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Dei boicottaggi

Da qualche giorno rifletto sui boicottaggi.

Ci sono altre attività più soddisfacenti, immagino, ma se non facessi queste cose non sarei il vostro amichevole Rufus che tutti stimate e amate, e quindi: i boicottaggi.

Come credo tutti sappiano, il boicottaggio nasce come pratica negoziale, più o meno all’epoca e con motivazioni simili a quelle dello sciopero. Chi sciopera non vuole che l’azienda chiuda, ma vuole che i rapporti di forza economici dentro l’azienda mutino: allo stesso modo chi boicotta i prodotti di un’azienda all’interno di una campagna politica è disposto, se certe condizioni mutano, a ricominciare a comprarne i prodotti (altrimenti l’interlocutore non ha alcuna motivazione a cambiare comportamento).

In questo quadro, lo specifico prodotto che viene boicottato non è di solito particolarmente importante, o non necessariamente è legato al comportamento negativo dell’azienda su cui si vuole fare pressione, o non deve riguardare tutti i prodotti: per esempio la polemica contro la Nestlè riguardava il suo latte artificiale ma il prodotto identificato per il boicottaggio è stato il Nescafè, come prodotto simbolo (allora) della multinazionale. C’è una ritualizzazione dello scontro: non si vuole che un’azienda smetta di vendere tutti i suoi prodotti, ma solo che senta abbastanza fiato sul collo da essere costretta a decidere di cambiare rotta. È anche il caso delle campagne di boicottaggio generalizzate dei movimenti per i diritti civili, come i gay in California o la maggioranza nera in Sudafrica: comprando solo da certi commercianti si faceva pressione sulla categoria, perché per convenienza e procurarsi di nuovo clientela passasse dalla nostra parte, e sulle autorità, perché i commercianti spinti dalle perdite facessero pressione a loro volta su di esse perché il problema fosse risolto. Passata la crisi, non c’è problema a ricominciare a fare la spesa dall’uno o dall’altro.

Poi, naturalmente, c’è il boicottaggio morale, che è una cosa diversa. Qui non si vuole agire su un’azienda ma si ritiene che l’acquisto di un prodotto, per vari motivi, mi renda complice dei comportamenti messi in atto per produrre o distribuire quella merce: i palloni cuciti dai bambini, i minerali insanguinati, la pornografia sono esempi piuttosto noti. Qui non c’è alcun intento negoziale: quella merce è sbagliata, e io non la compro, a nessuna condizione.

Naturalmente fra queste due tipologie di boicottaggio ci sono parecchie sovrapposizioni: è difficile che un boicottaggio negoziale non si colori anche di dimensioni morali, e non sono molte le merci che, a qualunque condizione, non si debbano mai comprare: di solito se venissero prodotte in altro modo potrebbero ritornare a essere acquistabili; però la differenza c’è ed è sensibile, e la mia riflessione in realtà si concentra su quanto, nella pratica corrente, si tenda invece a confondere i due piani.

In parte dipende anche dal fatto che, al contrario del boicottaggio negoziale, i confini di quello morale sono piuttosto labili. C’è chi si rifiuta di fare la spesa nella grande distribuzione perché ritiene che si debbano preferire le produzioni locali e un approccio meno consumistico, ma altri semplicemente non apprezzano la confusione. Io non ci vado di domenica, perché penso che si debba rispettare il giorno di riposo, ma gli altri giorni si. Non è facile stabilire dove finisce la preferenza personale e dove inizia il boicottaggio esplicito; per tornare a fare esempi personali, io non vado nei bar dove mi capita di notare che il proprietario fa lavate di capo ai dipendenti davanti ai clienti: lo faccio per la dignità del lavoratore ma anche perché sono situazioni imbarazzanti e quando mi bevo il mio caffè voglio stare in pace.

Il boicottaggio morale ha anche un altro problema, che i vecchi teologi avrebbero identificato, più o meno, nella superbia. Le cronache dell’azione politica e sociale di questi ultimi anni ci forniscono bello pronto un esempio interessante. Credo che tutti siano d’accordo sul fatto che il gioco d’azzardo, più o meno legalizzato e più o meno sostenuto dallo Stato, oggi in Italia è un problema grave, con costi sociali altissimi.

Prendiamo in esame la soluzione: boicottiamo i bar e i tabacchini che hanno le macchinette installate.

Uhm. È una soluzione che a me non convince. Perché in una catena piuttosto complessa prende di mira sostanzialmente l’anello più debole, e fa andare via assolta un bel po’ di altra gente: intanto le società di gestione, delle quali si parla pochissimo, e poi tutta una serie di altri soggetti, dei quali non si parla nulla, per esempio i costruttori delle consolle, gli autori dei giochi – un tema che a me tocca parecchio – e gli informatici che scrivono i programmi. E l’attenzione sulle macchinette trascura del tutto il settore dei giochi online, che non ha proprio dei fatturati trascurabili, e il mondo degli acquisti in app nei giochi normali, che ha i maggiori fatturati del mondo. È vero che i baristi sono la facciata di tutto questo mondo e sono i più prontamente identificabili, ma prendersela con loro ha un po’ il sapore di bastonare dei poveretti solo perché è più facile, anche se magari hanno le slot solo perché altrimenti non possono far pagare le bollette o ricaricare i cellulari. La campagna SlotMob, infatti, per non sbagliare fa azioni positive per premiare i baristi che le macchinette non ce l’hanno, perché quelli sono sicuramente virtuosi: che gli altri siano immorali, invece, è molto più discutibile. Poi, e torno ai gusti personali, io di solito nei bar che hanno le slot, soprattutto molte slot, abitualmente non ci vado, non tanto per le slot in sé quanto perché ho scoperto che quella presenza è un indizio infallibile che sono ambienti che non mi va di frequentare (come, peraltro, lo sono le lavate di capo).

