{"id":13236,"date":"2017-02-13T18:36:17","date_gmt":"2017-02-13T17:36:17","guid":{"rendered":"http:\/\/www.robertosedda.it\/?p=13236"},"modified":"2018-10-25T19:20:05","modified_gmt":"2018-10-25T17:20:05","slug":"come-gestire-un-gruppo-di-lavoro","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/www.robertosedda.it\/?p=13236","title":{"rendered":"Come gestire un gruppo di lavoro"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Jelfs-1.jpg\"><img data-attachment-id=\"13204\" data-permalink=\"http:\/\/www.robertosedda.it\/?attachment_id=13204\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Jelfs-1.jpg?fit=201%2C254\" data-orig-size=\"201,254\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"Jelfs 1\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Jelfs-1.jpg?fit=201%2C254\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Jelfs-1.jpg?fit=201%2C254\" decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignright wp-image-13204 size-full\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Jelfs-1.jpg?resize=201%2C254\" width=\"201\" height=\"254\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Jelfs-1.jpg?w=201 201w, https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Jelfs-1.jpg?resize=119%2C150 119w\" sizes=\"(max-width: 201px) 100vw, 201px\" data-recalc-dims=\"1\" \/><\/a><a href=\"http:\/\/www.robertosedda.it\/?p=13203\">Ho parlato qualche giorno fa del manuale di Martin Jelfs e Sandy Marritt, <em>Tecniche di animazione. Per la coesione nel gruppo e un&#8217;azione sociale nonviolenta<\/em><\/a> (<em>Elledici<\/em> 1986, ora oltre la dodicesima ristampa, \u20ac 10) e avevo promesso di farne una recensione: eccola.<\/p>\n<p>La prima cosa da dire \u00e8 che ha ragione Enrico Euli a dire che il Jelfs, nell&#8217;edizione italiana, \u00e8 in qualche modo <em>tradito<\/em>. La cosa si nota a partire dal titolo, che in inglese \u00e8 il molto pi\u00f9 semplice e diretto <em>Manual for action<\/em>, un titolo senz&#8217;altro molto pi\u00f9 preciso.<\/p>\n<h3>Il repertorio<\/h3>\n<p>In realt\u00e0 <em>Tecniche di animazione<\/em> \u00e8 un libro piuttosto complesso, pur nella sua brevit\u00e0 (sono circa 170 pagine formato quaderno) e si presta perci\u00f2 a una pluralit\u00e0 di interpretazioni. Prima di tutto \u00e8 un repertorio di <em>tecniche di animazione<\/em>, cio\u00e8 sostanzialmente delle metodologie attive di lavoro, alternative alla lezione o ad altri metodi didattici di tipo frontale, utili per formarsi o addestrarsi in gruppo o semplicemente per facilitare la discussione e migliorare la qualit\u00e0 del lavoro comune. Nella tradizione cattolica italiana queste attivit\u00e0 sono state spesso indicate come &#8220;tecniche di gruppo&#8221; o appunto &#8220;tecniche di animazione&#8221; (recentemente ho scoperto che ora vengono chiamate anche &#8220;dinamiche&#8221;, cosa che mi ha fatto sobbalzare perch\u00e9 alla mia epoca le dinamiche di gruppo erano tutt&#8217;altra cosa); nella tradizione pacifista e nel resto del mondo sono stati spesso chiamati &#8220;giochi&#8221; (magari con delle specifiche, tipo &#8220;giochi di animazione&#8221;); nella formazione aziendale spesso sono &#8220;esercizi&#8221; oppure assumono altri nomi, magari molto specifici (il <em><a href=\"http:\/\/www.robertosedda.it\/?p=4806\">metaplan<\/a><\/em>, per dire, a rigore \u00e8 un\u00a0<em>collage<\/em> di tecniche di animazione). Una delle caratteristiche di queste tecniche \u00e8 quella di essere state spesso raccolte in repertori a uso dei formatori e di essere perci\u00f2 fortemente <em>codificate<\/em>: hanno cio\u00e8 un nome che gli addetti ai lavori riconoscono immediatamente come, per dire, <em>Il sacchetto di fagioli<\/em>, <em>La finestra di Johari<\/em> o <em>La galleria dei sogni<\/em>. Jelfs riporta circa 130 tecniche e il suo successo \u00e8 dovuto certamente al fatto che la pubblicazione del libro rendeva facilmente disponibili a un pubblico vasto un buon numero di tecniche prima non particolarmente diffuse. Nella logica dei Salesiani che lo pubblicavano, del resto, l&#8217;inserimento del volume nella collana aveva esattamente questo senso: dopo avere presentato una serie di altri concetti chiave e avere precisato che a ognuno sarebbe stato dedicato un volume apposito, scrivevano:<\/p>\n<blockquote><p>Di grande utilit\u00e0 sono le tecniche di animazione. Non le consideriamo una bacchetta magica, ma uno strumento utile e rischioso da usare con saggezza.<\/p><\/blockquote>\n<p>Utile e rischioso. Torneremo su questa parola. Nel frattempo diciamo che\u00a0il pubblico dell&#8217;epoca era affamato e il libro ebbe di sicuro molto pi\u00f9 successo di tutto il resto della collana, alla quale \u00e8 del resto largamente sopravvissuto, con buona pace.<\/p>\n<h3>Il manuale sulla vita di gruppo<\/h3>\n<p>Il fatto \u00e8, e a una rilettura oggi la cosa \u00e8 <em>evidente<\/em>, che il Jelfs non era <em>solo<\/em> un repertorio di tecniche. Era anche, prima di tutto, una riflessione sul senso dello stare in gruppo e su ci\u00f2 che vuol dire lavorare e formarsi in un gruppo: non a caso i primi due capitoli non presentano <em>nessuna<\/em> tecnica ma si preoccupano di fornire le premesse teoriche: <em>Fatti non parole: l&#8217;azione di gruppo per il cambio sociale <\/em>(con paragrafi come: <em>Cosa intendere per politica e per azione politica<\/em>) e <em>Il training per abilitare all&#8217;azione di gruppo.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Viaggi-in-training.jpeg\"><img data-attachment-id=\"13237\" data-permalink=\"http:\/\/www.robertosedda.it\/?attachment_id=13237\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Viaggi-in-training.jpeg?fit=274%2C374\" data-orig-size=\"274,374\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"Viaggi in training\" data-image-description=\"\" data-image-caption=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Viaggi-in-training.jpeg?fit=220%2C300\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Viaggi-in-training.jpeg?fit=274%2C374\" decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignleft size-full wp-image-13237\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Viaggi-in-training.jpeg?resize=274%2C374\" alt=\"\" width=\"274\" height=\"374\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Viaggi-in-training.jpeg?w=274 274w, https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Viaggi-in-training.jpeg?resize=110%2C150 110w, https:\/\/i0.wp.com\/www.robertosedda.it\/wp-content\/uploads\/2017\/02\/Viaggi-in-training.jpeg?resize=220%2C300 220w\" sizes=\"(max-width: 274px) 100vw, 274px\" data-recalc-dims=\"1\" \/><\/a>Questo\u00a0secondo capitolo, soprattutto, \u00e8 centrale: perch\u00e9 postula come metodo preferenziale per lavorare in gruppo quello del <em>training<\/em>, una pratica tipica del movimento pacifista basata appunto su giochi di interazione (sul quale <em>training <\/em>all&#8217;epoca erano disponibili anche i due volumi dei <em>Viaggi in training <\/em>scritti dal gruppo cagliaritano di <em>Passaparola<\/em> e pubblicati prima da <em>Satyagraha<\/em> e poi da <em>Pangea<\/em>, ora abbastanza introvabili). Sotto questo punto di vista il Jelfs ha anche un importante valore documentario, perch\u00e9 \u00e8 un&#8217;agile porta d&#8217;accesso a una importante pratica culturale, formativa e politica che ha tuttora una sua validit\u00e0 e che si ritrova ancora, in forme anche molto variate, nella quotidianit\u00e0 politica di molti gruppi (e che, d&#8217;altra parte, si vede bene come sarebbe utile in quei gruppi che viceversa non la usano).<\/p>\n<p>Il secondo capitolo pone, quindi, le premesse teoriche da un punto di vista didattico: perch\u00e9 \u00e8 preferibile\u00a0apprendere dall&#8217;esperienza, il rapporto fra simulazione e realt\u00e0, il senso dell&#8217;uso delle tecniche e degli esercizi, il rischio nelle attivit\u00e0 formative. Gi\u00e0, proprio il rischio evocato dai Salesiani nel&#8217;introduzione, a cui indirettamente Jelfs e Marritt rispondono cos\u00ec:<\/p>\n<blockquote><p>Pi\u00f9 sono le barriere che noi erigiamo contro le nuove modalit\u00e0 per lavorare insieme, pi\u00f9 noi rimaniamo chiusi alle nuove idee e pi\u00f9 alto sar\u00e0 il rischio nell&#8217;usare questi strumenti.