{"id":20513,"date":"2024-06-18T17:32:04","date_gmt":"2024-06-18T15:32:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.robertosedda.it\/?p=20513"},"modified":"2025-09-11T17:13:50","modified_gmt":"2025-09-11T15:13:50","slug":"niente-cartellino-sulla-pizza","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.robertosedda.it\/?p=20513","title":{"rendered":"Niente cartellino sulla pizza"},"content":{"rendered":"\n<p><em>Venba<\/em> \u00e8 un piccolo <em>videogame<\/em> che racconta la storia di una giovane donna Tamil dell&#8217;India meridionale che negli anni &#8217;80 si trasferisce in Canada con il marito e un figlio; durante il viaggio il suo libro di cucina va parzialmente perduto e <em>Venba<\/em> obbliga il giocatore a ricostruirlo riproducendo man mano le ricette. <\/p>\n\n\n\n<p>Stiamo parlando di un giochino che lavora per <em>puzzle<\/em>: per ricostruire una ricetta serve una certa manualit\u00e0 nel manipolare cibo e strumenti di cucina ma anche  azzeccare quali sono gli ingredienti e in che sequenza metterli in padella. Il gioco ha una forte componente narrativa e mentre si sta l\u00e0 a cucinare si segue la storia della famiglia (e, implicitamente, della diaspora indiana in Canada) fino ai giorni nostri.<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 difficile immaginare che il gioco abbia una forte componente biografica: l&#8217;autore, Abhi, appartiene lui stesso alla diaspora. Non ho giocato ancora a <em>Venba<\/em> (costa pi\u00f9 di dieci euro e quindi va contro le mie regole, aspetto un&#8217;offerta), ma ho visto per caso, frugando fra le migliaia di presentazioni che si tengono alla <em>Game Developers Conference<\/em>, una <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=2RPdqg5fiz8\">comunicazione<\/a> di Abhi molto interessante, che segnalo e consiglio (l&#8217;intervento in s\u00e9 dura una quindicina di minuti pi\u00f9 altrettanto di domande del pubblico e relative risposte; ovviamente \u00e8 in inglese e purtroppo anche i sottotitoli sono in inglese e per giunta anche non buonissimi: lo so che non sono incoraggiante, ma merita).<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio\"><div class=\"wp-block-embed__wrapper\">\n<span class=\"embed-youtube\" style=\"text-align:center; display: block;\"><iframe loading=\"lazy\" class=\"youtube-player\" width=\"800\" height=\"450\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/2RPdqg5fiz8?version=3&#038;rel=1&#038;showsearch=0&#038;showinfo=1&#038;iv_load_policy=1&#038;fs=1&#038;hl=it-IT&#038;autohide=2&#038;wmode=transparent\" allowfullscreen=\"true\" style=\"border:0;\" sandbox=\"allow-scripts allow-same-origin allow-popups allow-presentation\"><\/iframe><\/span>\n<\/div><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em>Lore, don&#8217;t tell<\/em> \u00e8 una citazione della famosa massima per scrittori: <em><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Show,_don%27t_tell\">show, don&#8217;t tell<\/a>.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>La segnalazione non vale solo per gli amanti o gli sviluppatori di <em>videogame<\/em>, ma in realt\u00e0 per tutti quelli che si occupano di prodotti culturali. Con la sensibilit\u00e0 dell&#8217;emigrato di seconda generazione, Abhi si \u00e8 posto il problema della produzione di un gioco profondamente legato alle caratteristiche della sua cultura di origine  ma che non voleva cadesse n\u00e9 in didascalismi n\u00e9 in etnografismi e che non avesse neanche un sapore <em>educativo<\/em>: durante la conferenza la scelta \u00e8 giustificata con motivazioni artistiche (una buona narrazione e l&#8217;ansia di dare spiegazioni non vanno molto d&#8217;accordo, le didascalie tolgono spazio alla narrazione), ma fra le righe del discorso si intravede anche una preoccupazione etica.<\/p>\n\n\n\n<p> Da un punto di vista tecnico, e usando il gergo degli addetti ai lavori, Abhi ha trovato la soluzione trattando i riferimenti culturali come <em><a href=\"https:\/\/www.treccani.it\/vocabolario\/neo-lore_(Neologismi)\/\">lore<\/a><\/em> (una soluzione che trovo del tutto convincente). Con <em>lore<\/em> si fa riferimento, di solito, a tutti quegli elementi che l&#8217;autore ha creato nel processo di definizione del suo mondo e che non necessariamente comunica al lettore o spettatore o giocatore; per capirci, le genealogie dei Nani di Tolkien sono <em>lore<\/em>; quando Eco dice che lui conosceva le biografie di tutti i monaci dell&#8217;abbazia, anche di quelli che nel romanzo non compaiono mai direttamente, sta descrivendo parte del suo <em>lore.