Temi simili valgono per quei boicottaggi lanciati in maniera indiscriminata contro delle nazioni intere, per i quali valgono di solito i dubbi che si hanno nei casi nei quali si prospettano sanzioni economiche (in realtà i boicottaggi in questo caso sono esattamente sanzioni economiche private, non pubbliche): il rischio che paghino le fasce più deboli della popolazione, per esempio, va sempre tenuto in considerazione.

Il che naturalmente non vuol dire che il boicottaggio morale non vada fatto, anzi: se una cosa mi rende complice non la devo fare; solo che in assenza di piattaforme collettive e condivise uno dovrebbe essere sempre piuttosto prudente, ed evitare di scambiare le proprie preferenze personali per un’azione sociale e politica.

Questo è vero, in particolare, per una forma di boicottaggio morale che ultimamente va molto di moda, e che riguarda singole persone. La cronaca di questi giorni presenta la damnatio memoriae di un certo numero di soggetti per accuse neanche provate in tribunale, che non è proprio boicottaggio ma certamente induce alla riflessione. Intendiamoci: togliere dei riconoscimenti per una indegnità morale sopraggiunta si è sempre usato, quello che colpisce è la misura: nel senso che l’intensità delle sanzioni suggerisce non tanto la volontà che l’avversario cambi, o sia giustamente punito, ma che venga annientato: e chi certamente nella vita è contro la pena di morte dovrebbe giustamente dubitare anche della morte civile o della morte per procurata inedia.

Sul boicottaggio morale nei confronti di persone (e di aziende trattate come se fossero persone) questo tema dell’annientamento dovrebbe procurare molte esitazioni a chi svolge azione sociale, e invece l’impressione è che molto spesso si passi all’invito al boicottaggio senza troppo starci a pensare. Un caso particolarmente grave, in questo senso, è quello che riguarda i boicottaggi lanciati contro qualcuno per le proprie opinioni, non per ciò che fa o produce. Quando il motivo del boicottaggio morale è completamente staccato dal prodotto sotto attacco, è evidente che la questione si fa piuttosto più complessa: per dire, ha senso non comprare gli abiti di un noto stilista perché ha la tale o talaltra posizione politica? Certo, a livello personale sì: ognuno si compra gli abiti che vuole. A livello collettivo probabilmente non ha altrettanto senso: un certo modo di pensare potrebbe addirittura considerarlo un comportamento illiberale. Collettivizzare le preferenze personali tende a creare autoritarismi, dopotutto, e c’è una certa possibilità che il boicottaggio possa non servire, in certi casi, a riequilibrare i rapporti di forza a favore degli oppressi, ma a opprimere minoranze.

Prendiamo ora un esempio ancora più complesso. In epoca social, ha senso recensire negativamente un prodotto, che magari non ho nemmeno comprato, come forma di boicottaggio, magari a prescindere dai meriti oggettivi di quel prodotto?

Prima di scuotere il capo pensando che un bellissimo articolo (d’accordo, un articolo solo ok) viene rovinato con una questione di scarsissima importanza, o di usare la vieta espressione democrazia del clic, ripensateci. In un’epoca nella quale la recensione digitale si fa dappertutto per qualunque merce e la reputazione digitale è (quasi) tutto, un boicottaggio di questo tipo è importante tanto quanto l’acquisto o il non acquisto materiale: e se ci sono quelli che fanno le recensioni false per danneggiare un concorrente, tanti più lo fanno per boicottaggi morali, più o meno dichiarati.

Il futuro dei boicottaggi, nel bene e nel male, è lì. Magari l’azione sociale più responsabile dovrebbe buttarci un’occhiata, e magari costruire nuove prassi di lotta ragionate.

Altrimenti…

Volete un esempio? Prendiamolo dalla attualità dei videogame e degli YouTuber, così ci sentiamo tutti più giovani (ed evitiamo di citare Kevin Spacey). Accade che ci sia un notissimo YouTuber che durante una partita a un videogioco (siamo nel campo degli YouTuber che trasmettono in diretta proprie partite, con milioni di follower) si lascia scappare negro (in Italia non è più un termine gradito, ma in America è anatema).

Seguono polemiche. E quindi un gruppo di autori di una società che produce videogame, un gruppo di culto anche se non proprio indie, autori di un gioco bellissimo anch’esso di culto, molto schierati socialmente, decide di esercitare il proprio diritto d’autore affinché ogni filmato dello YouTuber che gioca un loro prodotto sia rimosso dalla rete.

Notate: quando ha detto negro, lo YouTuber non giocava un loro gioco.

Seguono polemiche. E i sostenitori dello YouTuber vanno sulle principali piattaforme di distribuzione di videogame e mettono recensioni negative al bellissimo gioco di culto di cui sopra. Per punire gli autori, a prescindere.

Seguono polemiche.

Vi sembra un caso bizzarro?

No no. È il futuro.

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