<\/p>\n<p>Il rischio \u00e8 percepito in maniera diversa dalle persone. Per alcuni il contatto fisico costituisce un alto rischio; altri temono di parlare troppo dei loro sentimenti personali, apparire stupidi o sciocchi in discussioni intellettuali, assumere un compito che non sanno adeguatamente assolvere.<\/p>\n<p>Un animatore sensibile fa il possibile per minimizzare il rischio ai partecipanti, ma nello stesso tempo si rende conto &#8211; e aiuta il gruppo a rendersi conto &#8211; che riconoscere e superare questo senso di minaccia \u00e8 una componente importante del training stesso.<\/p><\/blockquote>\n<p>Questo \u00e8 un po&#8217; il punto centrale di questo tipo di impostazione. Negli anni di pratica di tecniche di animazione e di <em>training<\/em> mi sono reso conto pi\u00f9 volte che le persone si dividono, in fondo, fra quelle che accettano di mettersi in gioco e di vivere l&#8217;esperienza liberante ma\u00a0rischiosa della formazione e del cambiamento e quelle che invece non vogliono uscire dalla loro posizione difensiva; il <em>training <\/em>ha una capacit\u00e0 di smascheramento eccezionale in questo senso, perch\u00e9 mette a nudo tutti i meccanismi difensivi e svela le difficolt\u00e0: un buon <em>training<\/em> aiuta a superare le seconde e rende evidente al gruppo l&#8217;esistenza dei primi.<\/p>\n<p>Se i due <em>focus<\/em>\u00a0sono allora l&#8217;idea che la politica si fa <em>insieme<\/em>, nel gruppo, e il <em>training <\/em>come via metodologica preferenziale, questo spiega la struttura del resto del libro, o almeno della sua parte centrale, che \u00e8 tutta dedicata al gruppo. C&#8217;\u00e8 uno scostamento forte, qui, dall&#8217;impostazione di altri libri che, a questo punto o dopo aver posto qualche altra premessa metodologica, passano a presentare le tecniche suddividendole sulla base delle finalit\u00e0: tecniche per fare le presentazioni dei partecipanti, tecniche per facilitare la discussione, tecniche per i momenti di conflitto, per programmare, per fare la verifica &#8211; seguendo un ideale andamento di una riunione-tipo, dall&#8217;inizio alla fine. Qui invece si preferisce esaminare la vita di gruppo nei suoi vari aspetti e man mano presentare le tecniche che rientrano nell&#8217;argomento. Cos\u00ec per esempio presentazioni dei partecipanti, chiarificazioni delle attese e delle agende e la verifica di lavoro sono tutte raccolte nel terzo capitolo, dedicato allo stile di lavoro comune. Quarto e quinto capitolo sono dedicati rispettivamente al gruppo e alle sue dinamiche (<em>leadership<\/em>, ruoli, decisioni, conflitti) e alla comunicazione affettiva nel gruppo (dove il discorso del potere \u00e8 allargato alle &#8220;poste in gioco&#8221;: inclusione, controllo, affetto). Il sesto capitolo \u00e8 di passaggio, ed \u00e8 dedicato ai sogni e agli ideali del gruppo, riprendendo in parte il capitolo precedente.<\/p>\n<h3>Apprendere per osmosi<\/h3>\n<p>Prima di presentare gli ultimi due capitoli devo dire che rileggendo il libro, recentemente, mi sono reso conto che all&#8217;epoca buona parte dei contenuti li appresi, come dire, per <em>osmosi<\/em>. Intendo dire che io, come penso molti altri, aprivo il libro quando c&#8217;era una esigenza pratica: una riunione da organizzare, un&#8217;attivit\u00e0, un problema da affrontare. In quei casi si sfogliavano le tecniche alla ricerca di qualcosa che facesse al caso nostro. Ma essendo le tecniche cos\u00ec affogate nel testo pi\u00f9 complessivo si finiva forzatamente per leggiucchiare anche l&#8217;apparato teorico, assorbendolo in maniera magari disordinata ma piuttosto approfondita: rileggendo ho scoperto moltissimi concetti che (mi) ripeto frequentemente ma che non ricordavo se non molto vagamente che avessi tratto dal\u00a0Jelfs. In questo senso <em>Tecniche di animazione<\/em>\u00a0\u00e8 un manuale nel senso che \u00e8 un testo di <em>consultazione<\/em>: soltanto che ci\u00f2 che invita a consultare non \u00e8 tanto il repertorio delle tecniche quanto una visione complessiva della vita di gruppo nei suoi vari aspetti, presentata con brevit\u00e0 ma efficacemente.