Discutere coi cret… coi bot. E la verità.
Dopo anni che mi sono guardato bene dallo scrivere su X l’altro giorno mi sono lasciato trascinare in una discussione, in un thread britannico legato alla vicenda di Jason Arday, che già da qualche settimana seguivo con attenzione e che tre giorni prima era divenuta tragica.
Chi di voi non sa di cosa si tratta, può trovare una sintesi sul Post, ma per capire le diverse posizioni – alcune anche controdeduttive – e il livello di tossicità del dibattito consiglio di prendersi una camomilla e tuffarsi su Twitter, perché la copertura dei media italiani è insufficiente e anche il Post, quando poi ha tentato di allargare lo sguardo, è fin troppo sbrigativo se non peggio, e d’altra parte l’occasione è vissuta da tutti – tutti , tutti , tutti, anche i più seri e meglio intenzionati, figuriamoci i disonesti – come l’occasione di regolare i propri conti, e però una parte di questi conti sono questioni obiettivamente serie.
Non credo che tornerò qui sul blog sul tema di Arday, salvo che non mi senta spinto da qualche amico o contatto; il thread in cui mi sono infilato era molto collaterale, e iniziava con una difesa della serietà complessiva dell’accademia rispetto a pratiche scorrette di diverso tipo (in particolare, essendo legato alla vicenda di Arday, il plagio).
Alexandra Wilson è una docente nota, che ha anche pubblicato su temi di politica universitaria. Si può certamente dissentire o tentare di correggere la prospettiva, come ha fatto questo tizio,
tra l’altro citando un problema, la crisi di (mancata) replicabilità di molti esperimenti nelle scienze sociali, su cui avevo tradotto qualcosa tempo fa.
Quello che in un mondo normale non dovrebbe avere senso è arrivare e semplicemente dire l’esatto contrario, in maniera apodittica, a meno che uno non sia probabilmente un cretino:
e io, dimenticando tutta la mia prudenza, mi sono lasciato trascinare a puntualizzare che, sostanzialmente, il problema di chi dice che la politica dovrebbe stare fuori dall’accademia è che la sua posizione è, a sua volta, una posizione politica.
Una banalità, siamo d’accordo, ma nella mia ingenuità credevo che la cosa sarebbe finità lì.
Invece mi sono trovato in una discussione con uno, che non a caso ha nello pseudonimo veritatem, che continuamente e ossessivamente nella discussione ha fatto riferimento al tema della verità (l’insegnamento della verità, l’esposizione della verità) sottintendendo che l’ideologia e la politica sono nemiche della verità (e della buona formazione). Una posizione, la sua, del tutto non ideologica, certo.
Quando gli ho detto che boh, tanto per mettere alla prova la sua tesi c’erano almeno cinque grandi educatori italiani che certamente partivano da premesse molto ideologiche (don Milani, Maria Montessori, Gianni ORdari, Tullio De Mauro, Danilo Dolci, i primi che mi sono venuti in mente), mi ha risposto che l’ideologia e la politica sono nemiche eccetera.
Quando gli ho offerto di discutere un caso concreto (don Milani) per provare a fare chiarezza reciproca sui concetti di ideologia e formazione, perché pensavo gli dessimo significati differenti, mi ha risposto che l’ideologia e la politica sono nemiche eccetera.
Ora, a un certo punto mi sono convinto che stavo discutendo con una IA

cioè, praticamente me l’ha confessato lui, come vedete qui sopra (oppure è un personaggio… peculiare, con cui è prudente non avere relazioni); vedo ora che l’utente mi ha bloccato.
È stata un’esperienza interessante che dovrebbe servirmi di lezione, immagino. Il fatto però è che sul fondo della discussione, sia pure bacata, c’era un tema che è molto presente nella discussione politica e culturale degli ultimi anni: nom solo degli ultimi anni, certo, ma recentemente in maniera virulenta. Il tema è quello della verità, appunto.
Io e la Verità
E quindi mi sono sentito spintoa scrivere sull’argomento.
