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I figli del capitano Grant

In un articolo di qualche mese fa avevo raccontato di avere iniziato I figli del capitano Grant (di Jules Verne). Di solito leggo velocemente, invece in questo caso il tempo di lettura si è rivelato straordinariamente lungo. E faticoso.

Mi sono ripromesso nel 2013 di leggere tutto Verne. O almeno molto. O almeno quello che riesco. Ho iniziato da I figli del capitano Grant perché ricordavo cha da ragazzo mi era piaciuto moltissimo (sospetto fosse anche perché il protagonista si chiama Robert) e perché è l’inizio poco noto della trilogia che prosegue coi più famosi Ventimila leghe sotto i mari e L’isola misteriosa: e almeno questa trilogia voglio leggerla per bene.

Parentesi: mi sono letto il romanzo in francese, lingua che ho studiato alle elementari (studiato è una parola grossa, imparavamo le canzoncine: Sur le pont d’Avignon…). Volevo capire se ero in grado e Verne mi sembrava semplice dopo un altro esperimento un po’ così con qualche pagina del Conte di Montecristo. La risposta è: si, sono capace.

Adesso che siete tutti più tranquilli e rassicurati torniamo al libro. Vi racconto un po’ di cose sparse, perché il libro in sé è veramente avverso a recensioni coerenti.

Les enfants du capitaine Grant (Jules Verne, 1868)

Bottiglia figli capitano GrantLa trama

Mentre lord Glenarvan e la sua giovane sposa, lady Helena, sono impegnati in una crociera sul loro nuovissimo yacht, il Duncan, viene ritrovata nella pancia di uno squalo una bottiglia.

Dentro la bottiglia c’è il classico messaggio, redatto in tre fogli separati in tre lingue diverse, inglese, francese e tedesco. Il testo è identico in ciascuno dei casi e contiene il disperato appello di un naufrago, il capitano Grant del titolo, con le indicazioni per ritrovare l’isola deserta nella quale è sperduto. In ciascun foglio l’acqua ha cancellato alcune parole, ma per fortuna non sono sempre le stesse e quindi quasi tutto il messaggio può essere ricostruito: purtroppo però alcuni particolari continuano a sfuggire, fra i quali, essenziale, la longitudine (mentre la latitudine è chiara: il 37° parallelo).

capitano grantIl capitano Grant è popolarissimo in Scozia, nazione alla quale appartiene anche lord Glenarvan, e quindi viene montata una spedizione di recupero privata, alla quale parteciperanno lord Glenarvan e lady Helena, il maggiore McNabbs, i due giovanissimi figli del capitano, Mary e Robert, e a cui si unirà il geografo francese Jacques Paganel. La spedizione parte sul Duncan, comandato dal capitano John Mangles: nell’equipaggio alcuni marinai e il secondo, Tom Austin, acquistano una certa importanza nella storia.

Il romanzo è, come dire?, spinto a forza in avanti dalla incompletezza del documento ritrovato: mentre le interpretazioni (e i colpi di scena) si susseguono la spedizione è costretta ad allargare il campo delle proprie ricerche. La Cordigliera delle Ande, le pampas argentine, l’Australia, la Nuova Zelanda sono i teatri più importanti dell’azione narrativa, ma praticamente I figli del capitano Grant conduce il lettore a un intero giro del mondo lungo il 37° parallelo.

Un pastrocchio, ma appassionante

figli capitano GrantNon so se alla fine io sia più allibito per la protervia con cui Verne ha cucito insieme, con un pretesto esile, almeno tre romanzi diversi, o ammirato dal consumato mestiere con cui lo ha fatto.

Uhm, “ammirato” forse è una parola grossa: sulle capacità di narratore di Verne forse è meglio spendere qualche altra parola.

Verne non è un narratore scarso: per esempio il pretesto iniziale, del documento parzialmente illeggibile, è incredibilmente bolso – è chiaro che il documento non può essere completo, altrimenti i naufraghi sono ritrovati subito e addio alle seicento pagine pagate dall’editore – ma lui è capace di traformare l’artificio narrativo in un punto di forza, perché gioca sull’enigma e sulla sfida e coinvolge il lettore nel tentativo di decifrare da sé il documento, prima e meglio di quanto abbiano fatto i personaggi del romanzo. Non è un risultato da poco, e segnala il bravo narratore.

Però tenere alta la tensione in maniera uniforme, tenere compatta la narrazione, palesemente non gli interessa. Les enfantas du capitaine Grant è un catalogo seriale di avventure varie, prolungate, allungate, ripetute, legate fra loro come le novelle del Decamerone da un pretesto narrativo esile che fa da cornice (il viaggio per ritrovare il capitano) con un cast di personaggi ricorrenti il cui carattere è fissato inizalmente una volta per tutte e ai quali non è concessa, peraltro, alcuna forma di crescita.

