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Scrivere la patata

Ho visto da poco al Laboratorio28, in una serata abbastanza inusuale, La patata bollente, commedia di Steno (ma sceneggiatura di Giorgio Arlorio, che era comunista e si sente, nella descrizione d’ambiente), con Pozzetto, Massimo Ranieri e Edwige Fenech.

Qui il trailer del film su YouTube. Occhio alle limitazioni di età (un paio di nudi della Fenech)

Il film narra la storia di un operaio comunista tutto d’un pezzo – nel senso che è anche buono come un pezzo di pane – il quale casualmente finisce per dare rifugio a un libraio omosessuale (cioè Massimo Ranieri) dando vita a un rapporto contrastato che però finisce per essere di stima e rispetto reciproci.

Ora, il mio parere sul film rimane sostanzialmente quello che ho espresso nel dibattito: è un film interessante per la capacità di affrontare spensieratamente (cioè con pochissime inibizioni) un tema comunque complicato, tanto più che sceglie di metterlo in scena dentro un contesto non particolarmente ovvio, cioè il PCI e la CGIL, ottenendo così la possibilità di dire la sua non solo sul tema principale ma anche su alcuni altri secondari: il centralismo democratico, per usare un’espressione dell’epoca, il conformismo dei progressisti. Qualcuno nel dibattito ha parlato di boccata d’ossigeno e sono abbastanza d’accordo, con un po’ di puntini sulle i da mettere: perché se è vero che generalmente trovo il dibattito attuale sui temi di genere poverissimo e asfissiante, è anche vero che La patata bollente tratta il tema con pinze lunghe un chilometro, mette in scena un conflitto tutto sommato innocuo (certo, ci sono le cacce all’uomo dei fascisti, ma sono anche fascisti da operetta) e si può permettere di risolvere il tutto sul livello intrapersonale: buoni sentimenti, accettazione reciproca delle differenze e stima personale al di là di tutto.

Lo dico cinematograficamente in altri termini: in Brokeback Mountain Ang Lee lavora in un mondo in cui i cattivi non sono da operetta e gli omosessuali sono realmente pestati a morte e linciati; si può obiettare che il suo lirismo affoghi talvolta in una retorica gestita con una mano così pesante da far rimpiangere il brio di Steno e Arlorio, ma sentiamo anche che la complessità tematica di Brokeback Mountain ne fa un film infinitamente migliore di La patata bollente, sul piano del contenuto prima ancora che sul piano del linguaggio cinematografico.

Oltretutto ho l’impressione che La patata bollente guadagni dal fatto che la guardiamo a distanza: istintivamente pensiamo che in quella Italia lì, in quell’epoca là, con quella cultura così, parlare di omosessualità doveva essere per forza problematico e quindi tanto di cappello a chi ha fatto lo sforzo. Sarà sicuramente vero, però è anche vero che Un uomo da marciapiede era uscito ben dieci anni prima, Midnight Express è uscito nel 1978 (dico film con accenni a temi di omosessualità che sono certo di aver visto in quell’anno o poco prima) e insomma, quando uscì un paio d’anni dopo Il bacio della donna ragno sono sicuro che il tema mi sembrò consolidatissimo. È vero che non sono esempi italiani, è (meno) vero che La patata bollente è una commedia e (non) è vero che sono film meno di cassetta o meno popolari, però comunque non c’è paragone e poi in realtà quello che voglio dire è che La patata bollente è meno anticonvenzionale e provocatorio sul piano del costume di quanto possiamo credere, non tanto che non sia innovativo in campo cinematografico (in ogni caso vedo su un articolo del Sole 24 Ore che anche in Italia in precedenza ci sono millemila altri film, e non solo Il Vizietto).

Il problema sottostante è, ovviamente, che in realtà si potrebbe tranquillamente dire che, per quanto spigliato, La patata bollente è anche un filmaccio inverecondo, con un umorismo spessissimo banale, una regia e una recitazione in molti casi abbozzate, una galleria di comprimari stupidamente macchiettistici e le tette della Fenech esibite a comando per ricaricare periodicamente il pubblico (mi è venuta in mente, durante la proiezione, la barzelletta del giudizio sul predicatore per la festa del santo: «Com’era la predica?», «Bellissima, ha nominato il santo cinque volte»; qui era un po’ del genere: «Com’era il film?», «Ottimo, si vedono quattro volte le tette della Fenech»). Chi si vuole prendere il film si deve prendere tutto il pacchetto insieme, e viene legittimo il dubbio: c’è un impegno sociale che si è dovuto piegare forzatamente alle grevi convenzioni del genere, o c’è un furbo ammiccare a temi più o meno d’attualità che si ammanta di progressismo? Il dubbio è più o meno vecchio come la commedia all’italiana e il dibattito dell’altra sera si è arrotolato sul punto fino a annodarsi inestricabilmente; io personalmente propendo per una certa strumentalità, magari innestata su un soggetto iniziale meno terra terra (più o meno come l’impepata di cozze di Boris), e credo che magari fatto da Arlorio con Nanni Loy com’era nelle intenzioni veniva meglio di questa versione di Arlorio col clan Vanzina, poi naturalmente le opere finiscono per dire al loro pubblico anche più (o meno) cose di quel che intendevano gli autori e quindi vedo che oggi è abbastanza un film di culto LGBT e quindi andrà bene così.