Oh, attenzione, da qui in poi l’articolo acquista un tono che sicuramente non vi aspettate e che potrebbe non piacere a tutti, quindi ritenetevi avvisati.
Il partito degli Assoluti
C’è tutto un sacco di gente, attraverso buona parte dello spettro politico odierno, che in un modo o nell’altro sostiene l’idea che esistano verità oggettive e assolute: queste genti possono variamente essere scientisti, positivisti (oggi, in realtà, vetero-positivisti), liberali forse-popperiani o altro. Spesso li si riconosce da indizi come la petizione acritica nella difesa della scienza, nel rifiuto dei populismi, nell’invocazione di un pensiero critico oggettivo, non militante, non schierato, asettico, o nell’assunzione di un fare pratico, concreto, immediato, che dà risultati.
In realtà, diciamocelo, spesso questo modo di argomentare indica, semplicemente, la difesa di un possesso elitario della cultura, la chiusura alla possibilità di rivendicazioni sociali, il desiderio che non sia sfidato il pensiero dominante, il rifiuto di assumersi il peso della gestione della complessità, rispettivamente.
L’ideologia sottostante, però, si nutre sempre, in tutti i casi, appunto di elementi duri, assoluti, esibiti come totem immutabili: la scienza, appunto, il canone occidentale, la tradizione, in un presunto sapere condiviso che dovrebbe meritare a chi non lo capisce il ritiro del diritto di voto o, meglio, un asteroide in testa; nuovi assoluti vengono fabbricasti continuamente, o riscoperti nei vaneggiamenti di scribacchini morti e sepolti. Sono le nostre (le loro, non mie) verità.
Prima ho detto che le posizioni di questo genere attraversano tutto l’arco politico: in realtà, sostanzialmente, sono tutte posizioni che vanno da quasi-destra a destra-destrissima (lo so che è un trucchetto retorico, ma questo è il momento buono per farvi notare che la piattaforma social di Trump si chiama, guarda caso, Truth, cioè verità).
Crollate le grandi narrazioni comunitarie novecentesche, che erano filosoficamente assolutiste – nel senso che proponevano come fine della storia realtà basate su valori assoluti – a sinistra sono rimasti solo i relativisti; la destra invece è diventata assolutista.
In Verita
Ora, veniamo a me. Educato (non tanto) scrupolosamente nella fede dei padri (il riferimento, ironico, è a Atti degli Apostoli, 22,3; mettetevi comodi, non è l’ultima citazione biblica), io sono cristiano, un cattolico osservante e, direi, molto ortodosso. Quindi leggo la Bibbia e trovo nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 14, versetto 6: «Io sono la via, la verità e la vita». Poco più oltre, aggiunge: «Chi ha visto me, ha visto il Padre».
Pertanto credo che l’unica Verità è Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo. Dio l’unico Assoluto. Ora, si dà per scontato che essitano tante religioni, ma che la scienza, e tanto più la tradizione o le altre realtà di cui stiamo parlando, non siano una religione. Il problema è che, trasformandole in assoluti, non le scienze, le discipline e i saperi, ma la Scienza, non complessi di tradizioni culturali, ma la Tradizione, e così via, si finisce per muoversi in un ambito para-religioso: infatti spesso queste posizioni puzzano di misticismo di second’ordine o le propongono guitti da baraccone che credono di essere il Papa dal balcone.
Se uno vuole fondare la vita sull’idea assoluta dell’esistenza, poniamo, del canone occidentale come realtà assoluta, liberissimo; resta la possibilità, dal mio punto di vista, di definirlo un banale idolatra (e sia, andiamoci giù leggeri).
Però siamo ancora nelle premesse, andiano avanti.
Si applica a questo punto il passo del capitolo 8 della lettera ai Romani: «Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?». Dio ha dato suo Figlio per la nostra salvezza; spiace dirlo, ma nessuna tradizione umana può dare la vita eterna; anzi, come racconta Gesù stesso nel Vangelo di Marco (7,21-22), è semmai da ciò che l’umanità crea da sola che «escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza».
Tranquilli, la parte teologica non dura ancora molto (ma un po’ sì).
