Silenzio di tomba

Ho visto NAZA martedì al Cinema Odissea, in gruppo con le amiche del Laboratorio28,
Non ho il tempo di farne una vera recensione, segno qui alcuni punti anche come promemoria per me. In breve: complessivamente NAZA è un gran pezzo di giornalismo e un notevole esempio di coraggio civile.
Il film è sostanzialmente 70 minuti di pacate conversazioni senza testimoni su remoti tetti di Tel Aviv in cui operatori dell’intelligence israeliana confessano di avere commesso tremendi crimini di guerra e delitti contro l’umanità e ne spiegano l’organizzazione sistematica da parte delle forze armate israeliane durante la guerra di Gaza. Alcuni sono pentiti, altri autogiustificatori, altri fatalisti, tutti inquieti.
Non avevo grandi dubbi che a Gaza si stia commettendo un genodicio, quindi non sono rimasto sorpreso, quello che ho trovato profondamente interessante del film (sì, anche nel senso dell’antica maledizione cinese, ti auguro di vivere in temi interessanti) è la descrizione plastica di come si organizza un genocidio e di come ne vivono la gestioen coloro che lo compiono.
In questo senso, sono certamente strumentali e ingiustificate le repliche difensive che ho visto girare sui social (e su molti media israeliani) che si affannano a negare singoli aspetti del film (spesso, fra l’altro, con inesattezze), per esempio il ruolo dell’intelligenza artificiale; quello che conta è la descrizione di un sistema di sterminio.
È chiaro che le parole sistema di sterminio richiamano associazioni ben precise con altri eventi del passato; Auschwitz è citato esplicitamente da uno degli intervistati in uin passaggio del film. La mia idea è, da sempre, che la storia non si ripete: eventi storici distanti fra loro possono illuminarsi a vicenda, se ne possono fare comparazioni e possono essere inseriti in categorie storiche generali, però non sono mai lo stesso fatto, per definizione. C’è un discrimine preciso in questo tipo di discorsi: il testimone nel film usa la comparazione per descrivere una propria situazione esistenziale e questo è legittimo; il passaggio è notevole e i registi hanno fatto bene a conservarlo.
Il film ha inaspettati meriti artistici, soprattutto nella scelta di proettare il racconto dei crimini contro un fondale di vita serena che si intravede dietro le facciate dei palazzi di Tel Aviv, scenario che inevitabilmente evoca la vita non più presente dietro facciate di palazzi che sono stati rasi al suolo.
Il tono delle interviste è semplice e mai inquisitivo; è buon giornalismo che lascia spazio all’interlocutore. Capisco che parte del pubblico avrebbe voluto forse che l’intervistatore avesse impugnato il ventilabro e il fuoco purificatore, ma il film è così che andava fatto.
Il film non fa paura in senso fisico e, una volta appurato di cosa sta parlando e dove va a parare, non è nemmeno, in un certo senso, angosciante o ansiogeno (casomai è agghiacciante), tranne negli ultimi dieci minuti quando il senso delle pacate conversazioni sui tetti si fanno carne e sangue nelle riprese da Gaza.
Alla fine un silenzio di tomba attraversava la sala. Tutti assorti nei propri pensieri, nessuna conversazione. Mi dicono che è così al termine di tutte le proiezioni.