Il dibattito arrotolato ha continuato a girarmi in testa anche i giorni successivi, perché sciogliere il dilemma di un film di bassa qualità fatto però con professionalità non è esattamente facile (vedo che all’epoca Morandini scrisse che il film era di qualità media, peraltro).

I dilemmi del giovane narratore

Questa specie di dualità aveva come riflesso anche un problema mio specifico, che riguarda le cose di scrittura per videogame che mi appassionano, come sapete. La mia idea (rappresentata dallo slogan che coi videogame non si fa letteratura) è quella di insegnare a manipolare le storie con un approccio un po’ artigianale: riconoscere i componenti ricorrenti che formano le storie, imparare a combinarli, sentirsi a proprio agio a manipolare archetipi e stereotipi (non banali stereotipi, quanto forme classiche e ben riconoscibili di oggetti narrativi), puntare a narrazioni solide e ben impostate, quand’anche apparentemente convenzionali. È una linea di apprendimento che mi era sempre sembrata sia adeguata a chi deve produrre narrazioni sostanzialmente di genere, sia adatta a chi magari non ha una grande confidenza con la narratologia ma deve iniziare a cimentarsi con le storie.

Parentesi: secondo me è anche una impostazione adatta a chi è troppo a suo agio con certa narratologia, e magari deve uscire un po’ dai viaggi dell’eroe e compagnia bella (parlo di impostazione artigianale anche come rifiuto di certe impostazioni troppo tecniche) ma il discorso ci porterebbe furi strada. Fine della parentesi.

Ora, improvvisamente, La patata bollente mi metteva di fronte a una sorta di obiezione che non avevo mai incontrato prima con questa chiarezza: una narrazione solida, artigianale nel senso che dicevo, che lavora per stereotipi e che ha un esito, diciamolo, in molti punti orrendo. Avrò sbagliato tutto?, mi chiedevo. Oppure, detto in altro modo: se una delle tante persone con cui lavoro venisse da me e mi mostrasse il trattamento generale della trama, la costruzione dei personaggi e le loro relazioni, l’ambientazione, l’approccio al finale, sentirei di essere stato un bravo mentore. Se la stessa persona invece mi portasse la caratterizzazione macchiettistica degli stessi personaggi, la gestione sciatta delle scene, le gag infantili, la banalizzazione tematica, il finale che contraddice lo svolgimento riaffermando i pregiudizi – tutte cose pessime ottenute usando esattamente gli stessi strumenti narrativi che prima fornivano invece cose buone – allora penserei di avere sbagliato tutto.

In realtà non c’è contraddizione: il problema è che La patata bollente ha evidentemente due scritture diverse, che io immagino create con un diverse scritture successive ma che possono anche essere esito di un unico processo produttivo: da una parte un arco narrativo robustissimo (sostanzialmente un romanzo di formazione), in cui il personaggio principale è stato inserito con mano felice e che porta automaticamente con sé una ambientazione non banale (il partito, la fabbrica…). Era una base che permetteva molte messe in scena diverse: una tragedia, un racconto sentimentale, una commedia con toni più romantici o più comici.

Purtroppo hanno deciso di farne una farsa, oltretutto greve.

Letta in questi termini, non c’è continuità narrativa fra i due livelli, ma contrasto, su almeno due linee, una tematica e una di linguaggio. Tematicamente, infatti, il romanzo di formazione comporta una trasformazione del protagonista (e anche dei comprimari) e infatti la scena della lettura della lettera nel finale fissa coerentemente questa trasformazione – solo che l’esigenza di metterci per forza una gag finale crea il sottofinale olandese, che conferma i pregiudizi del protagonista, negando la sua trasformazione. E, soprattutto, il contrasto narrativo è nell’uso dei componenti narrativi, diciamo così, convenzionali: perché una cosa è utilizzarli per fissare un campo di conoscenza comune con lo spettatore o il giocatore, dandosi la possibilità di non dover troppo dettagliare perché si lanciano segnali che lo spettatore decodifica per conto suo (la fabbrica, gli operai, i sindacalisti, il pugilato, perfino i fascisti), riempendo da solo i punti mancanti del racconto; una cosa è farsi guidare dall’essenza tematica degli elementi per procedere nella costruzione della narrazione (la Fenech è Moglie, Madre e Amante; il personaggio di Ranieri viene costruito coerentemente in maniera del tutto simmetrica…), ben altra cosa, ogni volta che occorre mettere in campo un elemento narrativo per risolvere una situazione o creare il pretesto di una gag (o per fare vedere le tette della Fenech), utilizzare sempre e comunque l’elemento più banale e convenzionale possibile.

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