L’analogia migliore è pensare al romanzo come a un serial in tre stagioni – del resto la pubblicazione originale è in rivista, a puntate. La sottotrama principale, la ricerca del capitano, è riservata al pilot e agli episodi salienti di ogni stagione, ma di solito parliamo d’altro. E così come in un serial ci sono puntate migliori o peggiori, qui ogni stagione, pardon, sezione del libro ha episodi migliori o peggiori. Alla fine i produttori (e i lettori) si guardano indietro e decidono che la serie non può dare altro: e Verne la chiude, bisogna dire elegantemente. La sua audience è stata bene o male mantenuta, ma certo non si potrà concorrere agli Emmy. D’altra parte la trama non è più scombinata di quella di Lost, e Lost è una serie che ha avuto un gran seguito: perché allora non deve piacere questo romanzo?

Appunti sparsi da verificare

Non è la trama, insomma, la cosa più interessante da discutere su I figli del capitano Grant. E neppure i personaggi. Siccome ho in programma la lettura di pezzi forti dotati (spero) di trame solide come Michele Strogoff, L’isola misteriosa e Il giro del mondo in 80 giorni, non mi azzardo a trarre da questo libro un giudizio complessivo su Verne come narratore.

Piuttosto mi sono appuntato alcune cose, man mano, e le dico qui per vedere se le prossime letture le confermeranno oppure no. Della fascinazione per la macchina ho detto nell’articolo di tempo fa, e non ci torno sopra: per altro non è stata particolarmente confermata nel prosieguo del romanzo. Le altre ve le racconto qui di seguito.

Romanticismo interrotto

Figli del capitano GrantNon sono un esperto di storia della letteratura, ma credevo che all’epoca della stesura de Les enfants du capitaine Grant un certo tipo di romanticismo sentimentale fosse superato. Eppure Verne lo maneggia volentieri, e grazie a questo scrive almeno tre scene memorabili: la proposta di lady Helena di partire alla ricerca dei naufraghi, la benedizione della spedizione nella cattedrale di Glasgow e il giudizio e conseguente destino di Ayrton (hmmm, chi è Ayrton?! Non si può rivelare…).

A parte queste scene, tutto il modo di esprimersi di Verne è romantico: negli slanci e nelle lacrime dei personaggi, nella loro frequente dimensione di preghiera, nell’indulgere a sottolineare l’abnegazione, lo spirito di sacrificio, il beau geste, nella contemplazione, ogni tanto, dei panorami e delle forze della natura.

Parentesi: è una cosa che mi ha stupito, perché mi aspettavo dal Verne “padre della fantascienza”, come usualmente si dice, piuttosto un atteggiamento positivistico, del quale invece non ho trovato traccia. Non c’è nemmeno un naturalismo alla Flaubert (Madame Bovary  è precedente, credo). Jacques PaganelE mentre leggevo I figli del capitano Grant mi sono chiesto se non sia la letteratura d’appendice e di genere a preservare il romanticismo e a traghettarlo di soppiatto nel XX secolo fino all’hard boiled o al cyberpunk: ma lascio queste cose a chi ne capisce di teoria letteraria.

Ogni tanto però sembra quasi che Verne si dimentichi di essere un (tardo) romantico e stia a pensare ad altro. Per esempio le sue descrizioni naturali hanno più della tassonomia scientifica o della descrizione giornalistica che della preoccupazione di colpire e commuovere il lettore. È un romanticismo borghese, assennato, che prevede che i personaggi possano fare grandi gesti mentre il narratore tiene ben salda la testa sulla spalle e si occupa delle cose veramente importanti: come quando abbandona la vicenda a un punto topico per informarci, assennatamente, sulle risorse agricole e industriali di un paese lontano e sulle possibilità di sviluppo e di investimento economico. Le avventure, semnbra dirci, sono per i lord: noi padri di famiglia preoccupiamoci se una fattoria in Australia sarebbe un buon acquisto oppure no.

Esotismo da turisti

indio figli Capitano GrantUn discorso simile si può fare sull’esostismo. Un romanzo che si svolge su e giù in giro per il mondo non può che fare della descrizione di genti e luoghi lontani un suo punto di forza. Anche qui però ho avuto diverse sorprese. Mi aspettavo molto più gusto per la descrizione bizzarra, per il folclorico, invece tutto sommato non ci sono effettacci: certo, c’è l’indio Thalcave col suo cavallo, ci sono i maori della Nuova Zelanda, ma tutto sommato Verne non mette mai i suoi personaggi nel “completamente inesplorato”, in quella terra di nessuno che non ha mai visto uomo bianco e che sarebbe veramente esotica: lo scenario è sempre un ambiente che per i personaggi (e i lettori) è riconoscibile e già descritto, in cui si tratta di riconoscere i segnali e non di fare delle scoperte – potrei dire che ne I figli del capitano Grant i protagonisti sono piuttosto turisti che esploratori, e del resto nella prima sezione c’è un passo rivelatore, quando si va ad acquistare cavalli in un villaggio indigeno ai piedi delle Ande:

Type hybride des races d’Araucans, de Pehuences et d’Aucas, ces ando-péruviens, de coleur olivâtre, de taille moyenne, des formes massives, au front bas, à la face presque circulaire, aux lèvres minces, aux pommettes saillantes, aux traits efféminés, à la physionomie froide, n’eussent pas offert aux yeux d’un anthropologiste le caractère des races pures.

