CoordinateEvidenzaIo, la mia famiglia e altri animaliNella vita ci vuole poesia

Cartoline e filastrocche

Da diversi anni quando vado in vacanza mando cartoline alle nipoti e a qualche altro, e le scrivo in rima.

Scherzare in rima, in realtà, è una tradizione della famiglia Delitala. Mio nonno e i fratelli, che avevano una intensa corrispondenza molto organizzata – si mandavano vere e proprie lettere circolari in più copie battute a macchina in carta carbone, e il primo le distribuiva agli altri – spesso si lasciavano andare a scherzi e battute in rima, sia in italiano che in sardo.

Per esempio a casa abbiamo una caricatura fatta da zio Francesco che narra della visita di un compare inopportuno, e che comincia:

Apposentau cun sa tassa in mano,
fra su compare mannu e su minore,
dura sa visita de Bobbore
de s’Immaria finzas a menzano…

Nella caricatura si vede il compare che parla, parla, parla, e mio nonno e il cognato sono riversi sulle sedie, ormai stremati.

In realtà è un’abitudine diffusa in altri rami della famiglia, per esempio nei Siglienti: la cugina prediletta di mamma, Lina, scriveva filastrocche bellissime che preparava per tutte le ricorrenze familiari. Me n’è rimasta impressa una, letta a una festa di compleanno e che elencava, con qualche battuta per ciascuno, tutti i numerosi membri della famiglia nati a maggio (me ne ricordo perché io, che ero a quella festa per caso e non ero elencato, sono nato anch’io a maggio). La poesiola terminava:


Io chiedo ad un saggio:
«Perché tanti a maggio?».
Mi guarda e risponde:
«Stintino, e le onde».

dove Stintino è, da generazioni, il luogo di villeggiatura estiva della famiglia. L’abitudine in quella parte di parentela comunque resiste: ho scoperto da poco che dei miei nipoti (di settantesimo grado, peraltro) a ogni Natale scrivono una canzone per parodiare genitori e altri parenti – canzone ovviamene molto attesa dai destinatari.

Parentesi: mi sono chiesto spesso se questa abitudine alla filastrocca o al verso improvvisato-ma-non-troppo sia una espressione familiare inusuale o se invece facesse parte del bagaglio delle famiglie borghesi e ben educate fra Ottocento e Novecento. Non sto parlando ovviamente di stornellatori e poeti improvvisatori, che è una dimensione sociale diversa, ma di giochi semiseri di una nuova classe borghese acculturata – mi interessa perché sarebbe una interessante prova storica di una attitudine alla dimensione ludica, insieme con altre cose come le caricature, le canzoncine beffarde ma non volgari, eccetera – ma purtroppo, anche se ho cercato, non ho trovato nessuno studio in materia, anche se la storia della genesi del Prode Anselmo è un discreto indizio a favore.

Comunque, anche mamma scriveva filastrocche. Queste due, bellissime, sono dell’epoca del lockdown, quando con le nipoti scriveva per Il pianerottolo, il giornalino condiviso del condominio.

I consigli del medico

Cara signora, la passeggiata
è una abitudine raccomandata.
E l’obbediente, brava vecchina
va dall’ingresso alla cucina.

Avanti e indietro va sul balcone,
così smaltisce la colazione.
Avanti e indietro sulla terrazza,
tenendo il conto come una pazza.

Sbagliando il conto dei passi fatti
quando si sente il miao dei gatti.
Poi finalmente sulla panchina
si gode il sole della mattina.

Viva la Repubblica

Se tutte le corone
son fatte per regnare
la corona del virus
è da detronizzare.

Io scrivo filastrocche da quando ho fatto un indimenticabile seminario con il compianto Gabriele Ferrari. Prima odiavo la metrica e credevo che le rime fossero una cosa completamente al di là delle mie capacità. Da allora invece scrivo spesso, soprattutto in ottonari, verso che mi viene spontaneo. In realtà quello che mi piace di più è il settenario; ricordo che al seminario avevo scritto una filastrocca divertente e nostalgica, che iniziava:

Vorrei poter volare
seguendo le lampare
sull’onde blu del mare…

solo che non mi ricordo niente di come proseguisse e da allora i ritmi dei versi dispari mi sgusciano via spesso dalle mani: chissà come, mi diventano tutti ottonari in un baleno.

In altre parole, sono un un cattivo poeta e ricado facilmente nella cantilena: e infatti non scrivo per fare poesia, ma per ridere insieme.