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Parentesi: la Treccani dice che si pu\u00f2 parlare di <em>lore<\/em> solo in contesti del tutto immaginari, e a pelle a me non sembra esattissimo, anche considerando l&#8217;esempio di Eco qui sopra che \u00e8 quanto meno <em>borderline<\/em>, per\u00f2 anche Abhi si vede che sta ragionando con in testa una contrapposizione fra <em>lore<\/em> (mondo immaginario) e caratteristiche di culture realmente esistenti (mondo reale).<\/p>\n\n\n\n<p>Comunque, una delle caratteristiche del <em>lore<\/em> \u00e8, tipicamente, che l&#8217;autore lo conosce benissimo ma che i giocatori (o altri utenti) lo vengono a conoscere solo nella misura in cui viene loro presentato. Per rimanere ai nostri esempi, nel <em>Signore degli anelli<\/em>, che pure \u00e8 bello didascalico per conto suo, molti particolari non vengono mai spiegati, ma sono narrati sulla base della finzione che autore e lettore abbiano le stesse conoscenze &#8211; il che \u00e8 anche parte del registro epico che rende affascinante il romanzo. Nel capitolo del Consiglio di Elrond, nel quale viene offerta una abbondante spiegazione dell&#8217;origine dell&#8217;Anello e del contesto nel quale \u00e8 stato perduto, in un paragrafo come:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote\">\n<p>Fui araldo di Gil-galad e marciai con le sue schiere. Partecipai alla Battaglia di Dagorlad innanzi al Cancello Nero di Mordor, dove la vittoria fu nostra: nessuno infatti poteva resistere ad Aiglos, la Lancia di Gil-galad, e alla Spada di Elendil, Narsil. Vidi l\u2019ultimo combattimento sulle pendici dell\u2019Orodruin, dove mor\u00ec Gil-galad, e cadde Elendil, e Narsil si frantum\u00f2 sotto di lui; Sauron in persona tuttavia fu sconfitto, ed Isildur gli tagli\u00f2 l\u2019Anello dalla mano, con l\u2019elsa della spada di suo padre, e lo prese per s\u00e9.<\/p>\n<\/blockquote>\n\n\n\n<p>il brano \u00e8 del tutto <em>esplicativo<\/em>, ma una buona parte dei luoghi e dei personaggi rimangono non spiegati: il lettore presuppone che abbiano un significato sulla base degli altri particolari che gi\u00e0 conosce e per le spiegazioni che vengono date, e per il resto si fida. E, in ogni caso, altre cose sono lasciate direttamente alla sua immaginazione: chi c&#8217;era nell&#8217;esercito di Gil-galad ed Elendil? quanta gente ha combattuto? come si \u00e8 svolta la battaglia? L&#8217;autore lo <em>sa<\/em>, il lettore lo <em>immagina<\/em>. Allo stesso modo nel <em>Nome della rosa<\/em>, che pure trasuda cultura da tutti i pori,  Eco pu\u00f2 descrivere in maniera accurata la vita dei monaci perch\u00e9 ha studiato le fonti storiche sia letterarie che materiali, senza necessariamente indicare la provenienza: il rapporto sessuale di Adso e della ragazza \u00e8 raccontato con un impasto di testi biblici e cortesi, come dovevano essere familiari a un cadetto entrato in un ordine religioso, ma non \u00e8 che ci vengano fornite le citazioni esatte a fondo pagina.<\/p>\n\n\n\n<p>Il punto di base di Abhi, nel dire che ambientare un gioco dentro una specifica comunit\u00e0, con la sua cultura, richiede di trattare i riferimenti culturali come se fossero <em>lore<\/em>, \u00e8 che non bisogna <em>tutorializzare<\/em> l&#8217;esperienza culturale, cio\u00e8 creare una sorta di guida (<em>tutorial<\/em>) permanente che spiega gli elementi tipici che sono presentati man mano.