{"id":3953,"date":"2013-07-13T17:40:52","date_gmt":"2013-07-13T15:40:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.robertosedda.it\/?p=3953"},"modified":"2015-07-14T12:07:00","modified_gmt":"2015-07-14T10:07:00","slug":"festival-delle-terre-di-festival-2","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.robertosedda.it\/?p=3953","title":{"rendered":"Festival delle Terre (di festival &#8211; 2)"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2013\/07\/logo_fest_terre1.png\"><img data-attachment-id=\"3961\" data-permalink=\"http:\/\/www.robertosedda.it\/?attachment_id=3961\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2013\/07\/logo_fest_terre1.png?fit=422%2C200\" data-orig-size=\"422,200\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;}\" data-image-title=\"logo_fest_terre\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2013\/07\/logo_fest_terre1.png?fit=300%2C142\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2013\/07\/logo_fest_terre1.png?fit=422%2C200\" decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-medium wp-image-3961\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2013\/07\/logo_fest_terre1.png?resize=300%2C142\" alt=\"logo_fest_terre\" width=\"300\" height=\"142\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2013\/07\/logo_fest_terre1.png?resize=300%2C142 300w, https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2013\/07\/logo_fest_terre1.png?w=422 422w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" data-recalc-dims=\"1\" \/><\/a>Sono stato ieri all&#8217;inaugurazione del <a href=\"http:\/\/www.festivaldelleterre.it\/\"><em>Festival delle Terre<\/em><\/a>, a Villa Muscas. Il tema di quest&#8217;anno \u00e8 <em>Chi decide cosa c&#8217;\u00e8 nel tuo piatto?<\/em>, anche se la selezione dei cortometraggi mi pare comprenda titoli che hanno sempre a che fare in qualche modo con la sostenibilit\u00e0 ma esplorano il tema in maniera molto varia, fino all&#8217;essere, apparentemente&#8230; fuori tema.<\/p>\n<h3>Le solite domande, una constatazione e un avviso<\/h3>\n<p>Arrivo e, <a title=\"L\u2019astronauta e lo scrittore (di festival \u2013 1)\" href=\"http:\/\/www.robertosedda.it\/?p=3519\">come per <em>Leggendo metropolitano<\/em>, mi chiedo che &#8220;giro&#8221; sia il <em>Festival delle terre<\/em>, e quanto costi<\/a>. Per quanto riguarda le reti la\u00a0<em>brochure<\/em> indica come\u00a0<em>sponsor<\/em> il negozio di <em>Eticando<\/em>, fra gli altri, e fra i <em>media partner<\/em> c&#8217;\u00e8 <a href=\"http:\/\/www.lollove.com\/2013\/07\/da-quirra-al-brasile-il-festival-delle-terre-torna-sugli-schermi-dellisola\/\"><em>Lollove<\/em><\/a>, <a href=\"http:\/\/marraiafura.com\/festival-delle-terre-2013-tra-cagliari-e-carloforte-sei-serate-di-incontri-documentari-e-mostre\/\"><em>Marrai a Fura<\/em><\/a> e <a href=\"http:\/\/www.scirarindi.org\/scirarindi\/?q=node\/7578\"><em>Scirarindi<\/em><\/a>. Diciamo che mi sento pi\u00f9 a casa, sensazione rafforzata dal fatto che vedo e saluto un buon numero di conoscenti, compresi due dei miei consiglieri comunali preferiti (si, gli stessi di cui ho segnalato a suo tempo i <em>blog<\/em> personali).<\/p>\n<p>Sui costi non mi esprimo, per\u00f2 mi pare che la messa in opera non sia sfarzosa come l&#8217;altra (poi insomma non si pu\u00f2 mai dire, ma a occhio \u00e8\u00a0cos\u00ec; come ho detto l&#8217;altra volta un bilancio sociale esplicito di queste manifestazioni sarebbe una rivoluzione politica e culturale). Rispetto a questa apparente sproporzione di mezzi risalta ancora di pi\u00f9 il successo, perch\u00e9 Villa Muscas \u00e8 gremita, non si trova una sedia manco a pagarla.<\/p>\n<p>Eppure, come constatiamo con Carlotta Comparetti di <em>Lollove<\/em>, non \u00e8 che del <em>Festival delle terre<\/em> si sia parlato molto: e un po&#8217; \u00e8 questo il limite ancora una volta delle reti in Sardegna, che di te parlano i tuoi <em>partner<\/em>, per\u00f2 non entri nei discorsi comuni di tutti gli altri. Un problema ricorrente, c&#8217;entrer\u00e0 forse il fatto che tutti gli studi dicono che in Sardegna prevale il capitale sociale di tipo esclusivo, fino al familismo amorale.