Ovviamente, una delle migliori occasioni per ridere sono le riunioni familiari, come faceva la zia Lina, e fra le filastrocche di cui ho conservato copia ce n’è una in inglese per i diciott’anni di Michela e una dopo una serata in gelateria; ancora l’altro giorno ne ho scritto una per i diciott’anni della Legale Buona:

Per la nipote grammar nazi

Se quando eri nata mi ero saputo
che non lo piacevi l’anacoluto,
se lo avrei intuito l’odio cattivo
per chi lo sbagliava al congiuntivo,
o che lo trattavi da mentecatto
se d’era un minimo sgrammaticatto,
se la dicevano l’antipatia
per chi l’ignorava l’ortografia,
a te ti volevo bene lo stesso
anche se sei precisina all’eccesso.

Poesiola di cui sono molto soddisfatto perché la faticaccia di infilare gli errori dentro il verso, per di più l’endecasillabo che mi è ostico, è stata ripagata.

L’ottonario invece è adatto alle ballate e infatti, ancora una volta al seminario con Ferrari, avevo composto una specie di romanzo picaresco dedicato a un improbabile eroe (un autotrasportatore cagliaritano di nome Pollicino):

Lo chiamavan Pollicino
e guidava un furgoncino…

e le peripezie del suo amore contrastato per la bella Ramona


che la notte addirittura
è cubista al Maramura…

Avevo tenuto una copia delle prime tre pagine della ballata, che non ritrovo; in ogni caso non sarebbe pubblicabile perché, trattandosi di un esercizio da far sentire solo alla classe, l’avevo infarcita di riferimenti reali ad assessori e altri personaggi di rispetto e di riferimenti a situazioni cagliaritane reali, ed era venuta molto divertente, ma anche roba da querela.

In ogni caso, di base ho ripreso l’abitudine dei nonni e scrivo cartoline in rima; ultimamente, se non faccio in tempo a imbucare, uso la chat di famiglia su WhatsApp. L’ultima è oggi dolceamara, perché è stata scritta in occasione del viaggio in Puglia a cui Gaetano teneva tanto, ed è una delle ultime occasioni belle vissute insieme:

Alle dieci la focaccia
che di olio non ha traccia…
… scherzo, invece come lava
mozzarella ne colava!
Alle undici un caffè
e insieme un bel bignè;
cartellate comperiamo
per mangiarle mentre andiamo.
Alle dodici una sosta,
per i trulli fatta apposta,
ci permette di assaggiare
panzerotti a tutto andare.
Or si è fatto un poco tardi,
vanno a pranzo i vostri sardi,
questo viaggio nelle Puglie
l’appetito non gli toglie!

Vedo che WhatsApp è legato spesso al cibo, sarà perché ci si mette fermi e si ha voglia e tempo di sentire casa. Questa è quasi tutta farina del sacco di Maria Bonaria, e fa riferimento al fatto che nell’albergo dove andiamo si consuma quanto prodotto dall’orto di famiglia e quindi la cucina segue le disponibilità:

L’oste ha colto pomodori
nel suo orto, a bidoni.
Cosa avremo ora a pasto?
Pomodori fissi, a nastro!

Si vede che è di Bonaria perché se l’avessi scritta io avrei piuttosto espresso soddisfazione perché i pomodori avevano soppiantato le odiate zucchine.

Fortunatamente le ragazze, bontà loro, hanno conservato parecchie cartoline e in questa occasione sono andato a rivedermele.

Ci sono delle cose carine e del tutto involontarie: per esempio nel 2024, durante un’estate molto calda e in cui non eravamo proprio organizzati con gli orari, alla ragazzina dei vicini abbiamo scritto (dico abbiamo perché lo zampino di Maria Bonaria c’è sempre):

Credevamo solo al mare
capitasse di abbronzare,
ma qui sopra ogni sentiero
splende il sole caldo e fiero.
Ma se al mare ci si spoglia,
la montagna qui t’imbroglia
e mi fa l’albergatore:
«Sembri proprio un muratore!».

Questa storia del caldo doveva proprio esserci rimasta impressa, perché quest’anno, in maniera del tutto inconsapevole, abbiamo dato continuità al tema, con una cartolina che è praticamente il seguito della precedente:

L’anno scorso per sfortuna,
finivamo, verso l’una,
ogni volta per trovarci
sotto il sole a scottarci.
Or, quest’anno, attenzione!
evitiamo il solleone,
sarà quindi per sfortuna
che ogni volta, verso l’una,
siamo all’ombra, questo è vero,
ma su un ripido sentiero!
L’anno prossimo io penso
che la cosa trovi un senso:
ogni volta verso l’una
noi saremo per sfortuna
con la faccia abbrustolita
sotto il sole ed in salita!

