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L’assedio di Stalingrado

 Stalingrad (Antony Beevor, Penguin 1998)

Beevor StalingradHo finito Stalingrad di Antony Beevor, a cui ho già accennato, e non posso che consigliarne la lettura agli appassionati di storia del XX secolo (il libro è edito in Italia nella BUR col titolo Stalingrado) – con avvertenze.

Il libro prende le mosse dalla dichiarazione di guerra della Germania all’Unione Sovietica, segue le vicende del primo anno dell’Operazione Barbarossa (vittorie estive tedesche e controffensiva invernale russa) e quindi si concentra per la maggior parte sulla campagna del 1942 sul fronte meridionale che culminerà con la battaglia di Stalingrado, il cui racconto occupa la maggior parte del libro. L’epilogo è breve e segue da una parte il destino dei prigionieri tedeschi e dall’altra le conseguenze della vittoria russa sul piano politico.

Leggo che il libro ha venduto oltre mezzo milione di copie: anche considerando che parliamo di un mercato molto più ampio del nostro è un numero di lettori stratosferico per un libro di storia. Tuttavia non fatico a comprenderne il successo, considerato il linguaggio accattivante, l’enfasi sulle microstorie dei combattenti coinvolti – che produce molto pathos – alternate alle vicende politiche e belliche generali con un trattamento delle grandi figure storiche attento soprattutto al lato umano, un tipo di racconto storico cioè che non può che attrarre il lettore medio. E poi la vicenda in sé, per il carico enorme, straordinario, di sofferenze di tutte le persone coinvolte e per l’aura di evento decisivo della II Guerra Mondiale, è sia attraente al momento della scelta se comprare il libro o meno e coinvolgente una volta che questo è stato iniziato.

Beevor sembra avere lavorato con un numero straordinario di documenti di archivio e avere fatto buon uso delle quantità e qualità delle fonti, soprattutto per dare voce diretta ai protagonisti tramite lettere, diari e testimonianze. Gli eventi giungono così al lettore con una straordinaria intensità – talvolta con la forza vera e propria di un pugno nello stomaco: Stalingrad è prima di tutto un racconto di estremi. È quindi soprattutto questo affollarsi di voci che alla fin fine rende il libro meritevole di essere letto.

Il che però non riesce a mascherare alcuni difetti strutturali. Intanto dal punto di vista della storia militare il libro è complessivamente carente, il che è sorprendente se si considera che Beevor è un ex ufficiale di carriera e di formazione è esattamente uno storico militare. Per il lettore non specialista non è facile orientarsi nella narrazione e cogliere il significato di una serie di affermazioni che danno per scontata la conoscenza di elementi logistici, organizzazionali e puramente militari. Anche l’apparato di cartine mi è sembrato complessivamente un po’ debole (mentre d’altra parte il libro è impreziosito da molte foto d’epoca).

Ma il problema principale è che Beevor, forse trascinato dalla drammaticità degli eventi, procede per asserzioni che non sempre si preoccupa di dimostrare, oppure si affida in via esclusiva ai testimoni, che però hanno per forza di cose una visione personale e limitata degli avvenimenti. Il quadro generale risulta così talvolta impreciso, talvolta contraddittorio, talvolta forzato.

Per esempio, una delle parti più interessanti del libro è quella che riguarda la politica stabilita dai nazisti e fatta propria dall’alto comando della Wermacht già nel 1941 circa il trattamento delle popolazioni occupate: i rastrellamenti sistematici, appena conquistato un territorio, di ebrei, attivisti comunisti e leader politici delle comunità e la loro immediata eliminazione fisica; la destinazione della forza lavoro rimanente a compiti sostanzialmente servili e la spogliazione sistematica delle risorse a favore della Germania. È una parte interessante perché pone in un contesto le vicende dei campi di concentramento nazisti e mina alla base le teorie beceramente negazioniste: perché dimostra che il problema non è discutere dell’albero (quella singola camera a gas era davvero in funzione?) quando è evidente l’esistenza della foresta. Ma su questo argomento ogni tanto alcune cose stridono: se è agghiacciante il racconto della gran quantità di ufficiali che assistevano alle fucilazioni in massa come ad uno spettacolo, tanto da giustificare una circolare del comando che vietava agli ufficiali di presenziare per scattare fotografie, bollandolo come disonorevole, in altri momenti si racconta delle famiglie ucraine e russe scacciate dalle loro case, destinate a divenire alloggiamenti militari, e abbandonate senza riparo nell’inverno russo. Che sia stata un’azione crudelmente disumana è fuor di dubbio, ma in sé è la pratica del billetage di napoleonica memoria ed è stata utilizzata da eserciti occupanti in molte situazioni diverse: per esempio nella sua storia dei paracadutisti della compagnia E della 506^ divisione (Band of Brothers, Simon & Schuster 2001) lo storico inglese Ambrose riporta che in Germania i soldati americani si presentavano in una casa, avvisavano gli occupanti che dovevano sgomberare entro venti minuti lasciando dietro di sé ogni cosa, e poi si davano al saccheggio – la simmetria è sorprendente.

