Parole che portano l’America alla guerra

Traduco qui sotto un articolo di The Atlantic il cui titolo dice tutto e che è oltretutto applicabile anche ad altri contesti (operazione di polizia internazionale, o missioni di pace, dice niente a nessuno?); paradossalmente è proprio l’applicazione alla Corea del Nord che mi sembra debole, ma di questo possiamo parlare nei commenti.

Solo una nota di traduzione: in inglese ci sono due termini che vogliono dire “preventivo”: preemptive e preventive, e la distinzione fra preemptive war e preventive war è significativa rispetto all’articolo, come leggerete. Non trovando alternative all’uso di preventivo ho tradotto rispettivamente con difesa preventiva e guerra preventiva.

L’articolo originale è del 21 aprile. I link sono quelli contenuti originariamente nell’articolo (spesso la fonte che citano è la stessa, ma mi è sembrato opportuno lasciarli tutti). Le immagini di commento sono tratte da Il dottor Stranamore.

Come l’America si è liberata del suo tabù sulla guerra preventiva

Se Harry Truman, Dwight Eisenhower o Ronald Reagan fossero trasportati nel 2017 sarebbero costernati nell’apprendere che gi Stati Uniti stiano ipotizzando un attacco alla  Corea del Nord.

di Peter Beinart

C’è una premessa nascosta che fa da sfondo al dibattito sulla Corea del Nord. La premessa è che la guerra preventiva – una guerra contro u paese che non rappresenta una minaccia immediata ma potrebbe rappresentarla in futuro – sia moralmente legittima. A dire il vero, molti politici si oppongono all’attacco per motivi di opportunità: dicono che i costi sarebbero troppo alti. Ma quasi nessuno nella corrente dominante della politica estera ritiene l’idea in se stessa ripugnante.

Sulla base della storia, questo è sconcertante. Nel corso degli ultimi due decenni, la politica estera americana ha vissuto uno slittamento concettuale così completo che i suoi attuali esponenti non si rendono nemmeno conto di quanto rivoluzionarie sia la loro visione attuale. Durante la Guerra Fredda, le figure dominanti della politica estera americana consideravano la guerra preventiva come fondamentalmente non-americana. Un esponente delle amministrazioni Truman, Eisenhower, Kennedy o Reagan, trasportato ne 2017 si chiederebbee come abbiano potuto i suoi successori far proprio un principio che essi avrebbero associato ai regimi combattuti dagli Stati Uniti nella II Guerra Mondiale.

Nella seconda metà del XX secolo, quando i leader americani udivano l’espressione guerra preventiva, essi pensavano alla Germania nazista e al Giappone imperiale. Entrambi i regimi avevano usato questa dottrina per giustificare i propri attacchi durante la II Guerra Mondiale. Nell’agosto del 1939. alla vigilia dell’invasione della Polonia, Hitler aveva detto ai suoi generali che: «abbiamo di fronte la scomoda alternativa di o colpire per primi o avere la certezza di essere distrutti presto o tardi». In un articolo accademico del 2006 il professore di diritto Jules Lobel dell’Università di Pittsburgh ha citato il comandante della flotta giapponese, l’ammiraglio Yamamoto, che aveva scritto: «in caso di scoppio di una guerra con gli Stati Uniti ci sarebbero scarse possibilità di un successo delle nostre operazioni a meno che, fin dall’immediato inizio, non possiamo infliggere un colpo incapacitante alla forza principale della flotta americana nelle acque hawaiiane».

