Gioia, è arrivato

Qui sopra mi vedete, in tutta la mia rilassatezza casalinga, intento a sfogliare avidamente The game narrative kaleidoscope, il nuovo libro di Jon Ingold, uno dei due fondatori dello studio Inkle (se seguite questo blog dovreste ricordare le recensioni di 80 Days e Heaven’s Vault).
Entrambi i due fondatori di Inkle mostrano uno spiccato interesse per il rapporto, direi filosofico, fra gioco e narrazione, ma mentre Joseph Humfrey sembra più interessato agli strumenti tecnici che permettano a Inkle di scrivere i giochi narrativi che vogliono nella maniera che vogliono, Jon Ingold invece si esprime più sul versante puro della narrazione: a parte che è l’autore de facto dei testi dei giochi, cioè il narrative designer in senso tradizionale, da Heaven’s Vault ha tratto un paio di romanzi e anche nel suoi account social si interroga frequentemente su cosa sia esattamente il narrative design.
La ricerca della risposta, apparentemente, sta in questo volume, un lavoor collettivo che ospita gli interventi di un gran numero di operatori dell’industria, sugli aspetti più disparati del mestiere. Sono appena all’inizio della lettura, ma già capisco il senso del titolo: si tratta di un viaggio corale piuttosto, appunto, calediscopico in cui è difficile cogliere un filo comune se non, appunto, il mestiere. L’invito, mi pare, è a accettare la complessità e la difficoltà di fare ordine e di vivere il testo con un approccio giocoso: addirittura, non sorprendetemente per un libro curato da uno specialista di storie a bivi l’apporccio consigliato è l’apertura a caso del libro; alla fine dell’articolo, poniamo, in cui Bruno Dias di Fallen London ragiona sul senso di narrazioni che includono opportunità per i giocatori di compiere scelte autodistruttive per i propri personaggi («Concludendo, così come non abbiamo finito di esplorare la progettazione di scelte che siano significative o impattanti, così c’è molto da esplorare in questo sottoinsieme di opzioni autodistruttive o degradanti…»), il libro offre l’alternativa: vai a pagina 73 per l’intervento di Yao Chang su narrazioni che esplorino la brutalità insita nella condizione umana: «Scrivendo giochi che accolgono la brutalità dell’essere umani, spero di rendere omaggio a tutte le varie maniere con cui tiriamo avanti…», o vai a pagina 125 per leggere il ragionamento di Mary Goodden sul ruolo del corpo nei giochi: «… lasciare che ci venga ricordato della vera posta in gioco. Nel mondo reale, ciascuno di noi possiede solo due cose: un corpo e un po’ di tempo. Molti giochi fanno esplciitamente uso del secondo come posta in gioco: cos’è la morte nel gioco, se non la minaccia incombente della perdita di tempo? Ma a me piacerebbe vedere più giochi che facciano un uso consapevole del primo. Perché mentre è facile pensare che il giocatore sia solo un cervello, agganciato al gioco da dita, occhi e forse un visore di realtà virtuale, il suo corpo rimane sempre là. Invitiamolo a giocare».

È un approccio che, nonostante la brevità di molti interventi, ho torvato interessante e uno stacco singifdicativo rispetto a tutti i manuali di narrative desgin che mi sono passati per le mani sinora, volti, sostanzialmente, a dire cosa sia e non sia il modo di lavorare nell’industria. Alcuni di questi manuali sono molto buoni, come The Game narrative toolbox, e altri un po’ meno, ma tutti hanno il problema paradossale che, pur essendo così nomrativi, sono dei manuali, dopotutto, non permettono veramente al profano di capre cosa voglia dire fare il narrative designer. Ingold spiega nell’ingtroduzione che ha scelto un’altra strada perché il mestiere nell’industria ha raggiunto una dimensione così ampia che non è più facile definrine i confini, o stabilire una regola valdia per tutti; meglio, invece, chiedere a chi lo fa di spiegare cosa vuole fare e perché e, devo dire, alla mia prima lettura mi pare una scelta liberante.
Chiudo questa lunga segnalazione menzinando che il libro ha anche una estensione via podcast, con una decina di puntate sinora uscite (ogni puntata, un autore ospite dialoga con Ingold e Sagar Baroshi). Metto qui sotto il riferimento su Spotify:

