Io e l’Odissea
Non il film, proprio il libro.
Un capitolo al giorno

Non credo di avere avuto occasione di raccontare che da un po’ di tempo tutti i giorni leggo l’Odissea.
Cioè, da un po’ di tempo. Più esattamente, da aaanni.
Sono in qualche modo sicuro della data di inizio della storia. L’8 dicembre del 2017, infatti, il Guardian pubblica la recensione di una nuova traduzione (in inglese) dell’Odissea, di Emily Wilson. È una recensione interessante: a Wilson, prima studiosa di lingua inglese a affrontare la traduzione dell’Odissea, viene attribuito un approccio nuovo, che in particolare fa emergere le figure femminili del racconto, le sensibilità dei soggetti subalterni e altri elementi non abbastanza frequentati dai traduttori precedenti.
Chi mi conosce bene immaginerà, credo, che queste sono caratteristiche capaci di suscitare immediatamente la mia curiosità e contemporaneamente la mia diffidenza. In ogni caso traduttore è traditore e non mi sembrava avesse molto senso che mi andassi a cercare il libro, cioè che provassi a capire la qualità di una traduzione dal greco antico all’inglese, rapportandola alla traduzione fatta da qualcun’altra in italiano, senza essere capace di riconoscere il testo greco originale: ci sono dei limiti anche alla curiosità, diciamo. Però la voglia di leggere continuativamente un grande componimento poetico mi è venuta, e credo che sia da quell’episodio che poi sono finito a leggere la Divina Commedia, un canto al giorno (in realtà mi ero letto già La Gerusalemme liberata, ma quello è un altro discorso).
Però il semino era stato piantato e si è risvegliato quando ad aprile 2025, sempre sul Guardian, ho letto della nuova traduzione di Wilson dell’Iliade, della nuova edizione ufficiale Penguin dell’Odissea, affidata a un altro traduttore, Daniel Mendelsohn, dell’uscita del film dedicato all’Odissea da Uberto Pasolini (un film che suppongo molto bello e che sfortunatamente non sono riuscito a vedere) e dell’incombere del film di Nolan.
E così, come era capitato per Dante, ho deciso di leggere tutta l’Odissea dall’inizio alla fine, un libro o capitolo al giorno. È stata una lettura del tutto diversa da quella della Commedia, che era stata complessivamente serena, pacata, disciplinata e spesso spiritualmente molto arricchente. La mia Odissea è stata invece disordinata, all’inizio spesso molto divertita, perfino sguaiata, e poi via via sempre più aspra e ostile, con l’incapacità di tenere il passo, spesso abbandonata e poi ripresa, tant’è vero che ce l’ho ancora in mano eppure ho letto il finale tre volte, con un passaggio in corsa, come dirò fra poco, fra due edizioni diverse. Per certi aspetti, una lettura politropa, e forse non poteva essere che così.
La distanza anglossassone
Uno degli elementi di disturbo della lettura è stato, via via, l’avvicinarsi dell’uscita del film di Nolan e il crescere delle polemiche che si portava dietro. Sto preparando un articolo su questa storia di mettere nei film gente di colore diverso, tipo quando Kenneth Branagh suppone che il re di Napoli sia Denzel Washington e abbia per fratello Keanu Reeves (indizio su quel che dirà l’articolo: Molto rumore per nulla è uno dei miei film preferiti, ma in realtà non è il film più adatto per fare questo discorso, o forse sì) ma non è che le polemiche del genere siano proprio la cosa che mi appassiona di più al mondo, e avrei preferito leggere in santa pace: invece la mattina, prima di poter aprire il libro, un’occhiata a X, un rimando a Reddit o un articolo del fido aggregatore di notizie mi portava spesso a spasso, mi toglieva il tempo di leggere o l’attenzione per concentrarmi. Di Dante oggi non frega niente a nessuno, diciamo, ed è improbabile che se tenti di leggere la Divina Commedia ci sia una tempesta sui social che venga a interferire; con l’Odissea, a quanto pare, è tutto il contrario.

Ora, confesserò che spesso il motivo della distrazione era che le discussioni erano interessanti, in realtà. Ovviamente non quelle in cui si inveiva contro l’asservimento di Nolan all’odiata cultura woke o quelle in cui i guardaspalle dell’ortodossia liberale si incaricavano di rintuzzare le critiche della plebe usando la cultura (finta) come una clava (vera). Però in mezzo alle critiche ho scoperto un sacco di altre cose, ho iniziato a seguire alcuni nuovi utenti su X , ho imparato a fidarmi almeno di alcuni gruppi Reddit, la mia lista di libri che vorrei leggere si è allungata a dismisura. Alla fine di questo articolo ho raccolto sia alcuni account da seguire che alcune letture possibili, qualche altro riferimento – anche comico – lo trovate man mano.
Fra le altre cose, un giorno ho letto una lunga discussione su quale fosse la traduzione migliore (in inglese) di un passo dell’Odissea e mi sono reso conto che in inglese esiste un gran numero di traduzioni, molte di più di quelle che supponessi. Stimolato da questa scoperta sono andato a cercare un dibattito simile in italiano e ho visto che veniva raccomandata, fra le altre, una versione di Vincenzo Di Benedetto (per la BUR), corredata di note e commenti, e mi sono lasciato tentare (fino a quel momento leggevo la versione per Einaudi di Rosa Calzecchi Onesti, che credevo fosse più o meno la versione italiana ufficiale – in effetti, in un certo senso lo è – e effettivamente soffrivo la mancanza di note).
Il passaggio a un’altra edizione, di cui peraltro sono contentissimo, si è rivelato un’altra occasione di distrazione, in realtà, perché l’impianto di note e commenti è veramente amplissimo, e leggere poesia e tenere conto delle note insieme non si può fare.
Cioè, bisogna fare come suggerisce la salace storiella sarda, del tizio che sospetta che la figlia, con la scusa di andare a tessere, amoreggiasse con un tale; la moglie suggerisce che se lei è impegnata a tessere, la sua virtù è al sicuro, al che quello risponde:
Amoreggiare e tessere,
non può essere,
ma prima tessere e poi amoreggiare,
quello si può fare.
In sardo è più esplicita, ma comunque vale anche per la poesia: discettare e leggere non può essere, ma prima leggere e poi discettare, quello si può fare. Fine della bizzarra parentesi.

Comunque, il giocattolo nuovo delle note mi ha portato più volte indietro per rileggere parti già fatte e vedere come venivano commentate, e mi sono perso ulteriormente. Alla fine, adesso sto leggendo l’ampio (130 pagine) saggio introduttivo, andandomi a vedere man mano i passi citati, nell’ennesimo mutamento di forma di questa esperienza.
In realtà il taglio delle due discussioni su quale sia l’edizione o traduzione migliore, nel gruppo in inglese e in quello in italiano, rivelava una serie di distanze culturali che mi hanno colpito. Intanto, ho scoperto con sorpresa che in inglese sono disponibili molte più traduzioni dell’Odissea che in italiano. È chiaro che il mercato culturale è più ampio, ma la cosa mi è sembrata notevole lo stesso: non siamo poi esattamente la patria degli studi classici, si direbbe, e infatti il livello di erudizione di una discussione media in lingua inglese è piuttosto più alto, di solito, anche se ci sono controindicazioni..
È evidente che è temerario trarre delle conclusioni generali sulla base di un paio di conversazioni pescate sulla rete, però alcune cose saltano all’occhio: per esempio, in Italia quando si contrappone una traduzione di Iliade e Odissea di tipo classico con una moderna il contrasto è fra Monti e Pindemonte da una parte e Rosa Calzecchi Onesti dall’altra (la sua traduzione è degli anni ’50); nell’ambito della lingua inglese, nonostante ci siano le versioni di Chapman o Pope che in qualche modo potebbero giocare il ruolo di Monti o Pindemonte, il contrasto è fra le versioni di Rieu (del 1946) e quelle appena più recenti di Fitzgerald (1961) e Lattimore (1965), da una parte, e quelle degli ultimi vent’anni, dall’altra. In generale, dipende probabilmente da un diverso tipo di approccio agli studi classici il fatto che in Italia si tenda a contrapporre poeticità a aderenza al testo originale, mentre in inglese si pone invece l’alternativa fra un linguaggio poetico (cioè ricercato) e uno più aderente al parlato quotidiano.
Naturalmente, queste sono differenze e distanze che possono essere anche interessanti da registrare. La parte fastidiosa, invece, è l’autoreferenzialità. È chiaro che in ogni ambito culturale, e dentro il singolo ambito culturale nei vari specifici luoghi di discussione, si finisce sempre a parlare di se stessi; però c’è differenza fra discussioni locali (noi italiani parliamo delle nostre versioni, della nostra esperienza a scuola…) e discussioni provinciali (stiamo in un ambito di discussione in inglese e crediamo che il nostro sia l’unico approccio all’Odissea al mondo). Per dire, tutta l’enfasi su Emily Wilson prima donna ad avere tradotto l’Odissea è straniante per il lettore italiano che chiude il computer e apre la versione di Rosa Calzecchi Onesti, ma è straniante in generale per un lettore di qualunque parte del mondo che sa che la prima donna ad avere tradotto l’Odissea è stata Madame Dacier ai primi del ‘700 (in realtà, non è neanche la prima donna, è direttamente l’autrice della prima versione, diciamo così, moderna). Dopo di lei, ce ne sono state altre dappertutto; continuo a parlare di Rosa Calzecchi Onesti perché l’edizione su Einaudi è certamente prestigiosa, ma vedo da una ricerchina su internet che ci sono almeno altre tre studiose più o meno sue contemporanee che hanno anche loro tradotto l’Odissea, e altre successive.Se l’ambito anglosassone degli studi classici e delle edizioni di classici è più patriarcale che nel resto del mondo ed è storicamente più difficile per le donne affermarcisi è un problema vostro, old chaps, e non mi sembra il caso di farci tanto scarnazzo, come avrebbe detto Camilleri.

E poi, almeno fra i lettori specificamente americani, il provincialismo si accoppia spesso all’ìgnoranza crassa: probabilmente molti di noi non sono in grado di dire al volo dove esattamente stia Sidone o confondono Cipro e Creta, però chiunque in Italia almeno sa cos’è il Mediterraneo e che tipi di genti lo abitano e dà per scontato che una fazza una razza e comunque almeno una volta di passsaggio ha visto, che so, un villaggio nuragico, un tempio greco o una colonna romana e anche alla casalinga di Voghera l’antichità non appare questa roba nebulosa in cui qualunque cosa può essere collocata a piacere a seconda dei pregiudizi. Invece la casalinga media di Tucson, Arizona, protesta che in questa Odissea, che palle, si parla di questi antichi greci e mi tocca sapere chi cazz’è quest’Atena e poi com’è che non c’è Ulisse, all’inizio? E cos’è questa storia che il ciclo epico viene sviluppato in area ionica, cioè in Turchia? ma i Greci non stavano in Europa?! quindi se erano asiatici allora non erano bianchi ma neri? No, erano turchi e quindi adoravano Allah? E allora Zeus, eh?, eh?! Non hai risposte per questo, sapientino!

La mia Odissea
Dopo tutta questa introduzione, forse è il caso che dica come ho trovato io l’Odissea. Va bene che la lettura si è rivelata complicata, ma alla fine l’Odissea mi è piaciuta o no?
Bene, mi è piaciuta molto. Avendo fatto il liceo classico ovviamente avevo tradotto l’Iliade e l’Odissea, imparando a guardarle con rispetto (mi ricordo benissimo Carlo Murru, mio compagno di banco, che a metà di un compito a casa si ferma e dice, con aria ispirata: «Vedi, questa è grande poesia» e non avrei potuto essere più d’accordo).
Ho riletto entrambe, nell’edizione Einaudi, credo vent’anni fa, fondamentalmente per vedere cosa ci fosse dentro, metrica a parte e fuori dell’obbligo scolastico. Quel che ci avevo trovato non mi aveva convinto troppo, soprattutto a proposito dell’Iliade, ma ero rimasto molto impressionato dai canti finali dell’Odissea e in particolare dal mutuo riconoscimento – in molti sensi – fra Ulisse e Penelope, episodio a cui sono tornato più volte negli anni (ne ho parlato anche su Oggi parliamo di libri, dove peraltro sostengo che è meglio leggere l’Odissea a stralci, a caso, e non in maniera continuativa).
La prima parte di questa mia ultima lettura – più o meno la Telemachia e qualcosa in più, è stata molto divertita. Mi sono lasciato prendere dalla formularità del linguaggio traendone un piacere infantile: ricordo benissimo passeggiate verso casa dopo il lavoro in cui per defatigarmi costruivo parodie – o riscritture – di episodi dell’Odissea adattati alla vita quotidiana, sul genere come farebbe Nestore, cavaliere gerenio, a proporre a Telemaco simile a un dio di andare a prendere un caffè?
La prima pausa me l’ha data l’episodio in cui Apollo va da Calipso per dirle che deve lasciare andare Ulisse e lei gli fa una scenata in cui gli dice, più o meno, che evidentemente non c’è problema se lui e Zeus e tutti gli altri dei maschi se ne vanno in giro a sedurre giovinette, però se una dea invece si prende un amante umano ecco che scatta la censura e le tocca lasciarlo andare.
Era un episodio che non ricordavo per niente e che ho trovato notevole, così come mi aveva colpito a suo tempo il monologo di Medea, l’indizio di una tensione di genere che apparentemente congiunge autori a tre secoli di distanza e in contesti diversissimi e che quindi, mi chiedo, attraversava davvero la cultura greca? Come, perché? Ho comiciato a cercare sull’argomento un testo non banale ma nemmeno troppo specialistico; ho ripreso in mano il Graves e la dea bianca trovandolo affidabile quanto la voce di Saruman, come in realtà già ricordavo, e insomma poi mi sono lasciato distrarre da altre cose.
Poi man mano la lettura si è fatta complicata e, non so come dire, unitaria. Non c’erano più assaggini da fare, beccatine qua e là, ma un lungo pasto da digerire, e la fatica data dalla mancanza di pause si è fatta sentire. Sembra strano perché sono parti ricchissime di singoli episodi, però io ho fatto fatica – nella visita agli inferi soprattutto, e poi perché non ricordavo che dopo l’arrivo a Itaca ci fosse ancora così tanta roba.
Alla fine quello che mi rimane sono più o meno queste tre (in realtà quattro) impressioni:
Il romanzo di Atena
L’Odissea è il romanzo di Atena. Vedo che c’è tutta una discussione accademica sul fatto che nell’Odissea rispetto all’Iliade la presenza degli dei è diversa, molto più mediata e, in definitiva, minore. È certamente così, ma la storia si apre e si chiude con Atena, prima di tutto nel senso che il ritorno difficile di Ulisse fa parte delle difficoltà generali incontrate dall’esercito acheo nel ritorno, difficoltà che sono dovute esclusivamente all’ira di Atena per lo stupro di Cassandra nel suo tempio; Ulisse in seguito ci metterà del suo offendendo Poseidone, ma tutto inizia con Atena.

Tutto inizia con Atena anche perché è lei che mette in moto la trama specifica dell’Odissea, convincendo Zeus e gli dei a ordinare a Calipso di liberare Ulisse; è lei che consiglia e mette in moto Telemaco e che alla fine presiede alla strategia di Ulisse quando torna a Itaca, rende possibile la strage dei pretendenti e infine suggella il nuovo assetto politico di Itaca.
Se l’Odissea è il romanzo di Atena, deve per forza essere un romanzo religioso. Ricordo che a scuola abbiamo studiato che nella Grecia classica l’educazione etico-morale, spirituale e in generale alla comprensione della vita si faceva sull’Iliade e l’Odissea, perché, non essendo la loro una religione del libro come la nostra, usavano il raconto epico come piattaforma formativa sostitutiva. Sono sicuro che c’è qualcuno pronto a dire che il concetto di paideia è molto più complesso e non lo metto in dubbio, però fidatevi: è così che ce l’hanno insegnato.
Ora, era una esposizione con alcune falle non da poco: per esempio suppone che la Bibbia sia composta solo di dieci comandamenti e lettere di San Paolo, cioè solo da testi prescrittivi e espositivi, quando in realtà la Bibbia è anzitutto racconto e spesso direttamente racconto epico, ma soprattutto presuppone una visione laica del ciclo epico greco, probabilmente per il pregiudizio che le storie sono incredibili e gli dei che vi compaiono, come sapppiamo noi occidentali razionali e moderni, evidentemente falsi. L’idea è quindi che il valore educativo di Iliade e Odissea sia esclusivamente allegorico, nel senso che si limitava a ispirare un fare che fosse come quello di Achille, come quello di UIlisse, non come quello di Aiace, Scilla e Cariddi come figura di un dilemma etico eccetera.

Ecco, francamente non mi sembra che la lettura che ho fatto dell’Odissea sostenga questa visione, e mi pare che, sempre ammessa l’allegoria, il tema religioso si giochi su altri livelli, più personali e più profondi. Sono anche influenzato da un tizio che ho letto da qualche parte, un seguace di una scuola buddista giapponese (addirittura), che sostiene che dal suo punto di vista politeista durante la lettura per lui è stato naturale classificare gli dei come shoten jenzin, dei come forze all’opera per anni nella vita delle persone che finiscono per prendere forma, come Atena/Mentos. Mi sembra una lettura interessante e anche convincente per rendere il meccanismo comprensibile al lettore moderno; a me suonano anche elementi che parlano della alleanza personale, familiare e di clan con specifiche divinità, gli dei della forza benigna, fedeli in combattimento e nella protezione della casa, in coincidenza con cose che sappiamo di altre religioni indoeuropee antiche (Atena come Thor è forse un po’ forte, ma non troppissimo). In questo senso, scommetterei che l’Odissea si presti a essere considerata un’epica nazionale, non nel senso di una singola nazione, ma nel senso del collettivo dei seguaci di Atena.
Non è una teoria che mi sentirei di difendere davanti all’Accademia dei Lincei (anche di fronte a un semplice esperto in materia) ma, da perfetto cialtrone, questo è quel che ho pensato leggendo e così ve lo racconto.
Il romanzo della regalità
Insomma, tranne un porcaro e un paio d’altri, i personaggi sono tutti re e regine. O perlomeno: aristocratici (e un paio di dee, che sono uber-aristocrazia). E sono re e aristocratici che, dopo che hanno gettato le mani sulle carni ben cucinate e divorato montagne di pagnotte, parlano esclusivamente di temi di governo. Il dibattito su cosa voglia dire governare, come si governi, quali qualità si devono avere, come bisogna comportarsi in determinate situazioni, pervade tutto il racconto a partire dal primo incontro di Nestore e Telemaco (anzi, dal primo incontro di Atena e Telemaco).
È quasi un trattato di scienza politica applicata. Non a caso si chiude con un caso pratico: il nuovo assetto costituzionale per Itaca, dopo la strage dei pretendenti. Il racconto prevede ripetutamente che tutta questa teoria che i re si raccontano a vicenda, alate parole parlando, venga periodicamente messa alla prova sulle situazioni concrete: un paio di assemblee civiche a Itaca, le congiure dei pretendenti coi loro dibattiti interni, le istruzioni di Alcinoo ai suoi nobili.
Perfino quando parla il porcaro si ragiona sull’aristocrazia. Con un punto di vista che in quel momento si fa, ovviamente, esterno, popolare, con uno dei procedimenti più interessanti e direi moderni che lo scrittore dell’Odissea metta in opera. E però non bisogna ingannarsi: il tema rimane sempre l’arte del governo e l’illustrazione di come può comportarsi il popolo, quello fedele di Eumeo e quello ostile di Melanzio, i rischi a cui va incontro chi non ne tiene conto e come bisogna comportarsi con gli uni e con gli altri, un discorso fatto per essere recepito dai governanti.
Il romanzo del potere e del fato

Tutto passa, insomma, attraverso l’esercizio del potere, ma il potere ha dei limiti. Tutti questi aristocratici ordinano, determinano, costruiscono. Fra loro, nessuno più di Ulisse: Ulisse insegna che non si può non agire; anche quando è in posizione di passività, Ulisse sta agendo o ponendo le basi per agire. La misura dell’uomo (e della donna) è nella sua capacità d’azione. Ma l’azione a sua volta incontra dei limiti nelle circostanze, e questo va sempre saputo. L’uomo può fare, ma le sue azioni saranno pur sempre sottoposte all’opposizione di altre forze, altre azioni, e in ultima analisi all’imponderabilità del fato.
Antinoo figlio di Eupite non sbaglia una mossa in tutto il romanzo. il suo consiglio è saggio, la sua parola forte nell’assemblea. L’uomo ha la mancanza di scrupoli sufficiente per sapere cosa va fatto e farlo, per esempio provare ad ammazzare Telemaco, una morte che risolverebbe tanti problemi. E però tutto questo non basta: chi potrebbe mai pensare che vai a un banchetto essendo in posizione di forza e mentre alzi la coppa per bere subito ti coglie l’amaro dardo della morte? Il fato e la dea erano ostili.
Il limite del fato all’esercizio del potere vale anche per Ulisse. Non solo in un contesto squisitamente politico, quando Zeus e Atena gli impongono la pace cittadina (proprio quando finalmente, dopo essersi dovuto barcamenare in tutti i modi, una buona volta Ulisse è pronto a spiccare il volo come un uccello da preda, dall’eroe qual è), ma in ogni momento: l’episodio di Eolo, per esempio, è paradigmatico.
Un buon esempio, in realtà, è Alcinoo. Nel lungo, lunghissimo episodio dei Feaci Alcinoo e il suo popolo fanno tutte le cose giuste. La capacità di governo di Alcinoo ha portato la prosperità al popolo e nei confronti di Ulisse si comportano secondo giustizia e con larga benevolenza. Un popolo ben regolato, un re avveduto e timorato. Eppure, con un rovesciamento di sorti improvviso, proprio l’avere fatto ciò che doveva essere fatto è la rovina, totale, definitiva e irreversibile, dei Feaci. Lo sapevano, non lo sapevano quando si sono comportati con Ulisse secondo giustizia? Il punto non è questo: non ci sono alternative all’agire.
Quindi agire bisogna agire; ma il risultato dell’azione dipende dal fato e dalla volontà degli dei. Detta così, è l’ideologia di una società aristocratica e guerriera, in cui la morte in battaglia è un’eventualità sempre possibile e l’onore deriva da avere adempiuto il dovere anche sapendo che il prezzo può essere la morte. Ma qui l’eroe, per quanto potente in battaglia, non è un eroe solare destinato a morire giovane, come Achille o Sigfrido. L’eroe di questa storia è Ulisse, che è avveduto come Alcinoo, dotato di sufficiente pelo sullo stomaco come Hagen – eppure anche lui è totalmente dipendente dal fato. Ciò che sposta la bilancia della fortuna in suo favore, naturalmente, è Atena, ma il tema rimane: il potere non è e non sarà mai assoluto, per quanto si possa barare mettendo pesi sul proprio piatto della bilancia.
Il romanzo di Ulisse

Mi stava passando sotto il naso senza che me ne accorgessi: l’Odissea è il romanzo di Ulisse perché è Ulisse che sta al centro. Inizialmente avevo pensato che le mie impressioni sull’Odissea fossero riassumibili nei tre romanzi di cui ho parlato qui sopra. Quando ho scritto l’ultimo paragrafo, però, mi sono reso conto che l’Odissea è prima di tutto il romanzo di Ulisse, ovviamente. Non tanto nel senso che racconti la storia di Ulisse, o perché usi la storia di Ulisse come strumento per raccontare qualcosa d’altro – per esempio, non sono tanto convinto di interpretazioni che leggono l’Odissea come la storia universale del ritono a casa di un reduce, o simili. È la storia di Ulisse perché è Ulisse – e la sua assenza – il centro attorno al quale tutti gli altri attori si muovono. Anche quando non è in scena, è lui che riempie i discorsi.
Ma soprattutto, Ulisse fa la storia, e le storie. Una cosa che mi ha colpito è che Ulisse elabora una complessa identità fittizia per presentarsi a Eumeo, il racconto del Cretese. Non molto più tardi, a Penelope racconta un’altra storia, presentandosi come un altro personaggio di Creta. Cioè: proprio un’altra storia, non la stessa un po’ aggiustata a seconda dei diversi obiettivi dei due colloqui. Mi sono chiesto: ma perché? Cosa sta combinando Ulisse (e il narratore, ovviamente)? Quanto sono spessi i livelli di dissimulazione? E improvvisamente mi sono reso conto che, mentre il fatto che Ulisse stesse da Calipso e sia passato per l’isola dei Feaci è narrato in maniera oggettiva – quindi, diciamo – è vero – tutto il resto, il lungo flashback delle avventure di Ulisse da Troia in poi che lui racconta ai Feaci, non è mai provato. Circe, Polifemo, le Sirene, Eolo e l’otre dei venti, la visita agli inferi, Scilla e Cariddi possono essere, potrebbero essere, assolute invenzioni di Ulisse.

Ho il forte sospetto che se andassi a cercare conferma di questo sospetto fra gli studi accademici mi andrei a ficcare in un ginepraio infinito. Mi tengo il sospetto come una cosa divertente, e però mi tengo anche una consapevolezza: Ulisse è tanto narratore soggettivo quanto protagonista oggettivo e questa ambivalenza mi sembra la cifra caratterizzante del racconto.
Che i suoi racconti siano veri o meno, comunque, non sempre si capisce cosa sta pensando Ulisse. Ha ragione Wilson, che traduce (malamente? esattamente?) politropo con complicato. Ulisse è complicato perché non di tutte le sue azioni ci viene detto quale ne sia il motivo e il fine e che cosa esattamente stia facendo: il narratore dell’Odissea è capacissimo di fini tratteggi psicologici, ma anche di momenti in cui abbandona il lettore/ascoltatore a se stesso. Anche in questo senso l’Odissea è il romanzo di Ulisse: perché cambia di senso e significato a seconda di come si interpreti Ulisse, come dimostrano gli infiniti adattamenti e trasposizioni che si sono succeduti nei secoli e di cui quello di Nolan non sarà certo l’ultimo.
Altre letture e altre cose
Metto qui una raccolta di account sui social, riferimenti sulla rete, articoli e libri da leggere che ho visto di passaggio e che mi sono sembrati interessanti, su Odissea e dintorni. Data la mia conclamata incapacità di ricordarmi di mettere un segnalibro al momento giusto, un sacco di roba si è persa e non mi ricordo più dove l’ho vista. Prendete questi come indizi per fare poi i vostri percorsi personali di scoperta. Diversi link sono in inglese: confido nei traduttori automatici. Una parte dei testi indicati sono in inglese e anche di taglio accademico, servono presumibilmente solo a chi vuole idavvero approfondire. Le immaigni dei vari testi che trovate lungo questo articolo non sono messe a caso ma sono anche loro suggerimenti.
Per un approccio generale al libro anche in vista del film
Il Guardian ha una guida interessante – a misura di sprovveduti, dice – alla visione del film di Nolan e in generale all’Odissea.
Una guida di letture molto più per esperti è invece indicata su X da Sententiae Antiquae, un account che ultimamente frequento spesso, in questo messaggio e in quelli successivi.
Non ho trovato invece buoni elenchi di indicazioni equivalenti in italiano, in compenso il Post ha una buona guida per dopo la visione (piena di spoiler, occhio).
Versioni
I gruppi reddit occupano ancora lo spazio che fu dei vecchi newsgroup e sono una delle parti ancora meno tossiche della rete, complessivamente. Di solito trovo cose interessanti sul gruppo in inglese dedicato ai classici. La discussione sulla migliore traduzione dell’Odissea è qui; la corrispondente discussione sulle traduzioni in italiano è qui.
Vistoi che parliamno di traduttori, Emily Wilson non ha apprezzato per nulla il film di Nolan e ne aprla malissimo qui (il Post ne offre una sintesi).
Anche l’altro traduttore recente, Mendelsohn, non sembra convintissimo. Sulla scelta di Lupita Nyong’o come Elena, invece, è molto più possibilista (gli articoli richiedono una registrazione gratuita – a parte il costo di consegnare il vostro indirizzo mail, ovviamente).
Parlando di Mendelsohn ho scoperto con sorpresa che ha scritto un romanzo, tradotto in italiano. Il titolo? Un’ Odissea. Un padre, un figlio e un’epopea. Beh, potevate immaginarvelo.
Siti e account
A parte i gruppi reddit citati, segnalo di nuovo Sententiae Antiquae su X, posto che trovo equilibrato e un punto di partenza interessante per altre discussioni. Gli autori sono due docenti americani che hanno anche un blog, con materiale diverso da quello che postano su X (fra l’altro, una pagina speciale con una montagna di materiale specificamente sull’Odissea). Ha anche la propria recensione dell’Odissea di Nolan, che si concentra sulla dimensione cinematografica. Un’altra recensione, invece di taglio accademico, è dietro un paywall.
Un altro che seguo su X è David Meadows, che per fortuna in questo periodo continua a parlare di cultura classica senza concentrasi (troppo) sull’Odissea. Segnalo poi, anche se non specificamente legato al mondo classico, il mio storico militare di fiducia, il quale comunque ha scritto una recensione del film piuttosto pungente sul, hmm, machismo e la fine della civiltà.

Quelli che seguono, infine, sono un paio di contributi più lunghi, in cui l’Odissea è affrontata nelle maniere più varie, ma generalmente prendendo spunto dal film. In generale, gli autori sono tutta gente che, se vi interessano i temi dell’antichità classica, meritano di essere seguiti.
Kiwi Hellenist, cioè il professore neozelandese Peter Gainsford, ha un articolo molto bello su che senso abbia criticare il film di Nolan perché non storico. Le prime dieci righe polemizzano con gli spaventapasseri, poi diventa molto interessante. Fra l’altro suggerisce una serie di altre adattamenti dell’Odissea, il che dimostra che l’opera ha diciassettemila vite, come i gatti della regina Berúthiel. Su un altro versante, Spencer McDaniel discute di fondamenti storici dell’Odissea in un articolo davvero imperdibile.
Probabilmente anche Ulisse aveva diciassettemila vite, considerato che la BBC racconta che per mille anni ha avuto un culto e un santuario tutto per lui. Probabilmente dipende dal fatto che aveva, ha ricoperto o può ancora ricoprire diciassettemila identità, a seconda dei tempi e delle circostanze, alcune delle quali identità palesemente infondate, secondo il National Geographic.
Infine, ci sono una serie di siti di informaizone che hanno trovato comodo fare interviste multiple a vari esperti. Sono tutte intitolate Sono un [letterato, storico, omerologo, grecista…] e vi dico che… Com’è come non è, in tute c’è anche sempre Joel Christenesen, cioè quello di Sententiae Antiquae (che ho visto scherzarci sopra su X: per anni sono stato il nerd che si occupava di roba di nicchia, adesso mi cercano tutti…). Due di questi articoli li trovate qui e qui.