<\/p>\n\n\n\n<p>Nei libri il bisogno di spiegare \u00e8 minore (nel cinema, grazie all&#8217;apporto dell&#8217;immagine, ancora meno); nei <em>videogame<\/em> la tentazione \u00e8 pi\u00f9 forte perch\u00e9 il gioco \u00e8 interattivo e quindi il giocatore ha bisogno essere orientato a sapere cosa fare; come Abhi dice benissimo, per\u00f2, tutorializzare il giocatore vuol dire anche tutorializzare il personaggio, portandolo a comportamenti incoerenti o perfino ridicoli. <\/p>\n\n\n\n<p>Facciamo un esempio locale, cos\u00ec ci avviciniamo anche al motivo per il quale tengo a segnalarvi questa piccola conferenza. Supponiamo che io abbia fatto un gioco ambientato in Sardegna e che i personaggi si stiano per recare a Sant&#8217;Efisio, come ogni anno. Nessuno di noi, uscendo di casa, direbbe: \u00abVieni cara, andiamo a questa processione che si tiene ormai da quattrocento anni, e a cui partecipano gruppi in costume provenienti da tutta la Sardegna\u00bb, n\u00e9 si aspetterebbe la risposta: \u00abSi, caro, accorriamo, sebbene io di solito preferisca il momento in cui, al termine del suo viaggio, la processione torna a Cagliari, evento che si svolger\u00e0 fra tre giorni e che, di solito, \u00e8 pi\u00f9 familiare, pi\u00f9 intimo e pi\u00f9 sentito dai cagliaritani\u00bb. Un dialogo pi\u00f9 realistico sarebbe: \u00abSenti, ci facciamo due panini qui a casa oppure poi andiamo al solito posto in viale La Plaia?\u00bb, \u00abNo, dai, usciamo subito perch\u00e9 quest&#8217;anno voglio arrivare presto e vedere le <em>traccas<\/em>, e tanto il tempo di prendere il panino c&#8217;\u00e8 sempre mentre cambiano il Santo\u00bb. Se i giocatori devono credere che certe cose sono familiari ai <em>personaggi<\/em>, gli autori devono trattarle da oggetti familiari, non da eventi alieni da spiegare, anche se per i <em>giocatori<\/em> invece sono aliene. Il punto \u00e8 anche etico: se i personaggi trattano cose che gli sono familiari come aliene, stanno implicitamente comunicando al giocatore che quelle cose possono &#8211; anzi, <em>devono<\/em> &#8211; essere osservate con un punto di vista esterno (presumibilmente occidentale), con un discreto rischio di etnografismo o, al fondo, di sottrazione culturale.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img data-attachment-id=\"20516\" data-permalink=\"http:\/\/www.robertosedda.it\/?attachment_id=20516\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Venba1.jpg?fit=1243%2C627\" data-orig-size=\"1243,627\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;Admin&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1718308178&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"Venba1\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Venba1.jpg?fit=300%2C151\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Venba1.jpg?fit=510%2C257\" decoding=\"async\" loading=\"lazy\" width=\"800\" height=\"404\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Venba1.jpg?resize=800%2C404&#038;ssl=1\" alt=\"\" class=\"wp-image-20516\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Venba1.jpg?w=1243 1243w, https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Venba1.jpg?resize=300%2C151 300w, https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Venba1.jpg?resize=510%2C257 510w, https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Venba1.jpg?resize=150%2C76 150w\" sizes=\"(max-width: 800px) 100vw, 800px\" data-recalc-dims=\"1\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p>Abhi fa una serie di esempi efficaci. Per esempio, l&#8217;immagine qui sopra \u00e8 riferita a un livello in cui si devono produrre diversi piatti uno dopo l&#8217;altro, in fretta, continuamente. Molti <em>playtester<\/em> hanno segnalato che sarebbe stato utile avere i nomi dei piatti, perch\u00e9 sono molto accattivanti e avrebbero voluto cercare le ricette <em>on line<\/em>. Gli sviluppatori stavano per accettare, poi si sono chiesti: ma se stessimo facendo lo stesso gioco ma con pietanze locali, avremmo scritto la didascalia <em>pizza<\/em>, <em>hamburger<\/em>, <em>toast<\/em>, <em>spaghetti<\/em>? Ovviamente no. Neanche alla tavola calda ci sono i cartellini, no?<\/p>\n\n\n\n<p>Ci sono diversi altri particolari, alcuni anche molto tecnici, come il modo piuttosto sottile con cui viene evidenziato quando i personaggi parlano in Tamil ma il gioco, ovviamente, propone direttamente la traduzione inglese, e quando i personaggi parlano inglese, e stanno mentalmente traducendo dalla loro lingua madre, e una riflessione interessante su come lavorare sui riferimenti culturali come <em>lore<\/em> permetta di porsi in una condizione <em>win<\/em>&#8211;<em>win<\/em>: chi coglie i riferimenti culturali li apprezzer\u00e0, chi non li coglie percepir\u00e0 l&#8217;esistenza di un enigma stimolante e intuir\u00e0 che il <em>mondo<\/em> di gioco ha una sua profondit\u00e0 che va oltre l&#8217;immediatamente percepibile.