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I pa-droni del mondo

amazon_drone212La settimana scorsa Jeff Bezos, proprietario di Amazon, è andato nella famosa trasmissione Sixty minutes a magnificare la propria azienda e, tra le altre cose, a annunciare che la compagnia sta sperimentando un sistema di consegna totalmente automatizzato via droni, cioè velivoli senza pilota (nel caso di Amazon dei mini elicotteri con otto rotori come quello qui a fianco). Addirittura si prevede di effettuare la consegna in trenta minuti a partire dall’ordine online della merce.

Fabbricastorie scatenati

Il mio amico Andrea Assorgia ha segnalato la cosa su Facebook  e subito Fabbricastorie e apparentati si sono scambiati battute che sottolineavano l’aspetto cyberpunk di questa prospettiva (Andrea era in gran spolvero, peraltro, il che fa rimpiangere sempre più il fatto che sia Colui-che-non-scrive): 

 – E dopo Amazon: Equitalia, che li userà per consegnare gli avvisi di pignoramento. Useranno il gps del telefono per trovarti. Probabilmente arriveranno mentre tenti di far colpo su una bella ragazza.

– Mahhh tutta fantascienza non applicabile. Pensate nel nuorese che sparano ai cartelli autostradali: non aspettano altro che dei droni per allenarsi al tiro!

– Si, ma i droni possono rispondere! 

 – e cmq prima di essere abbattuti inviano posizione, foto dello sparatore e se lo guardi fisso anche la scansione della retina

finché non è arrivato Ben Sidoti (la classe non è acqua, ovviamente) che ha chiuso la disputa con questo falso grandioso (in origine, credo, di Quantum Pirate):

Falsa bolla di consegna Amazon_UK

Insomma: il vostro pacco può non essere stato consegnato perché il drone ha raggiunto l’autocoscienza e si è unito alla rivolta delle macchine oppure perché l’operatore ha trovato più conveniente fermarsi a scattare foto della vicina appena uscita dalla doccia…

Wired 1 – Il Post 0

Mentre noi scherzavamo la notizia è stata ripresa più o meno identica e senza manifestazioni di dubbio su tutti i principali siti di informazione online, compresi quelli che di cose da geek dovrebbero capirne un po’, come Il Post. Gli unici a manifestare qualche perplessità sono stati quelli di Wired, che hanno seguito l’edizione americana della loro rivista (che presentava un articolo tra l’altro un po’ più ampio e informativo della versione italiana). In generale il tono dei commenti negli USA sottolineavano il fatto che Bezos ha potuto andare a farsi bello e a fare sparate in una trasmissione praticamente senza contradditorio e in cui il conduttore capiva molto poco di tecnologia. In sostanza i commentatori di oltre oceano ritengono che Bezos si sia procurato promozione pubblicitaria a buon prezzo (a giant commercial secondo l’Huffington Post, uno spot gigantesco): non lo sapevo ma a quanto pare negli USA il 2 dicembre è il grande giorno degli acquisti online per Natale: cyber Monday, lo chiamano, il singolo giorno dell’anno in cui Amazon deve gestire il maggior numero di ordini, e quel giorno è stato totalmente occupato dalla notizia dei droni. Gli altri venditori online sono stati eclissati, i grandi magazzini fisici saranno sembrati per contrasto roba antidiluviana (e perciò fuori moda e da abbandonare).

TacocopterEra un tipo di notizia, tra l’altro, non nuova. Altre compagnie hanno usato lo stesso sistema per promuoversi: a giugno la notizia di una catena inglese di consegna pizze a domicilio e l’anno scorso una compagnia americana che fornisce tacos, di cui vedete qui a fianco la pubblicità.

Va detto che in realtà per compagnie come queste l’uso dei droni avrebbe maggior senso: secondo l’analisi di Wired, infatti, il problema riguardo al loro utilizzo da parte di Amazon non è tanto di tipo tecnologico (la tecnologia necessaria, in effetti, non è ancora del tutto disponibile, ma potrebbe esserlo in tempi ragionevoli) e neppure di regolamentazione (un voto del Senato obbliga l’autorità che in America sovrintende ai voli a regolamentare la presenza di droni civili nello spazio aereo entro il 2015), ma logistico e di modello di impresa. Amazon usa un sistema che prevede grossi centri di immagazzinamento delle merci, che smistano a centri più piccoli e infine ai corrieri che distribuiscono, secono un meccanismo ad albero: l’uso dei droni richiederebbe invece una distribuzione reticolare con magazzini in ogni città (i droni hanno autonomia e velocità limitate, quindi i centri di smistamento vanno moltiplicati), che inviino direttamente la merce al consumatore (punto su punto). È dubbio che un sistema del genere sia praticabile ed economico per un distributore nazionale, mentre teoricamente, data la giusta tecnologia, il pizzaiolo sotto casa non avrebbe questi problemi.