Gli americani volevano un sistema post-bellico che mettesse una simile logica fuori legge. Nel 1945, alla Conferenza di San Francisco che pose le basi delle Nazioni Unite, il delegato americano Harold Stassen spiegò che gli Stati Uniti: «non vogliono che possa essere esercitato il diritto di legittima difesa prima che un attacco sia avvenuto». Quattro anni più tardi, nell’agosto 1949, l’Unione Sovietica sperimentò la bomba atomica, mettendo fine al monopolio atomico americano. Negli ambienti militari alcuni considerarono la possibilità di distruggere l’arsenale dell’URSS ancora in fase embrionale. Ma l’NSC 68 [National Security Council resolution 68, cioè “delibera 68 del Consiglio di Sicurezza Nazionale”], che nell’aprile 1950 come è noto delineava la strategia americana  per combattere la Guerra Fredda, definiva il concetto impensabile: «Non c’è bisogno di dire che l’idea di “guerra preventiva” – nel senso di un attacco militare non provocato da un attacco a noi o ai nostri alleati – è generalmente inaccettabile per gli americani», insisteva. Quattro mesi più tardi, quando il generale Orville Anderson, comandante dell’Accademia Militare Aeronautica, propose un attacco preventivo sull’URSS, Harry Truman lo licenziò. «Noi non crediamo nella guerra di aggressione o preventiva», disse Truman alla nazione. «Guerre simili sono le armi dei dittatori, non di liberi paesi democratici come gli Stati Uniti».

Dwight Eisenhower concordava. La Strategia di Sicurezza Nazionale che la sua amministrazione rese pubblica nel 1955 dichiarava: «gli Stati Uniti e i loro alleati devono rifiutare il concetto di guerra preventiva». Il Segretario di Stato John Foster Dulles aggiungeva che: «Tutti noi abbiamo sentito il termine “guerra preventiva” fin dai primi giorni di Hitler… Io non ascolterei nemmeno sul serio qualcuno che venisse e parlasse di qualcosa del genere».

Durante la crisi dei missili cubani John F. Kennedy ascoltò. Ma anch’egli respinse l’idea di guerra preventiva – non solo a causa dei rischi materiali del bombardare i missili sovietici che venivano installati a cento miglia di distanza dalla Florida, ma a causa del marchio di infamia. «Mio fratello», dichiarò Robert Kennedy, la cui voce si sarebbe rivelata decisiva, «non ha intenzione di essere il Tojo degli anni ’60» [Tojo era il Primo Ministro giapponese della II Guerra Mondiale, NdRufus].

Kennedy e Lyndon Johnson permisero che anche la Cina si dotasse del nucleare. In un discorso del 1957, Mao si era vantato: «Io non temo la guerra nucleare. Ci sono 2,7 miliardi di persone nel mondo; non importa se alcuni sono uccisi. La Cina ha una popolazione di 600 milioni; anche se metà venissero uccisi, ne rimarrebbero ancora 300 milioni». Non di meno, Kennedy e Johnson restarono a guardar ela Cina procedere verso il suo primo test nucleare nell’ottobre 1964.

Come fa notare il professore di West Point Scott Silverstone nel suo eccellente libro Preventive war and the American democracy, il tabù sulla guerra preventiva rimase durante l’amministrazione Reagan. Quando Israele bombardò il reattore nucleare iracheno di Osirak nel 1981, l’ambasciatrice alle Nazioni Unite Jeane Kirkpatrick definì l’attacco «scioccante» e lavorò con l’Iraq a una bozza di risoluzione che lo condannava e chiedeva: «opportune riparazioni». Per punizione, il Pentagono rinviò l’invio a Israele di un a fornitura di aerei F-16.

Lo slittamento è iniziato dopo la Guerra Fredda. La generazione di governanti che aveva memorie di prima mano della II Guerra Mondiale stava lasciando la scena. La Guerra del Golfo del 1991 aveva aumentato la fiducia nella capacità militare americana. E gli avversari che cercavano di procurarsi armi nucleari non erano più grandi potenze come l’Unione Sovietica o la Cina ma più piccoli stati canaglia come l’Iraq, l’Iran, la Libia e la Corea del Nord, con minori capacità di rappresaglia contro un attacco americano.

Nel 1993, quando la Corea del Nord minacciò di ritirarsi dal Trattato contro la Proliferazione delle Armi Atomiche, dopo essere stata scoperta a fabbricare segretamente plutonio, il Segretario della Difesa William Perry sollecitò un attacco preventivo. Quando il comandante delle forze statunitensi in Corea illustrò la guerra catastrofica che ne sarebbe seguita, Bill Clinton respinse il consiglio di Perry. Ma, fa notare Silverstone, lo fece per ragioni puramente pragmatiche. Nelle discussioni interne all’amministrazione nessuno si espresse contro la guerra preventiva sula base di considerazioni morali. Dal punto di vista concettuale, qualcosa era cambiato.

