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L’ambiguo Goldoni spiegato coi fratelli Coen

Continuo il recupero delle due puntate di Oggi parliamo di libri che avevo saltato e vi presento oggi la puntata su Goldoni e la Locandiera: prima di incollarvela qui sotto mi limito a dire che a me, a dir la verità, era piaciuto molto di più il Goldoni di Servitore di due padroni di cui avevo parlato a proposito di Commedia dell’arte: c’erano altre sue commedie più vicine a quel modello ma ho scelto di presentare La locandiera perché mi serviva meglio per marcare la differenza con Gozzi e per sviluppare il discorso sull’ascesa del teatro borghese che ritornerà poi anche in altre puntate successive, quando parleremo dell’Ottocento.

Non è stato un gran sacrificio perché la commedia è naturalmente molto bella e, come sentirete, ho con La locandiera anche un piccolo legame affettivo personale; devo dire però che la rilettura mi ha riservato qualche sorpresa e qualche perplessità, come dirò dopo.

La locandiera – Carlo Goldoni

Sulla puntata non ho molto da dire e, cosa rara, ne sono abbastanza soddisfatto; piuttosto vorrei spendere due parole sulla dimensione un po’ disturbante del finale. La locandiera è la storia di una burla gelida e feroce e quindi lo scioglimento, nel quale Mirandolina al Cavaliere preferisce Fabrizio, è coerente. Il mio problema è che nella lettura mi sono immedesimato col Cavaliere, forse complici i trascorsi della recita scolastica e un po’ sono rimasto deluso.

Errore mio? Forse no.

Provo a spiegare il mio dubbio facendo riferimento al recentissimo Ave, Cesare dei fratelli Coen (avviso: segue spoiler).

Durante Ave, Cesare si scopre, a un certo punto, che i cattivi sono gli sceneggiatori di Hollywood. Tutti gli sceneggiatori di Hollywood. Perché gli sceneggiatori di Hollywood sono tutti dei comunisti in incognito e cospirano, tutti quanti, per sovvertire il capitale e inoculare il germe del comunismo nelle masse tramite le loro sceneggiature (oltre a voler fornire all’Unione Sovietica buoni dollari americani).

Lo spettatore riconosce il riferimento alla caccia alle streghe e al maccartismo e apprezza, credo, la battuta: io l’ho apprezzata. E i surreali dibattiti della cellula comunista, che ricordano certe riunioni della sinistra radicale americana, sono divertenti. Ma l’effetto comico della trovata narrativa non può arrivare fino in fondo perché cozza con una sorta di dissonanza narrativo-cognitiva. Noi sappiamo che la caccia alle streghe è stata vera e sappiamo che degli sceneggiatori hanno pagato davvero ingiustamente a causa della caccia alle streghe. Perciò cognitivamente siamo portati, normalmente, a solidarizzare con gli sceneggiatori, perché fare diversamente ci metterebbe nel campo del senatore McCarthy, e McCarthy noi sappiamo che è stato un cattivo: orpo, lo stesso George Clooney ci ha fatto sopra un film, Good night, and good luck, ricordate?

Good night good luckL’andamento della narrazione di Ave, Cesare – un sequestro, una cospirazione, una richiesta di riscatto – ci porta a solidarizzare, naturalmente, con le vittime. Qui non è solo un fatto cognitivo, ma anche narrativo: superficialmente l’impianto del film ricorda un poliziesco o un thriller e in film così quando c’è un sequestro la narrazione ci porta sempre, se lo sceneggiatore non ci dà altri segnali, a assumere il punto di vista del sequestrato o dell’investigatore, mai del sequestratore. Noi ormai lo sappiamo e quindi, istintivamente, a ogni nuovo film con quella struttura narrativa assumiamo quel punto di vista, senza bisogno che lo sceneggiatore debba darci particolari istruzioni.

Ma così facendo si crea un contrasto fra questi due punti di vista, entrambi in un certo senso naturali: se solidarizzi con il sequestrato devi entrare nella fazione di McCarthy, e questo non va bene. Se non solidarizzi col sequestrato ti schieri coi cattivi della narrazione, e questo è straniante. Può darsi che proprio il ruolo di Clooney in Good night, and good luck abbia fatto sembrare ai Coen l’inside joke divertentissimo, ma in realtà non funziona granché, in un film per tutti gli altri aspetti divertentissimo.

Nella Locandiera il problema è simile. Che Mirandolina voglia far innamorare di sé il bisbetico e misogino Cavaliere ci sta tutto, ma lo spettatore è portato ad attendersi il lieto fine, cioè che, come in tante altre occasioni, la ragazza e il Cavaliere alla fine si amino entrambi, tanto più che il Cavaliere durante la commedia non palesa difetti, o almeno non i difetti degli altri due pretendenti: non è vigliacco, non è tronfio, non è bugiardo, non è volgare. È geloso, ma questo è conseguenza delle azioni di Mirandolina e quindi lo spettatore è portato a scusarlo. In altri termini, il Cavaliere è dipinto per buona parte del racconto come un personaggio positivo, e siccome l’unico altro personaggio positivo in scena è Mirandolina e siamo in una commedia lo spettatore presume naturalmente che i due personaggi positivi alla fine “vincano” tutti e due, quindi che si sposino.

Invece Goldoni ha in mente un percorso più coerente e per molti aspetti più interessante (certamente meno melenso del banale lieto fine), ma la sua resa della soluzione che sceglie non è perfetta e non può impedire un attimo di sconcerto nello spettatore e la sensazione che Mirandolina sia in qualche modo riprovevole, probabilmente ancora più oggi che siamo stati sedati da un secolo di letteratura rosa rispetto all’epoca della prima rappresentazione.

Nancy Brilli MirandolinaE del resto, come ho provato a dire, il terzo atto è un dedalo di ambiguità, nel quale un regista e un’attrice volendo possono, rispettando la lettera del testo, fornire chiavi di lettura della commedia completamente diverse fra loro. È un’ambiguità comunque voluta, e sicuramente legata alla necessità di Goldoni di risolvere la dissonanza senza eccessive forzature: si vede all’opera il grande uomo di teatro.

D’altra parte è vero che il testo in sé propone una soluzione che è doppiamente moralista: Mirandolina individualmente si rende alla rispettabilità borghese, e le donne collettivamente vengono rampognate come ingannatrici, mentre l’autore, pur premiando Mirandolina individualmente, si schiera contro di loro. Grande uomo di teatro, Goldoni, ma qui ho pensato: questo, l’aristocratico Gozzi non l’avrebbe mai fatto.

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