E altri, ancora più raffinati, faranno notare che dopo la distruzione del tempio la leadership religiosa fra gli ebrei si sposta dai sacerdoti ai maestri rabbini delle scuole farisaiche extra Gerusalemme e che una buona parte degli insegnamenti e dello stesso modo di ragionare di costoro era inaccettabile per i cristiani (e viceversa, ovviamente) e citeranno magari ad esempio la Birkat ha-minim:

«Per i calunniatori e per gli eretici non vi sia speranza, tutti si perdano presto, tutti i Tuoi nemici vadano in rovina repentinamente. Tu li annichilirai ai nostri giorni. Benedetto sii Tu o Signore che spezzi gli avversari ed umili i reprobi».

È il punto di vista, per esempio, che adotta anche la Pontificia Commissione Biblica in un interessante documento:

69. La rivolta ebraica nel 66-70 e la distruzione del Tempio di Gerusalemme provocarono un cambiamento nella dinamica dei raggruppamenti religiosi. I rivoluzionari (sicari, zeloti e altri) furono sterminati. L’insediamento di Qumran fu distrutto nel 68. La cessazione dei sacrifici nel Tempio indebolì la base del potere dei dirigenti sadducei, appartenenti alle famiglie sacerdotali. Non sappiamo in che misura il giudaismo rabbinico sia erede dei Farisei. Ciò che è certo è che, dopo il 70, alcuni maestri rabbini, «i saggi d’Israele», furono a poco a poco riconosciuti come guide del popolo. Quelli che erano radunati ad Jamnia (Yavneh), sulla costa palestinese, furono considerati dalle autorità romane i portaparola degli ebrei. Dal 90 al 110 circa, Gamaliele II, figlio e nipote di celebri interpreti della Legge, presiedeva l’assemblea di Jamnia. È possibile che gli scritti cristiani risalenti a questo periodo, quando parlano di giudaismo, siano stati influenzati, in modo crescente, dai rapporti con questo giudaismo rabbinico in via di formazione. In certi settori, il conflitto tra i dirigenti delle sinagoghe e i discepoli di Gesù era acuto. Lo si vede dalla menzione dell’espulsione dalla sinagoga inflitta a «chiunque avrebbe confessato che Gesù è il Cristo» (Gv 9, 22) e, come contropartita, dalla forte polemica antifarisaica di Mt 23 nonché dal riferimento, fatto dall’esterno, alle «loro sinagoghe», designate come luoghi in cui i discepoli di Gesù saranno flagellati (Mt 10, 17). Spesso viene menzionata la Birkat ha-minim, «benedizione» sinagogale (in realtà una maledizione) contro gli eretici. La sua datazione all’anno 85 è incerta e l’idea che si trattasse di un decreto ebraico universale contro i cristiani è quasi certamente un errore. Ma non si può seriamente mettere in dubbio che a partire da date diverse a secondo dei luoghi, le sinagoghe locali non abbiano più tollerato la presenza dei cristiani facendo loro subire vessazioni che potevano arrivare fino alla messa a morte (Gv 16, 2).

Gradualmente, a partire dall’inizio del II secolo, una formula di «benedizione» che denunciava eretici o devianti di ogni tipo fu compresa come riferita anche ai cristiani e, molto più tardi, come riferita specialmente ad essi. Verso la fine del II secolo, le linee di demarcazione e di divisione tra ebrei che non credevano in Gesù e i cristiani erano dappertutto chiaramente tracciate. Ma testi come 1 Ts 2,14 e Rm 9–11 dimostrano che la divisione era già percepita chiaramente molto prima di questo tempo.

Ma Firpo, che inserisce il tema nel quadro delle rivolte giudaiche in termini di una riflessione che dura almeno tre secoli (dai Maccabei a metà del II secolo d.C.) tende a evidenziare la continuità del desiderio di avvento  messianico rispetto alla discontinuità fra prima e dopo della distruzione del Tempio, e quindi necessariamente associa alla dimensione religiosa una connotazione marcatamente politica: in questi secoli cambiano i dirigenti religiosi e la loro impostazione, ma il desiderio di liberazione dallo straniero rimane uguale. E questo, mi sembra suggerire il libro, è la vera linea di demarcazione che spiega la crescente differenziazione fra le due comunità e perché i cristiani non parteciparono alla rivolta della diaspora del 115-117 né a quella sanguinosissima di Simone Bar Kokhba del 132-135: la lettura politica dei cristiani era divenuta una visione cosmopolita che non trovava problemi nella propria collocazione all’interno del grande Impero romano universale, mentre quella ebraica rimaneva ancorata alla liberazione della Palestina: alla fine, ancora una volta, la contrapposizione era fra nazionalismo o meno.

Un’ultima nota e consiglio di lettura (e di salute)

Per preparare questo articolo mi sono riletto il libro di Daniele, nella Bibbia. È un testo davvero bello che non frequentavo da un po’ e del quale non posso che consigliare caldamente la lettura: è anche un libro molto avventuroso e ricco di dimensioni sapienziali che credo possano attrarre anche il non credente. E con una certa sorpresa ci ho trovato una petizione di principio in favore di una sana e corretta alimentazione, della quale non ricordavo assolutamente niente e che credo che meriti di essere citata integralmente: viva i legumi!!

Il re ordinò ad Asfenàz, capo dei suoi funzionari di corte, di condurgli giovani israeliti di stirpe reale o di famiglia nobile, senza difetti, di bell’aspetto, dotati di ogni scienza, educati, intelligenti e tali da poter stare nella reggia, per essere istruiti nella scrittura e nella lingua dei Caldei.

Il re assegnò loro una razione giornaliera di vivande e di vino della sua tavola; dovevano esser educati per tre anni, al termine dei quali sarebbero entrati al servizio del re. Fra di loro vi erano alcuni Giudei: Daniele, Anania, Misaele e Azaria; però il capo dei funzionari di corte chiamò Daniele Baltazzàr; Anania Sadràch; Misaele Mesàch e Azaria Abdènego.

Ma Daniele decise in cuor suo di non contaminarsi con le vivande del re e con il vino dei suoi banchetti e chiese al capo dei funzionari di non farlo contaminare.

Dio fece sì che Daniele incontrasse la benevolenza e la simpatia del capo dei funzionari. Però egli disse a Daniele: «Io temo che il re mio signore, che ha stabilito quello che dovete mangiare e bere, trovi le vostre facce più magre di quelle degli altri giovani della vostra età e io così mi renda colpevole davanti al re». Ma Daniele disse al custode, al quale il capo dei funzionari aveva affidato Daniele, Anania, Misaele e Azaria: «Mettici alla prova per dieci giorni, dandoci da mangiare legumi e da bere acqua, poi si confrontino, alla tua presenza, le nostre facce con quelle dei giovani che mangiano le vivande del re; quindi deciderai di fare con noi tuoi servi come avrai constatato». Egli acconsentì e fece la prova per dieci giorni; terminati questi, si vide che le loro facce erano più belle e più floride di quelle di tutti gli altri giovani che mangiavano le vivande del re. D’allora in poi il sovrintendente fece togliere l’assegnazione delle vivande e del vino e diede loro soltanto legumi.

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