Se Dio è l’unica verità e e la Salvezza il Bene ultimo, si apre un problema: come giudicare le verità e i beni (plurali e con la minuscola)?
È più facile partire dai beni. A fronte della Salvezza, cosa sono la salute, l’amore dei cari, la gioia dell’amicizia, il possesso dei beni, la giustizia, il sapere, il lavoro e così via? Trascurando i mistici e gli anacoreti, che rinunicano a tuttto per testimonianza estrema, l’opinione della Chiesa è enunciata, per esempio, nella colletta della messa della XVII domenica B (il grassetto è mio): «O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni». Semplicemente, occorre ricordarsi che c’è una gerarchia di importanza: gli uni non valgono gli altri, gli uni sono finalizzati (ordinati) agli altri.
Come ha scritto anche Bonhoeffer, con un lieve slittamento di significato: «Le cose ultime e penultime sono intimamente legate. Bisogna dunque rafforzare le penultime ammirando con più forza le ultime e parimenti proteggere le ultime salvaguardando le penultime. Chi non lavora alle cose penultime come se fossero le ultime, non sarà allenato e pronto a vivere quelle ultime».
Il discorso sulle verità (finalmente ci arriviamo) è simile: in questo mondo imperfetto, tutto ciò che sappiamo è semplicemente incompleto, come dice Paolo ai Corinzi (13,12, i grassetti sono sempre miei): «Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto».
Se Dio è l’univa Verità, quel che ci rimangono sono comprensioni mai definitive (cioè, appunto, mai assolute). Così come i beni penultimi sono comunque buoni, così queste verità non sono false, sono semplicemente parziali. E, essendo parziali, sono destinate forzatamente a mutare, man mano che mutano le condizioni storiche mediante le quali sono comprese e e gli uomini e le donne concreti che le devono decifrare.
Detto in un altro modo, le verità, le cose che sappiamo e crediamo, sono costrutti sociali. Sono frutto di comprensioni inevitabilmente condivise con altri, frutto di discernimento collettivo o, quando sono personali, quanto meno influenzate dalle strutture sociali in cui il singolo è inserito. Cfredere a un’alternativa, vuol dire stiamo parlando di metafisica: ma se la scienza (e tutto il resto) è un Assoluto magari i suoi adotratori potrebbero dirci dove sta e qual è esattamente il suo status ontologico, e sinora non mi pare che nessuno ci sia mai riuscito, in questo senso.
Le verità sono costrutti sociali. Mi sembrato onesto mettere le carte in tavola fin dall’inizio e dichiarare il mio partire da una prospettiva religiosa, ma se anche non fossi religioso credo che lo penserei lo stesso che le vertià sono costrutti sociali. Non solo perché c’è una lunga successione di filosofie e sociologie della conoscenza che ce lo ricordano, in un modo o nell’altro, ma soprattutto perché è una cosa che abbiamo sotto gli occhi continuamente: non c’è niente che noi oggi crediamo che in passato non sia stata creduta diversamentte. Certe volte anzi una cosa è stata creduta vera, poi falsa e poi di nuovo vera.
Quello che dovremmo capire che non è mai stata né vera né falsa, ma ogni volta parziale. Attenzione: parziale non vuol dire, «penso quel che mi pare tanto un’idea vale l’altra». Sono appena tornato dal Sud Tirolo: non è che se guardiamo l’Ortles da prospettive diverse e lo vediamo diverso, o se un giorno la mmontagna è velata dalle nuvole e non si vede nemmeno, allora l’Ortles non esiste; ma per stabilire cosa è esattamente l’Ortles, come è fatto, cosa rappresenta, dove inizia e dove finisce, è certamente necessario che ci mettiamo d’accordo; dobbiamo sapere che col tempo questo accordo potrebbe cambiare.
Accettare questa dimensione, non come un punto di vista astratto ma come saggezza personale quotidiana e come costume sociale diffuso è essenziale oggi, perché è palese che le due posizioni maggioritarie che raccontavo, i relativismi di sinistra e gli assolutismi di destra, sono dirette le une alla sconfitta certa e le seconde al collasso del capitalismo predatorio, e noi con loro.