Se Clinton sbirciò sotto la porta che i suoi predecessori avevano provato a sbarrare con lucchetto e chiavistello, George W. Bush la spalancò. «Considerati gli obiettivi di stati canaglia e di terroristi», dichiarò la sua amministrazione nella sua prima Strategia di Sicurezza Nazionale dopo l’11 settembre, «gli Stati Uniti non possono più solo basarsi su un atteggiamento reattivo come hanno fatto nel passato. L’impossibilità di usare la deterrenza su un potenziale aggressore, l’immediatezza delle minacce dell’oggi e la grandezza del danno potenziale che potrebbe essere causato dalla scelta delle armi effettuata dai nostri avversari non permettono quell’opzione. Non possiamo lasciar colpire per primi i nostri nemici».

Si trattava principalmente di assurdità. Su Al-Qaeda, che non aveva alcuna forma di regime da proteggere,  poteva essere difficile esercitare forme di deterrenza. Ma l’amministrazione Bush non fornì alcuna prova che la deterrenza sarebbe stata meno efficace contro “stati canaglia” come l’Iraq, lìIran o la Corea del nord di quanto lo sarebbe stata contro Stalin e Mao. La Strategia di Sicurezza Nazionale accusava i predecessori di Bush dell’epoca della Guerra Fredda di essere stati reattivi. Incapace di comprendere i loro principi, Bush li scambiava per passività.

Fra le falsità che accompagnavano la nuova dottrina di Bush ce n’era una linguistica. Invece di ammettere che stava abbracciando l’idea di guerra preventiva, Bush la definì: «difesa preventiva». Era una menzogna. La difesa preventiva ha uno status nel diritto internazionale completamente diverso perché si riferisce a qualcosa di totalmente differente: una risposta a un attacco imminente.

La guerra contro l’Iraq avrebbe dovuto screditare la nuova terrificante dottrina di Bush. Ma le particolari circostanze del fiasco iracheno la tennero in vita. Poiché emerse che Saddam Hussein non stava sviluppando un’arma nucleare, rifiutare la guerra non richiedeva di rifiutare la dottrina che la permeava. Il fatto che Bush si fosse basato su informazioni sbagliate oscurava il fatto che l’Iraq avrebbe rappresentato uno spericolato abbandono della tradizione americana anche se le informazioni si fossero rivelate corrette.

Barack Obama dimostra il punto. Ha vinto le elezioni presidenziali in parte perché si è opposto alla guerra in Iraq. Tuttavia ne ha adottato una delle premesse soggiacenti quando si è trattato dell’Iran. Obama aspirava a fermare il programma nucleare iraniano diplomaticamente, Ma fin dall’inizio della presidenza è stato chiaro: se la diplomazia avesse fallito, il piano B non era la deterrenza. Era la guerra preventiva.

Ora Donald Trump sta perpetuando quelle premesse a proposito della Corea del Nord. Riferendosi alla possibilità che Pyongyang sperimenti un missile balistico intercontinentale che potrebbe trasportare una testata nucleare, ha twittato: «Non accadrà». Questa settimana Mike Pence ha dichiarato che: «Quando il presidente dice che tutte le possibilità sono sul tavolo, tutte le possibilità sono sul tavolo. Stiamo provando a rendere molto evidente alla gente di questa parte del mondo che otterremo l’obiettivo di una denuclearizzazione della penisola coreana – in un modo o nell’altro».