È la stessa simmetria che si ripresenta in molti momenti del libro: l’eroismo disperato dei difensori russi isolati a Stalingrado assomiglia a quello successivo dei tedeschi intrappolati nella sacca; il viaggio dei prigionieri tedeschi nei vagoni piombati verso i campi di concentramento non può che ricordare al lettore quello delle famiglie ebree deportate; l’utilizzo dei prigionieri di guerra da ambo le parti come massa di lavoratori forzati, stremati fino alla morte e così via.

In parte è la sana segnalazione che nella guerra accadono cose terrificanti, che l’oppressione è uguale in tutto il mondo e che i regimi dittatoriali agiscono secondo meccaniche simili; in parte è un guazzabuglio. Beevor si fa prendere la mano dal racconto dell’attimo, soprattutto quando è di grande intensità, ma perde il filo degli eventi: non c’è quasi mai un raffronto, una tesi interpretativa, una lettura che spieghi non solo “cosa” ma “perché”. In questo modo, appunto, le differenze – che invece ci dovevano essere – si perdono ed emerge un meccanismo rassicurante per il lettore occidentale: non è roba nostra, è stato il confronto fra due moloch dittatoriali e disumani. Ho citato i paracadutisti americani proprio per dire che la cosa non mi pare esattamente questa, ma molti altri strani raffronti emergono: nel racconto di Beevor sembrerebbe non esserci alcuna differenza fra il tentativo del generale tedesco catturato von Seydlitz di armare un esercito di prigionieri tedeschi per combattere al fianco dei russi e, diciamo, De Gaulle – o Badoglio. In realtà delle differenze ci sono, e compito dello storico è esattamente evidenziarle, sia pure dentro categorie generali in cui si colgono le somiglianze.

Il punto è proprio questo, ricordando quel che diceva Carr: che il lavoro dello storico non è mettere in fila fatti, ma interpretarli e decidere quali sono rilevanti e quali no. Beevor sembra avere fatto in Stalingrad un gran lavoro da “pre-storico”, mettendo in fila una quantità straordinaria di fatti, molti avvincenti, molti sorprendenti, tutti interessanti. Il libro difetta però di interpretazioni e quasi mai sembra di poter capire quali fatti Beevor ha considerato interessanti e quali no.

Questo vale anche in rapporto alle due ipotesi interpretative che Beevor avanza verso la fine del libro. La prima è che l’enfasi propagandistica del regime sovietico sulle sofferenze sopportate da civili e militari a Stalingrado ha causato una sorta di inconscio senso di colpa collettivo negli Alleati (o di allucinazione) in base alla quale non sono stati capaci di mettere un freno alle ambizioni territoriali di Stalin e all’impedire che l’Europa orientale venisse riconosciuta come sfera di influenza sovietica. Sembra una visione piuttosto ingenua – non tiene conto tra l’altro che il concetto di “sfera d’influenza” era già presente nelle discussioni sulle ipotesi di pace per la I guerra mondiale, anche in caso di vittoria della Germania – ma soprattutto è un’ipotesi non sostanziata da quanto proposto nel libro, in cui la guerra di propaganda e il simbolismo di Stalingrado sono lasciati complessivamente in secondo piano.

L’altra attenzione di Beevor è quella relativa ai rapporti fra Hitler e i suoi generali e la possibilità che durante la battaglia o in conseguenza di essa maturasse in seno all’alto comando una rivolta contro Hitler. Non c’è dubbio che Stalingrado, sia per le conseguenze in sé della sconfitta che per come è maturata, rappresenti un punto di svolta per gli equilibri interni del regime, ma trattare l’argomento avrebbe richiesto tutta un’altra impostazione del libro (e prima di tutto una descrizione del regime e dei suoi equilibri): dentro il racconto complessivo di Stalingrado sono al più utili a comprendere l’atteggiamento mentale con cui alcuni dei protagonisti hanno vissuto gli eventi, ma nulla più.

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