Ricordo che nella poesia volevo inserire esplicitamente i termini tesi, antitesi e sintesi, ma era superiore alle mie forze. In ogni caso, boh, non so perché ma in qualche modo questa storia della scomodità della vacanza in Val Venosta, che invece come si vede da molte delle foto è un posto comodissimo, è ricorrente, e deve essere legato alla nostra inadeguatezza come montanari. Ad esempio:

Passeggiate problematiche

Questa valle coltivata
dappertutto è annaffiata
ma il rurale contadino
mette male lo spruzzino
e va l’acqua sul sentiero
a bagnare lo straniero
che tranquillo camminava
e alla doccia non pensava.
Tremo tutto, son gelato!
Oh, idrante screanzato!

La cosa che mi ha colpito, rileggendo le cartoline, è come sia evidente la necessità di non fare preferenze fra le nipoti (e anche di farsi venire l’ispirazione per due cartoline, una per ciascuna), e quindi ce ne sono un paio di coppie simmetriche. Una viene da una gita in Inghilterra a trovare Michela e poi in Scozia da Andrea:

È Michela una nipote
proprio molto londinese
non c’è niente che la scuote
se si tratta dell’inglese.

Se a Londra è stato bello,
a Edimburgo meglio ancora…

e qui finisce la cartolina 1, mentre la cartolina 2 dice:

… col magnifico castello
e un pub ogni mezz’ora.

Ripetiamo l’esperienza,
non possiam più fare senza.
Faccia Giulia le valigie
per venir con noi a Parigie!

Fra destinatarie e persone citate ci sono tutte e quattro le nipoti, quindi bella acrobazia, anche se sull’ultima rima non mi assumo responsabilità.

Le stesse simmetrie ci sono altrove, sia da Roma…

1
Con parenti e con amici
siamo stati assai felici.
Tutta Roma abbiam girato
e buon vino tracannato.
Se Agnese fosse qua
oh che gran felicità,
e allora le mandiamo
mille baci da lontano.

2
Divorando amatriciana
e agnello alla romana
penso: «A Marta piacerebbe
se con noi lei qui… sarebbe!».
Ma non c’è, che cosa dura,
è in Sardegna addirittura,
e perciò noi le mandiamo
mille baci da lontano.

sia da altrove, e insomma è un po’ barare al gioco, come questa, sempre dalle vacanze in montagna:

È zia Bonie in movimento
non sta ferma mai un momento
fa amicizia col vicino,
fa sorridere un bambino,
e le piace chiacchierare
con il mondo conversare.

Ma la chiama zio Roberto,
con la penna un poco incerto:
«Dai scriviamo ad Agnese,
la nipote assai cortese,
componiam la cartolina
per la bella nipotina!»

E insomma, simmetrie e barare al gioco tornano spesso: per esempio, scendendo lungo la Val Mazia si cammina per diverso tempo lungo le rogge e poi lungo il torrente. A Bonaria la cosa piace molto, il che diede origine a:

Chiare, fresche, dolci acque,
a zia Bonnie sempre piacque
camminare per il bosco
col torrente non discosto.

Fra il bosco ed il torrente
camminava gaiamente
quel sentiero assai le piacque
non discosto dalle acque.

Il riferimento dantesco mi ha obbligato a preparare un’altra cartolina per l’altra nipote, simmetrica, che iniziava con qualche altro verso famoso tipo Nel mezzo del cammin di nostra vita: per fortuna di tutti quest’altra è andata perduta…

Le ultime due che ho recuperato sono più varie:

Dal matrimonio di due amici

Se alle nozze vuoi trionfare
una cosa da non fare:
ai tuoi cani non lasciare
i tuoi anelli da portare,
che se no ti può accadere
che le due piccole fiere
se ne vadano a latrare
ben lontano dall’altare!

Da Granada

Fra giardini misteriosi
e mosaici favolosi,
il Sultano governava
giù nel cuor dell’Alcazaba.
Quel suo regno tollerante,
raffinato ed elegante,
gli fu tolto dalle mani
dagli eserciti cristiani
e Cattolici i regnanti
resteran d’ora in avanti.
Passeggiando per gli ambienti
ammirando gli ornamenti
con tristezza rimpiangiamo
la cultura del Sultano!

E con questo, la raccolta di filastrocche direi che può terminare. Ci sarebbe sempre da parlare di haiku e limerick, ma come diceva Ende, questa è un’altra storia e sarà raccontata un’altra volta.

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