Per legittimare la guerra preventiva, i consiglieri di Trump stanno resuscitando le cattive argomentazioni proposte per Iraq e Iran. I test di missili balistici di Kim Jon Un, sostiene l’ambasciatore all’ONU Nikki Haley, dimostrano che «non è una persona razionale». Davvero? Kim è un mostro. Ma dal punto di vista della sopravvivenza del regime, il suo tentativo di procurarsi armi atomiche è altamente razionale. Dall’11 settembre gli Stati Uniti hanno deposto governanti in Iraq, Afghanistan e Libia. Hanno appena bombardato obiettivi in Siria. Cosa hanno in comune questi regimi? Non potevano sviare un attacco americano attraverso la deterrenza perché non avevano armi nucleari. I nordcoreani citano ripetutamente Mu’ammar Gheddafi, che abbandonò il suo programma nucleare in un tentativo di procurarsi l’amicizia dell’Occidente ed ha finito per essere sodomizzato [sic, NdRufus] da ribelli libici che utilizzavano a NATO come propria aviazione. Come ha spiegato David Kang dell’università di Darthmouth: «Negare le paure della Corea del Nord per la propria sicurezza è mancare del tutto la radice delle azioni nordcoreane».

I falchi sostengono che con Pyongyang non si può utilizzare a deterrenza. Ma questa è stata usata con successo. La Corea del nord ha testato le armi nucleari per la prima volta undici anni fa. Possiede armi batteriologiche e chimiche dagli anni ’70 o ’80. E tuttavia i leader nordcoreani non le hanno usate, e questo è probabilmente dovuto principalmente al fatto che sanno che farlo metterebbe in pericolo ciò a cui tengono di più: la loro presa sul potere.

Nonostante questo le fonti di informazione, New York Times compreso, continuano a incoraggiare Trump definendo il suio potenziale attacco difesa preventiva, implicando così che il solo fatto dell’esistenza di un missile atomico nordcoreano – o il solo fatto che Pyonyang abbia minacciato che se gli Stati Uniti stessero per attaccare, si riserverebbero il primo colpo (che in effetti sarebbe una difesa preventiva) – pone gli Stati Uniti e i loro alleati in un pericolo imminente. La menzogna linguistica di Bush ha trionfato. La guerra preventiva ha ottenuto la rispettabilità morale nel momento stesso nel quale è scomparsa dal lessico americano.

È difficile rievocare l’orrore che le generazioni precedenti di americani provavano per la guerra preventiva quando questa era ancora qualcosa che altri paesi avevano fatto agli Stati Uniti e non semplicemente qualcosa che gli americani ipotizzavano di fare ad altri. Essi la consideravano nello sesso modo con il quale alcuni americani ancora considerano la tortura: come la liberazione dai vincoli morali che gli esseri umani richiedono. Una delle cose che li spaventava maggiormente riguardo ai nazisti era che Hitler aveva fatto a meno del concetto di peccato originale. Egli puntava a creare una nuova classe di esseri umani infallibili e quasi divini che non dovevano essere impacciati dalle pastoie che limitavano le razze inferiori. Il totalitarismo, sostenne Arthur Schlesinger in The vital center, puntava a: «liquidare le tragiche premonizioni che danno all’uomo il senso dei suoi limiti». Per Schlesinger, Reinhold Niebuhr, Walter Lippmann e altri intellettuali che definirono la forma del dibattito sulla politica estera americana nelle prime fasi della Guerra Fredda, prendere atto di questi limiti era parte di ciò che rendeva l’America differente. Poiché gli americani riconoscevano di essere creature fallibili e cadute, essi non si assegnavano il potere illegittimo e corruttivo della guerra preventiva.Questa umiltà è andata perduta. Se gli venisse chiesto se la Cina, la Russia o anche la Francia hanno il diritto di scatenare la guerra contro dei paesi solo perché ritengono che quei paesi stiano costruendo armi che un giorno potrebbero costituire una minaccia, gli americani risponderebbe subito di no. Si renderebbero conto immediatamente che un simile diritto, se reso universale, metterebbe a rischio la pace del mondo. Tuttavia in entrambi i partiti i politici assegnano questo diritto all’America. Lo fanno anche dopo l’Iraq. E perfino con Donald Trump alla Casa Bianca.Sono ora gli americani a considerarsi una razza superiore, capaci di maneggiare poteri che considererebbero illegittimi e terrificanti nelle mani di chiunque altro. Sono i leader di oggi così tanto più saggi e con una morale più alta di Truman, Eisenhower, Kennedy e Reagan che ci si possa fidare di loro con un potere che fece rabbrividire quegli uomini? Speriamo che gli americani non lo debbano mai scoprire.

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