<\/p>\n<p>In realt\u00e0 ho continui motivi di distrazione da riflessioni cos\u00ec elevate, e non dipendono da quel che passa sullo schermo. L&#8217;ultima volta che sono venuto a Villa Muscas, per la rassegna cinematografica normale, l&#8217;et\u00e0 media era sui settant&#8217;anni e il pubblico era all&#8217;apparenza composto di professoresse di lettere in pensione. Questa volta io e Valentina Scarpa del gruppo di Banca Etica notiamo subito entrambi, per motivi immagino diversi, che l&#8217;et\u00e0 media \u00e8 <em>molto<\/em> cambiata e che pi\u00f9 che anziane professoresse sono presenti avvenenti giovani signore e signorine in gran numero, talune anche impegnate in interessanti <em>defil\u00e8<\/em>. Si vede che il fior fiore delle giovinette cagliaritane ha un cuore sostenibile, evidentemente.<\/p>\n<p>Chiudo questa breve presentazione generale, prima di passare al mediometraggio che ho visto, segnalando che all&#8217;interno \u00e8 previsto un punto ristoro con dell&#8217;ottimo <em>cous cous<\/em> e nientemeno che una mescita del <em>Birrificio di Cagliari<\/em>: quindi se andate al <em>Festival<\/em> (dura fino a domenica) arrivate digiuni e consumate l\u00ec, che immagino serva anche a autofinanziare l&#8217;evento: non fate come me che mi sono presentato col panino del <em>kebab<\/em> di via Dante (peraltro uno dei migliori di Cagliari, va detto) e addirittura la birretta\u00a0<em>Ichnusa<\/em>, che vergogna.<\/p>\n<h2><em>Cattedrali di sabbia<\/em> (Paolo Carboni, Italia 2012)<\/h2>\n<p>Non so quanti di quelli che leggono il <em>blog<\/em>, soprattutto fra gli amici continentali, conoscano la storia della industrializzazione della Sardegna.<\/p>\n<p>In due parole la storia \u00e8 questa: fino agli anni &#8217;50 la Sardegna, avvicinandosi in questo al meridione d&#8217;Italia, \u00e8 una regione fondamentalmente agricola: gli insediamenti industriali &#8211; con l&#8217;importante eccezione delle miniere &#8211; sono per lo pi\u00f9 legati al soddisfacimento di domande locali per l&#8217;edilizia, l&#8217;agricoltura, i servizi, la trasformazione di prodotti del settore primario, e sono quasi sempre di modesta entit\u00e0. Industria &#8220;pesante&#8221; non ce n&#8217;\u00e8.<\/p>\n<p>Negli anni &#8217;50 e &#8217;60 si progetta l&#8217;industralizzazione della Sardegna, secondo le idee di sviluppo allora in voga. E si scommette su quella che sembra l&#8217;industria del futuro: la chimica. Passano pochissimi anni e lo <em>shock<\/em> petrolifero del 1974 &#8211; con quello successivo del 1979 &#8211; segna la fine della scommessa. Da allora a oggi \u00e8 una lenta agonia, peggiorata dal contemporaneo declino &#8211; e poi chiusura totale &#8211; delle miniere. Tutta la vicenda dura quindi appena trent&#8217;anni, al massimo quaranta: vuol dire che c&#8217;\u00e8 una generazione di sardi, principalmente maschi, che ha conosciuto in giovent\u00f9 l&#8217;esperienza di lasciare i campi o i pascoli o le barche e, alla vecchiaia, nell&#8217;arco della stessa vita, vive l&#8217;esperienza di tornare al punto di partenza, tentando di ricostruire per s\u00e9 e per i propri figli un nuovo futuro in quegli stessi campi o pascoli o specchi d&#8217;acqua, con la differenza che quelli sono rimasti abbandonati per tutto questo tempo (e adesso sono anche inquinati, spesso). Ed \u00e8 una generazione, oltretutto, che in buona parte della sua vita lavorativa non ha nemmeno lavorato in fabbrica, ma \u00e8 stata in cassa integrazione, ha vissuto la trafila dei corsi di riqualificazione, dei lavori socialmente utili e cos\u00ec via. Verrebbe da parlarne come di una generazione perduta o pi\u00f9 probabilmente di una specie di aborto evolutivo: un ramo della societ\u00e0 sarda che si \u00e8 orientato male e da cui pare che non possa germogliare niente. Raccontato cos\u00ec, mi rendo conto, \u00e8 un disastro sociale: nella percezione collettiva dei sardi \u00e8, credo, una vicenda ancora non risolta, non valutata, anche perch\u00e9 non \u00e8 passata del tutto, perch\u00e9 qualche azienda ancora si dibatte ed \u00e8 difficile ragionare con freddezza o trovare il necessario distacco quando gli operai della <em>Legler<\/em> o della <em>Vinyls<\/em> sono l\u00ec che non sanno dove sbattere la testa.<\/p>\n<p>Il documentario di Carboni scava in questa materia dando la voce dal basso ai protagonisti, e solo a loro: non parla mai un politico, un sindacalista, un economista, un giornalista. Sempre e solo operai &#8211; normalmente, in realt\u00e0, <em>ex <\/em>operai &#8211; i quali raccontano le loro storie.