Barbero non ha ragione (del tutto)

Ieri la mia bolla Twittter reagiva con una certa veemenza, da una parte e dall’altra, a una battuta estemporanea di Barbero sugli economisti, battuta che ci rassicura, fra l’altro, sul fatto che certe vecchie faide accademiche, tipo storici contro economisti, economisti contro ingegneri, economisti contro sociologi o fisici contro economisti (chissà com’è che comunque gli economisti ci sono sempre), sono belle vive e vegete.

La battuta, peraltro detta diverso tempo fa, è questa:

Ora, va detto prima di tutto che la battuta è evidentemente sbagliata, non tanto perché fa di tutta l’erba un fascio quanto perché manca il bersaglio.

L’espressione corretta avrebbe dovuto essere: «Se gli economisti conoscessero davvero la loro materia, il mondo non sarebbe nelle condizioni in cui è». Sono cioè abbastanza in linea con il commento di un utente:

Per intenderci, Guerani deve avere in mente questo tipo di riflessione di Hobsbawm:

Era evidente che gli economisti che consigliavano semplicemente di lasciar andare l’economia per conto suo, i governi il cui primo istinto, oltre che proteggere il gold standard mediante politiche deflazionistiche, era quello di rimanere strettamente allineati all’ortodossia finanziaria, cesellare i bilanci e tagliare i costi, non stavano migliorando la situazione. In effetti, man mano che la depressione continuava, fu sostenuto con notevole forza, non da ultimo da J.M. Keynes, che divenne per questo l’economista più influente dei successivi quarant’anni, che quel che stavano ottenendo era solo di peggiorare la depressione. Quelli di noi che hanno vissuto gli anni della Grande Crisi trovano ancora quasi impossibile capire come le visioni strettamente ortodosse del libero mercato, allora così palesemente cadute in discredito, sono giunte una volta ancora a presiedere ad un periodo globale di depressione alla fine degli anni ’80 e ’90, che, ancora una volta, periodo che sono state ugualmente incapaci di comprendere o affrontare. E tuttavia, questo strano fenomeno dovrebbe ricordarci la principale caratteristica della storia che se ne evince: l’incredibile mancanza di memoria sia dei teorici che dei tecnici dell’economia. E fornisce anche una vivida illustrazione della necessità che ha la società degli storici, che sono i professionisti del ricordo di tutto ciò che i loro concittadini desiderano dimenticare,

e il suo interlocutore propone l’idea, del resto perfettamente marxista (cosa che Hobsbawm avrebbe certamente apprezzato), che simili dimenticanze non avvengono in maniera misteriosa, ma sono frutto di visioni ideologiche – e quindi di sforzo di intellettuali organici – che risultano dai rapporti di forza sociali sottostanti. Poi naturalmente si possono fare critiche molto più tranchant; questa, che serenamente generalizza ugualmente usando il termine economisti, è di Keynes stesso e inclina molto più verso gli sciocchi che verso i servi del potere:

Ma il lungo periodo è una guida fuorviante rispetto ai casi del presente. Nel lungo periodo siamo tutti morti. Gli economisti si assegnano un compito troppo facile, e troppo privo di ricadute pratiche, se nella stagione delle tempeste possono dirci solo che quando la tempesta sarà da molto conclusa l’oceano sarà di nuovo piatto.

Devo dire che tutta la vicenda mi è sembrata interessante sia sul versante cibo per la mente che su quello che in mancanza di meglio indicherò con un vecchio proverbio oranese: «conserva l’odio, ché l’occasione non manca». Ci sono stati infatti diversi economisti liberisti, di quelli che già ce l’avevano con Barbero dai tempi del green pass, che si sono un po’ risentiti, e ovviamente immediatamente un po’ di altri tizi se lo sono segnato per ritirarlo fuori alla prima occasione, tipo nemmeno ventiquattrore dopo:

È solo uno fra i tanti esempi, ma vedo che Barazzetta è all’avanguardia e si sta costruendo tutto un album delle figurine di castronerie più o meno evidenti.

Storia e saperi

Da un punto di vista più meditato ho trovato molto interessante un thread di Andrea Mariuzzo (uno storico, in questo caso), che partendo anche lui dall’idea: «Se la prendono per una battuta, ma se sapessero…» affronta in maniera più meditata il ruolo dei saperi sia dal punto di vista del rapporto fra le varie discipline che in un quadro di evoluzione storica.

C’è spazio per un attacco ancora più pesante agli economisti (però, poveretti, dai, a questo punto equiparati a semideliranti mistici medievali):

ma poi si allarga a ben altro:

e via così: invito a leggere tutto il thread.

In mezzo all’argomentazione Mariuzzo trova lo spazio per fare a fettine (elegantemente) Odifreddi, con argomentazioni che mi hanno fatto pensare all’introduzione di un libro di critica letteraria che ho letto proprio oggi, ma questa è una segnalazione che mi riservo per un altro momento.

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