<\/p>\n<h3>Il manuale di lotta politica<\/h3>\n<p>Questo tema dell&#8217;osmosi mi sembra conduca al terzo aspetto di <em>Tecniche di animazione<\/em>, che \u00e8 quello di essere, oltre che un repertorio di tecniche di animazione e un manuale di <em>training<\/em>, anche un manuale di lotta politica e di conduzione di campagne, argomento al quale sono dedicati i due ultimi capitoli. Il <em>training<\/em>, cio\u00e8, non \u00e8 fine a se stesso ma serve per formare e accompagnare il gruppo durante un percorso di lotta politica. Qui il passo cambia ancora: tecniche di lotta, tattica e strategia, colpire l&#8217;avversario, costruire alleanze.<\/p>\n<p>Cosa c&#8217;entra l&#8217;osmosi? C&#8217;entra perch\u00e9 per degli animatori parrocchiali come noi questa doveva apparire, credo, come una parte piuttosto astrusa o quanto meno difficilmente utilizzabile: se un <em>training<\/em> poteva essere equiparato a un campo scuola, a cosa ci servivano le istruzioni su come condurre una campagna? Tanto \u00e8 vero che avevo abbastanza dimenticato l&#8217;esistenza di questi due capitoli finali (che oggi viceversa trovo interessantissimi) mentre ero piuttosto sicuro che il Jelfs parlasse di comunicazione affettiva, come effettivamente \u00e8. Il fatto \u00e8 che, leggendo, ho scoperto di ricordare benissimo tecniche suggerite e ragionamenti di quest&#8217;ultima parte e perci\u00f2 all&#8217;epoca devo avere consultato pi\u00f9 e pi\u00f9 volte la sezione, solo obliterando dalla coscienza, diciamo, la cornice politica &#8211; credo in favore di pi\u00f9 generici &#8220;consigli per l&#8217;azione&#8221;. E d&#8217;altra parte se della cornice politica mi ricordavo cos\u00ec bene vuol dire che, zitta zitta, anche quella \u00e8 stata assorbita. Del resto l&#8217;etica nonviolenta che permea il volume qui \u00e8 piuttosto evidente &#8211; anche nell&#8217;elencazione franca delle difficolt\u00e0 &#8211; e in un certo senso i due capitoli sono una specie di allargamento del discorso precedente: solo che qui il gruppo \u00e8 esteso a comprendere il quartiere, la citt\u00e0\u00a0o il Paese, visto sempre per\u00f2 attraverso la lente metodologica precedente: visioni, conflitti, dinamiche di gruppo, gestione del potere, comunicazione affettiva. Per un animatore che abbia fatto esperienza estensiva di gruppo non \u00e8 difficile raccapezzarsi nel discorso della lotta politica intesa in questo modo, perch\u00e9 vive il passaggio tematico in termini di semplice allargamento di orizzonte. La visione\u00a0politica\u00a0<em>passa<\/em>\u00a0al lettore in maniera graduale.<\/p>\n<p>Osmosi, appunto.<\/p>\n<p>Devo dire che questi due ultimi capitoli mantengono tutta la loro utilit\u00e0 anche oggi e, come la pratica del <em>training,<\/em>\u00a0hanno un sano sapore eversivo di stanche convenzioni didattiche e politiche\u00a0e una capacit\u00e0 di smascheramento piuttosto notevole.<\/p>\n<h3>Compratelo<\/h3>\n<p>Vale la pena di comprare il Jelfs? A dieci euro, la domanda non si pone nemmeno.\u00a0Repertorio di tecniche, manuale di vita di gruppo, manuale di <em>training<\/em>, riflessione sulla lotta politica, impacchettato in una forma tutto sommato maneggevole: \u00e8\u00a0<em>chiaro<\/em> che \u00e8 da comprare.<\/p>\n<p>Ma con una avvertenza importante, che \u00e8 suggerita dall&#8217;avvertenza iniziale stessa &#8211; <em>Fatti non parole &#8211;\u00a0<\/em>e da questo concetto di osmosi che ho provato a presentarvi. Il\u00a0Jelfs non \u00e8 un testo <em>teorico<\/em>, \u00e8 un manuale per l&#8217;azione e il miglior modo di leggerlo \u00e8 quello di usarlo mentre si fa vita di gruppo e azione politica. Chi volesse approfondire l&#8217;uno o l&#8217;altro degli aspetti teorici farebbe meglio a rivolgersi altrove. Chi vuole un testo da sfogliare prima di tutte le sue riunioni, prima di programmare, quando si cerca di mettere in piedi un progetto, quando al vita di gruppo ha stanchezze e problemi, invece, non deve cercare pi\u00f9 oltre.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ho parlato qualche giorno fa del manuale di Martin Jelfs e Sandy Marritt, Tecniche di animazione. 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