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Un pensiero volante sul Convegno pastorale della diocesi di Cagliari

Sono andato ieri alla prima sessione di lavori del Convegno pastorale annuale della diocesi di Cagliari. Impegnato in altre cose ho fatto in tempo solo a sentire un bell’intervento di una coppia di trentini che sono venuti in Sardegna a gestire una cooperativa sociale che fa biologico, il dibattito e le conclusioni.

Convegno pastorale diocesanoIl dibattito, come l’affluenza, non era entusiasmante, ma l’intervento era molto buono, come solo può esserlo la storia di due che per i propri ideali e per il Vangelo prendono e  mollano tutto e se ne vanno in un’altra regione, a fare cose diverse, a guadagnare molto di meno, a essere molto meno sicuri e garantiti ma più felici, probabilmente.

In realtà non è tanto dell’intervento, però, che voglio parlare, quanto condividere un pensiero che mi è venuto spontaneo mentre ascoltavo.

Biologico, cooperazione sociale ma un po’ tutti i temi “sociali” dell’intervento sono, rispetto al linguaggio abituale di tanti convegni diocesani del passato, un cambiamento culturale non da poco e forse non è un caso che se ne siano fatte portatrici delle persone che si sono formate dentro un contesto diverso, in cui il legame di queste realtà con la dimensione ecclesiale è sempre stato molto più forte (il che non vuol dire che, in particolare dentro l’economia di comunione dei Focolarini, non siano nate anche qui esperienze di questo genere, però non hanno mai realmente innervato il tessuto ecclesiale). Sentirne parlare con grandissima naturalezza dal palco, come cose scontate, mi ha fatto davvero impressione.

Il problema, però, è che complessivamente si tratta di movimenti sociali e culturali ormai maturi che esistono da trenta o quarant’anni e che, a giudizio stesso dei fondatori e delle maggiori personalità che se ne sono fatte interpreti, necessitano di un profondo ripensamento, che tenga conto del fatto naturale che la storia nel frattempo è andata avanti.

Voglio dire cioè che è senz’altro positivo che la diocesi più importante della Sardegna dia spazio a queste sensibilità che, lo dico per chiarezza, sono anche le mie, altrimenti non farei Banca Etica. Però esiste contemporaneamente una necessità grande di progettare il futuro, di pensare a ciò che verrà dopo la cooperazione sociale, questa cooperazione sociale, e dopo il biologico, almeno questo biologico. È chiaro che non è compito esclusivo della diocesi di Cagliari e della comunità ecclesiale che rappresenta, forse non è anche un compito specifico della Chiesa, però la necessità c’è. In qualche modo mi pare che oltre a presentare buone prassi un convegno pastorale (il prossimo?) si potrebbe occupare di presentare scenari e di chiedersi, dentro di questi, quale potrebbe essere il ruolo delle comunità ecclesiali, compresa la nostra. C’è un bisogno disperato di elaborazione in vista del futuro per tutti coloro che hanno a cuore vite e società più eque, più giuste, più umane, più corrispondenti al Vangelo, di fronte a modelli sociali disumani che incombono: di questo bisogno qualcuno si deve far carico, o forse tanti collettivamente, compresa la nostra diocesi.

Mannaggia, gli esami non finiscono mai. Sei appena arrivato ad avere buone prassi in mano da presentare e già il futuro si avanza a grandi passi.

Non credo sia un problema. In realtà la parte migliore dell’intervento di ieri non era tanto nelle soluzioni tecniche adottate, ma nel valore della testimonianza: la capacità di leggere sapienzialmente la propria situazione familiare e personale, di affidarsi alla Provvidenza, di aprirsi generosamente alle necessità altrui. Perenne novità del Vangelo, infatti, anche rispetto ai passi incalzanti del futuro.

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