Un villaggio di meticci, insomma. Arrivato a questo punto mi aspettavo chissà quale passaggio razzista, tipicamente ottocentesco. Invece Verne sta pensando ad altro:

C’etaient, en somme, des indigènes peu intéressants.

Poco interessanti. In questo villaggio indigeno, insomma, non c’era niente da vedere: mandiamo avanti la trama, magari in seguito troviamo maggiori motivi di interesse per il lettore.

Lettori ben informati

Una cosa che mi ha divertito, all’inizio, è che la trama è costruita attorno al tema dell’indipendentismo scozzese: il capitano Grant è un nazionalista ed è per questo che il governo inglese rifiuta di montare una spedizione di soccorso, lasciando ai suoi buoni compatrioti della vecchia Caledonia di andare a salvarlo. È un tema così inutile per lo sviluppo della trama che può spiegarsi solo, credo, col fatto che consenta a Verne di stringere un legame coi suoi lettori: vedete, parliamo di precisa attualità (in effetti sono andato a controllare su Wikipedia: il tema era di stretta attualità).

Di strizzate d’occhio del genere ce ne sono parecchie (impagabile la definizione di Richard Wagner come “genio incompreso”), il che fa supporre che il lettore-tipo di Verne fosse normalmente un personaggio ben informato e attento agli eventi politici e culturali dell’epoca: ovviamente non sufficientemente colto da sapere per filo e per segno chi ha esplorato l’Australia, altrimenti non si spiegherebbero le venti pagine usate per spiegarglielo, ma sufficientemente ansioso di saperlo da non scagliare il libro sul muro arrivato alla decima, come ho avuto la tentazione di fare io.

Certo, i lettori non sono così bene informati da sapere distinguere nel racconto gli errori marchiani che anche il documentatissimo Verne compie, compie, compie, come nell’episodio del condor: ma non è colpa loro, considerato che non se ne accorge nemmeno lo scrittore.

I diritti degli uomini sulle loro mogli

Certo i personaggi sono veramente ottocenteschi, come prova un curioso episodio verso la fine del libro. Il gruppo di lord Glenarvan è prigioniero dei cannibali neozelandesi, e lady Helena fa promettere al marito che, se si prospettasse per lei un destino peggiore della morte, lui provvederebbe ad ucciderla prima che questo accada.

Ora. Colpisce il lettore attuale che perciò quando viene rivelato che tutto il gruppo, donne comprese, sarà torturato e ucciso, lord Glenarvan tiri un sospiro di sollievo: la moglie sarà torturata per ore e ore, non uccisa da lui. Che fortuna.

Comunque. La parte più interessante è il dilemma del capitano, John Mangles, che è innamorato (si suppone ricambiato) di Mary Grant: ma non si sono mai dichiarati, e quindi lui non ha il diritto di ucciderla prima che divenga la concubina di un selvaggio maori. Il ragionamento appare bizzarro: lui non è niente per lei, quindi non la può ammazzare. Per fortuna Mary riconosce esplicitamente di avere capito che John la ama, e questo gli dà la facoltà di ammazzarla in buona coscienza: ciò che un estraneo non può fare, il marito o il fidanzato ha la facoltà di farlo con tutta tranquillità.

Poi dice che il diritto di famiglia non doveva cambiare.

(le immagini dell’articolo sono dell’edizione originale)

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3 pensieri riguardo “I figli del capitano Grant

  • Pingback: I libri che ho letto nel 2013

  • Così a istinto in Verne c’e’ ottimismo, passione per la scienza e per la natura ma temperato in maniera tale che non si pensa che l’uomo usando la scienza sia onnipotente. Per esempio in Attorno alla luna alcune delle cose che influenzano in maniera decisiva il risultato del viaggio non vengono previste dagli esploratori spaziali; in Un capitano di 15 anni la nave perde completamente l’orientamento; Michele Strogoff viene favorito dal caso in maniera determinante; nel Giro del mondo in 80 giorni succede l’errore che succede – a me pare che il caso nei romanzi di Verne ci sia naturalmente come modo di mettere un po’ di pepe nella trama, ma faccia vedere anche come non è tutto sotto controllo.

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