Naturalmente, può darsi che Amazon punti a fare come Apple, che non ha clienti ma fan disposti a pagare pesanti sovrapprezzi per sentirsi, a parità di prodotto, molto più fighi degli altri grazie alla lucente esteriorità della confezione: ed effettivamente forse c’è qualcuno che pagherebbe il doppio o il triplo per avere i prodotti a casa via drone invece che col banale camioncino. Può darsi, ma sinora Amazon non si è caratterizzata per questo genere di strategia commerciale, quindi probabilmente chi ragiona in termini di volontà di oscurare la concorrenza nel Grande Lunedì degli Acquisti ha ragione.

Nel frattempo, però…

La verità sui droni

Siccome mi aveva preso la curiosità ho provato a fare un po’ di ricerche, e ho scoperto delle cose interessanti. Per esempio che Amazon ha già dei droni: anni fa ha acquisito un’azienda che si chiama Kiva che costruisce robot e macchinari complessi per le linee di montaggio e Kiva ha una sua flotta di droni, che presumibilmente aiutano nella gestione degli enormi magazzini (un sito Amazon, pare, occupa facilmente una decina di ettari). Ma anche senza cercare cose così complicate, ci sono già contadini (immagino nel pianeggiante Kansas) che hanno equipaggiato trattori e mietitrici con sistemi di rilevazione GPS. Da qui a collegare il sistema di controllo dei macchinari a terra con dei piccoli droni volanti che segnalino, per esempio, le aree in cui agiscono dei parassiti, o piante infestanti, o in cui l’irrigazione è insufficiente, per un intervento mirato e completamente automatizzato, il passo non è eccessivo, e infatti qualcuno lo sta già sperimentando – e non sembra che siano sempre multinazionali dell’agroalimentare.

Drone petroliferoCi sono anche altri campi in cui l’uso dei droni, automatizzati o guidati a distanza, è già cosa del tutto acquisita: per esempio nei grandi set cinematografici, per ottenere a costi contenuti riprese spettacolari che non comportino l’uso di elicotteri o complicate impalcature. Oppure nei campi petroliferi dell’Alaska, per il controllo a distanza dei macchinari estrattivi. Nel campo del controllo ambientale, per monitorare a distanza specie minacciate, oppure il possibile insorgere di focolai d’incendio. O anche, naturalmente, nel campo della sicurezza e della repressione del crimine: sorveglianza a distanza, ricerca di fuggitivi, controllo del traffico e così via.

Da quello che capisco, anche leggendo un’autointervista a uno dei pionieri del settore (va scorsa, anche perché ci sono una serie di link ad altri articoli interessanti) il settore dei droni assomiglia oggi a quello dei personal computer dell’epoca eroica: gente che lavora nei garage, piccole imprese molto ambiziose, start up di cui una farà successo e le altre cento moriranno; però sembra un campo molto vivace e ricchissimo di prospettive.

E pronto a sbocciare: uno studio sulle prospettive economiche di questo settore a cura dell’associazione dei produttori di sistemi volanti automatizzati americani prevede un impatto sul PIL nei soli Stati Uniti di 92 miliardi di dollari fra il 2015 e il 2025 e decine di migliaia di nuovi posti di lavoro. Si tratta di una ricerca appesa a parecchie imponderabilità (fra l’altro i ricercatori a pagina 7 scrivono: perché le nostre previsioni si avverino devono avverarsi le seguenti condizioni: 1) nuovi regolamenti adeguati 2) meccaniche del lavoro similia  quelle dell’attuale industria aerespaziale 3) ecc ecc 9) altri fattori attualmente non previsti, che non è proprio indizio di grande precisione), ma che individua, inoltre, anche i probabili maggiori settori di impiego dei droni:

Wildfire mapping;
Disaster management;
Thermal infrared power line surveys;
Law enforcement;
Telecommunication;
Weather monitoring;
Aerial imaging/mapping;
Television news coverage, sporting events, moviemaking;
Environmental monitoring;
Oil and gas exploration; and
Freight transport

e conclude che i più promettenti commercialmente sono quella che chiama “agricoltura di precisione” e il settore della sicurezza pubblica, che comprende polizia, pompieri, prevenzione catastrofi e così via. Il rapporto è molto interessante (sono quaranta pagine, ma quel che conta sta nelle prime dieci) ma disgraziatamente è pochissimo promettente dal punto di vista del cyberpunk. E anche sul numero, che sembra molto alto, di ottomila droni di proprietà privata in attività negli USA fra pochissimi anni va detto che, rapportato alla superficie degli USA, vuol dire un drone ogni mille chilometri quadrati. Sembrerebbe che il futuro per certi aspetti sia molto vicino, ma per altri del tutto lontano.

Forse. Perché nel frattempo Pirate bay sta sperimentando un proprio cloud impossibile da buttare giù basato su droni a forma di frisbee che volano sulle città, diffondono il segnale e poi volano altrove per raggrupparsi successivamente; questo, direi, è davvero degno del cyberpunk.

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