<\/p>\n<p>Sfilano cos\u00ec quelli che da Portovesme si sono reinventati tonnarotti, quelli che sono ridiventati pastori, il perito chimico che ha aperto un birrificio, quello che si \u00e8 messo le serre, gente che \u00e8 tornata alle lampare, e cos\u00ec via. E insieme quelli che ormai hanno fatto in tempo a essere pensionati e riflettono su quel che \u00e8 stata &#8220;la fabbrica&#8221; quando erano giovani e come gli ha cambiato a vita e gli ha insegnato un modello che gi\u00e0 per i loro figli non ha pi\u00f9 senso. E infine quelli che sono ancora prigionieri di casse integrazioni e contratti di solidariet\u00e0 mentre la loro azienda passa da un&#8217;agonia all&#8217;altra. Sono tutti gente che staresti ad ascoltare per ore per il timbro di verit\u00e0 che ha quel che dicono, diversi sono molto profondi, quasi tutti lucidissimi.<\/p>\n<p>Ecco, quel che colpisce \u00e8 la lucidit\u00e0: non tanto sul modello di sviluppo o sulle scelte macroeconomiche, ma su due altri temi. Intendiamoci: sono temi secondari, quello principale \u00e8 il racconto del sogno industriale svanito &#8211; o della bolla che si \u00e8 dissolta &#8211; attraverso le storie degli operai, ma io spettatore ho notato due cose.<\/p>\n<p>La prima \u00e8 il giudizio, ricorrente, preciso e tagliente, sull&#8217;inadeguatezza della classe politica sarda: non quella che decise l&#8217;avventura della chimica, ma quella che non ha saputo gestire la crisi. E soprattutto sui padroni, che vengono dipinti sostanzialmente come una banda di ladri, attraverso il meccanismo perverso dei contributi e degli aiuti di Stato. Altro che <em>bardane<\/em>: prendere i soldi, aprire una fabbrica in Sardegna, prendere altri contributi per far fronte alla crisi, aggravare la crsi per prendere altri contributi e alla fine intascare il tutto e andare via, lasciando macerie dietro di s\u00e9. <em>Pinta sa linna e portala in Sardinna<\/em>. Questa \u00e8 la storia ricorrente che viene raccontata: una storia di rapina e di truffe.<\/p>\n<p>Parentesi (visto che il tema \u00e8 attuale): \u00e8 anche una storia coloniale? Beh, certo nessuno di questo tipo di &#8220;imprenditori&#8221; citati \u00e8 locale. Ma il tema spinoso sollevato \u00e8 quello dei controlli: e se si pu\u00f2 ragionare che a livello centrale potesse andar bene questo sperpero di denaro pubblico perch\u00e9 favoriva <em>\u00e9lite<\/em> italiane legate al potere politico, la domanda rimane anche per i sardi: se l&#8217;ultimo operaio aveva capito benisismo il meccanismo, come hanno fatto a non capirlo (quasi) tutti coloro che hanno occupato posizioni di responsabilit\u00e0 economica e politica nell&#8217;isola? Chi ha mangiato a certe greppie era un collaborazionista che aderiva a modelli coloniali? Ho qualche dubbio sul fatto che una risposta del genere sia un po&#8217; troppo autoassolutoria, e nelle pieghe delle storie raccontate dagli operai di <em>Cattedrali di sabbia<\/em> emergono risposte meno rassicuranti.<\/p>\n<p>L&#8217;altro tema secondario ricorrente \u00e8 quello della sottovalutazione dell&#8217;impatto ambientale delle industrie installate. Rapportato all&#8217;epoca, non \u00e8 sorprendente: in fondo vale per il nucleare in altre parti del mondo. Ma \u00e8 sull&#8217;oggi che i racconti assumono un sapore sinistro: perch\u00e9 in quelli che quelli che raccontano la fabbrica non ha fatto in tempo a atrofizzare la capacit\u00e0 di controllo e conoscenza del territorio cos\u00ec tipiche della civilt\u00e0 contadina, e sanno benissimo che il tal pozzo, il tale terreno, la tale zona, il tale stagno sono inquinati, hanno ricevuto discariche pericolose se pure non si vedono. Bombe chimiche pronte ad esplodere, e non parliamo dei fanghi rossi di Portovesme, il cui racconto fa veramente paura. Anche qui sembra all&#8217;opera in Sardegna, per contrasto, una specie di rimozione collettiva: perch\u00e9 se sanno le cose con questa precisione questi operai, dovrebbero saperle anche gli amministraotri e coloro che sono deputati a vegliare sulla salute e la sicurezza dei cittadini. O no?<\/p>\n<div class=\"jetpack-video-wrapper\"><span class=\"embed-youtube\" style=\"text-align:center; display: block;\"><iframe class=\"youtube-player\" width=\"800\" height=\"450\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/P7Wv9HAlyMM?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent\" allowfullscreen=\"true\" style=\"border:0;\" sandbox=\"allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation\"><\/iframe><\/span><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono stato ieri all&#8217;inaugurazione del Festival delle Terre, a Villa Muscas. 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