Quattro cose che ho pensato di Paolo Fresu
Ieri ho visto a teatro Kind of Miles, spettacolo di Paolo Fresu e di un gigantesco sestetto di accompagnatori.
E mentre seguivo lo spettacolo, una autobiografia di Miles Davis o forse una autobiografia di Fresu o forse la storia di un innamoramento musicale o forse una storia di un innamoramento per la musica e basta, ho pensato delle cose su Paolo Fresu.
La prima cosa che ho pensato è stata: «Ma lo faranno il disco di questo spettacolo? Perché sarebbe un fantastico disco live, fantastico». E ho anche pensato: se lo fanno, me lo compro. Poi ho avuto un guizzo di senso di colpa, perché se lo fanno è più probabile che lo ascolti su Spotify, e ai musicisti andranno quattro spiccioli, e poi ho pensato: vabbe’, basta che mi prenda l’impegno e lo compro. Sii uomo Roberto, abbi il coraggio dei tuoi proponimenti.
Peraltro ho visto oggi che il disco l’hanno già fatto. Addirittura un disco doppio. E oggi al lavoro me lo sono ascoltato mentre facevo controli di laurea, su Spotify, ovviamente. Però poi sono uscito e sono andato a comprarmelo. Al negozio, neanche su Amazon, ecco.
E poi, siccome Fresu nella prima fase dello spettacolo sembrava un po’ meccanico, un po’ impacciato, ho pensato: «Anzi, oltre che il disco sarebbe fighissimo il backstage». In modo che Fresu avesse più spazio, più agio a raccontare, un intervistatore che lo portasse in altri territori riguardanti lui e Davis… magari anche uno spazio per sentire le voci degli altri artisti, un altro racconto di come è nato lo spettacolo.
E poi ho pensato: «In realtà sarebbe fighissimo un documentario su Fresu. Tutto Fresu, non solo Fresu-Davis o Fresu-Chet Baker. Fresu-Fresu. Anzi, come è possiible che non l’abbiano ancora fatto? Orpo, che idea che mi è venuta. Sono un genio».
In realtà vedo al volo che di documentari su Fresu ce n’è almeno due: uno che si chiama 365 (si trova anche su Prime)…
… e uno che si chiama Girobanda, prodotto da RayPlay:
E quindi non sono un genio, come credevo, ma un povero ultimo arrivato.
Comunque adesso so cosa guardare la sera nei prossimi giorni.
E poi – nel frattempo Fresu aveva preso l’abbbrivio e musica e pensieri scendevano sontuosi dal palco, ho pensato: «Paolo Fresu è il Nivola dei nostri tempi» e volevo dire: un artista così importante, così palesemente fuori sscala rispetto alla nostra realtà…
… sento che da qualche parte Gavino Murgia, Enzo Favata e milioni di altri jazzisti sardi bravissimi stanno affilando i forconi (Bebo Ferro no, perché sta suonando con Fresu e non si è accorto)…
… dicevo, fuori scala rispetto alla nostra realtà e contemporaneamente così radicato, così uno di noi che forse non ci rendiamo conto, lo apprezziamo sì, ma magari un po’ lo diamo per scontato. Come tziu Titinu, che sotto la Regione sulle sue opere ci sediamo a fumare una sigaretta (uso che, peraltro, Nivola avrebbe approvato pienamente, cnsiderte le idee che aveva sugli spazi pubblici).
E mi sono chiesto anche quanto dell’essere di Fresu così radicato, così sardo, sia in fondo, oltre alla bravura e a una indubbia signorilità, anche un elemento del suo fascino rispetto ai colleghi non sardi. Berchidda come il giardino di Long Island di Nivola: un posto meraviglioso per lavorare e per connubi di artisti, certo, ma anche un posto dove Le Corbusier ha assaggiato il porcetto, ecco.
Pensieri oziosi, come vedete, ma non ho il tempo di trattenermi: vedo i forconi in lontananza.
Lo spettacolo, come si sarà capito, mi è piaciuto moltissimo: rimane al Teatro Massimo fino a domenica 15 febbraio.

