Grazie Tullio

Ieri ho deciso di rileggere The dispossessed, un famoso romanzo di fantascienza politica di Ursula K. Le Guin, che ho già letto qualcosa come cinquant’anni fa, fra i tredici e i quindici anni, nella forma italiana I reietti dell’altro pianeta, probabilmente nella edizione della Editrice Nord di cui vedete a fianco la classica copertina dell’epoca, di quelle che non c’entravano niente ma erano bellissime.
Siccome leggo in digitale sul telefono, ho aperto Moon+ Reader, ho fatto una ricerca per autore e ho visto gli altri libri che ho di Le Guin. E mentre notavo La mano sinistra delle tenebre, anche quella letta all’epoca per la prima volta, improvvisamente ho avuto un lampo di comprensione.
Il fatto è che io queli libri non li ho letti esattamente così per caso, o per scelta personale. Li ho letti perché me li prestava il mio amico Carlo Petricci, che aveva in casa un’ampia biblioteca di libri di fantascienza. Il fatto è che non credo che quei libri fossero esattamente di Carlo, ma piuttosto del padre, Tullio, che aveva anche una grande collezione di modellini militari e trafficava in boardgame e nella costruzione di mondi immaginari.
È una cosa che ho sempre saputo (fra i tredici e i quindici-sedici anni sono stato in casa Petricci quasi tutte le sere per diverse ore) ma che non avevo mai realizzato compiutamente, e mi ha fatto pensare. La fantascienza pee me è stato l’ingresso nella letteratura di genere (i Salgari e Verne familiari contano e non contano) ed è un ingresso che mi ha accompagnato tutta la vita, come i boardgame e i giochi di simulazione (il modellismo, invece, l’ho abbandonato, anche se ho ritirato fuori i pennelli, a un certo punto, per le miniature fantasy). In un certo senso, Tullio, attraverso quel che aveva passato a Carlo, è stato una delle figure centrali della mia formazione e io non ci avevo mai pensato.

Questo articolo ha lo scopo di pagare esplicitamente il debito (grazie, Tullio!) e anche di raccontare qualche altra domanda che mi ha accompagnato ieri e alle quali in realtà oggi nessuno può rispondere: Carlo è morto troppo presto, come pure i due Alberti; del nostro quartetto di lettori, di amanti dei giochi e degli scacchi sono rimasto solo io.
Le domande sono, per esempio: che lettore di fantascienza era Tullio? Fra gli autori posseduti c’era certamente l’Asimov del ciclo della Galassia e dei robot, che mi fu prestato per primo da Carlo come lettura assolutamente necessaria — del resto, era certamente adatto a ragazzi della nostra età — ma anche testi più impegnativi: a parte entramvbi i libri fondamentali di Le Guin i miei ricordi di lettura comprendono almeno Clifford D. Simak e Frank Herbert e diversi altri autori importanti e piuttosto adulti, insieme ad altri che oggettivamente oggi mi sembrano minori, come l’Edward Wellen di un Cosa Nostra che sei nei cieli che all’epoca mi colpì molto (1999: Guerra Texas-Israele sembrerebbe non meritare la menzione ma anche quello mi colpì molto). D’altra parte, sono abbastanza sicuro di non avere letto, all’epoca, né Philip K. Dick né Heinlein né Bradbury, per dirne tre. Di fantasy ovviamente non c’era traccia, com’era abbastanza ovvio all’epoca, però c’era molto Tarzan (quindi acquisti ripetuti) e buona parte di John Carter di Marte, sempre di Burroughs.
In realtà, il mondo dei lettori di fantascienza della generazione precedente alla mia mi è ignoto: non so se Tullio fosse un lettore vorace come il me stesso successivo appassionato di fantasy, che più o meno comprava tutto quello che trovava in giro, oppure un lettore che seguiva un suo specifico gusto del quale non ho mai avuto occasione di parlare e che purtroppo ora mi sfugge: propendo per la seconda ipotesi, soprattuto perché i libri erano di edizioni molto diverse — oltre alla Nord, almeno l’Urania da edicola e gli Oscar Mondadori, ma anche altre case minori — il che mi sembra richiamare a ricerche personali più che al comprare l’ultimo libro uscito in edicola, ma naturalmente è una domanda senza risposta ed è possibile che i miei ricordi mi tradiscano: magari c’era tutta Urania, in qualche armadio.
Con tutto quello che non so, quelle letture e quegli anni, i miei primi boardgame e il grandioso gioco di conquista dell’Africa che ci portammo in campeggio, copiato da diversi altri che Tullio aveva progettato, sono un capitolo non da poco della mia formazione ed è stato strano, ieri, rendermi conto che, sebbene pensi spessissimo a Carlo, penso poco alle serate in quella casa (dove, oltre a Tullio, c’era anche la mamma, un’altra donna notevole). E anche quando, all’inizio di qualche seminario, faccio un po’ la mia storia ludica, in qualche modo salto quel passaggio, o lo dò per scontato rispetto, che so, agli anni al Circolo degli Scacchi. È stato un po’ strano, ieri, pensarci e rendermi conto dell’omissione e mi è sembrato opportuno rimediare.