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono, come accennavo prima, riflessioni interessanti per chiunque si proponga di creare un prodotto culturale collegato a una realt\u00e0 culturale o geografica, come per esempio la Sardegna, perch\u00e9 se Abhi ha ragione due modi con cui spesso si curano questi prodotti non sono necessari o talvolta dannosi. <\/p>\n\n\n\n<p>Il primo \u00e8 quello per il quale si pensa che per vendere la Sardegna <\/p>\n\n\n\n<p>(se <em>vendere <\/em>la Sardegna non vi piace diciamo: <em>presentare<\/em> la Sardegna) <\/p>\n\n\n\n<p>per presentare la Sardegna sia necessario non tanto creare una <em>storia<\/em> interessante quanto una <em>mitologia<\/em>. <em>Venba<\/em> dimostra che le dimensioni cultuali sono (possono essere) interessanti in quanto tali, senza bisogno di mistificarle, enfatizzarle, mitizzarle o sostituirle: basta raccontare una cultura cos\u00ec com&#8217;\u00e8. Dice: \u00abbella scoperta\u00bb, ma in realt\u00e0 non \u00e8 cos\u00ec, nell&#8217;esperienza quotidiana che facciamo e nel modo con cui si vend&#8230; propone la Sardegna. <\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;altro giorno guidavo sulla 131 e verso Bauladu mi si \u00e8 presentato uno scorcio di panorama che evocava cavalieri che si stagliassero contro il sole sul crinale della collina. \u00abGuarda\u00bb, ho detto a Maria Bonaria. \u00abCosa?\u00bb, mi ha fatto. \u00abAdesso niente, ma c&#8217;era un sardo, a cavallo di un muflone, bello nella sua ancestrale fierezza. Bellissimo. Non lo vedi perch\u00e9 adesso \u00e8 sceso dall&#8217;altra parte\u00bb. <\/p>\n\n\n\n<p>Ecco, non c&#8217;\u00e8 bisogno, no? Eppure \u00e8 lo stile con cui tante volte raccontiamo la Sardegna, che Dio perdoni la costante resistenziale.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma <em>Venba<\/em> segnala anche un altro pericolo, questa volta sul versante etico, e cio\u00e8 che quando noi mistifichiamo, enfatizziamo, mitizziamo o sostituiamo le nostre caratteristiche culturali, implicitamente stiamo dicendo che secondo noi al <em>naturale<\/em> non sono abbastanza interessanti e hanno casomai bisogno di essere trattate con anabolizzanti, e in definitiva che secondo noi non hanno abbastanza valore: e se non crediamo noi alla nostra cultura, perch\u00e9 dovrebbero crederci gli altri? <\/p>\n\n\n\n<p>Lo stesso vale per i momenti in cui tutorializziamo o musealizziamo le nostre caratteristiche culturali: perch\u00e9 implicitamente stiamo dicendo che si tratta di elementi che non sono in grado di comunicare da soli ma che devono essere <em>comunicati<\/em>; dalla necessit\u00e0 di comunicarli fino alla curiosit\u00e0 etnografica un po&#8217; bizzarra il passo \u00e8 brevissimo (e pericolosissimo). <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Venba \u00e8 un piccolo videogame che racconta la storia di una giovane donna Tamil dell&#8217;India meridionale che negli anni &#8217;80<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":20516,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_mi_skip_tracking":false,"_monsterinsights_sitenote_active":false,"_monsterinsights_sitenote_note":"","_monsterinsights_sitenote_category":0,"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","jetpack_publicize_message":"Da un giochino interessante sulla cucina Tamil qualche riflessione sul marketing territoriale (e sul narrative design)","jetpack_is_tweetstorm":false,"jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":false,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false}}},"categories":[97,52,57,95,16],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2024\/06\/Venba1.jpg?fit=1243%2C627","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p4jV2T-5kR","jetpack_likes_enabled":true,"jetpack-related-posts":[{"id":219,"url":"http:\/\/www.robertosedda.it\/?p=219","url_meta":{"origin":20513,"position":0},"title":"Vari ricettari pi\u00f9 o meno esotici","author":"Rufus","date":"21\/08\/2012","format":false,"excerpt":"Ricettario di cucina araba Devo dire che non sono cos\u00ec esperto di cucina araba da capire se questo libro \u00e8 fatto bene e quanto adatti le ricette originali al gusto nostrano (penso poco), ma a me \u00e8 sempre piaciuto molto. 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