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Quella volta in Argentina

Ieri a cena mia nipote, avendo mezzo sentito i discorsi degli adulti, ha chiesto cosa volesse dire “argentino”. Le è stato risposto che vuol dire che viene dall’Argentina.

«E cos’è l’Argentina?».

«Un posto molto molto lontano. Però zio c’è stato».

segunda jornada mundial de la juventud buenos aires 1987 escudoGià. Sono stato in Argentina nel 1987, la Domenica delle Palme, Domingo de Ramos, come parte della delegazione italiana (BUM!) alla Giornata Mondiale della Gioventù, la prima che si svolgeva fuori Roma. È una cosa che i miei amici dell’epoca sanno, perché gliel’avrò raccontata solo un milione di volte. Poi, per fortuna di tutti, ho smesso.

Non è stata la partecipazione più emozionante o avventurosa (Czestochowa lo è stata di gran lungo di più) ma mi ha lasciato un sacco di ricordi, che oggi mi sembra un buon giorno per condividere.

Dico in anticipo che no, non ho conosciuto Bergoglio: nessun colpo di scena sotto questo punto di vista. Ma qualche aneddoto è interessante, quindi continuate a leggere (se avete pazienza: è venuto lunghetto).

Avevo delle foto meravigliose dell’Argentina, chissà dove sono finite. Quelle che includo sono trovate sul web.

L’inizio e il viaggio

untitledIn una giornata piovosa di marzo 1987 squillò il telefono di casa. Era qualcuno dal centro nazionale dell’Azione Cattolica. In occasione della Giornata Mondiale della Gioventù l’AC stava preparando una delegazione e volevano sapere se io, che in quel periodo ero responsabile regionale dei giovani, ero interessato a farne parte. Si trattava di andare a Buenos Aires per la Domenica delle Palme. Perplesso, risposi di no: era molto caro e figuriamoci se potevo andarci. Invece ai miei genitori (che forse, come per altre cose, non ho mai ringraziato abbastanza) l’idea piacque, e così richiamai per chiedere se, per favore, avevano ancora posto. Sì, e quindi fu fatta.

La delegazione

La delegazione italiana (BUM!!) era composta da un gruppo di romani, in quanto «diocesi del Papa», che trovai francamente supponenti e di una rara antipatia, e da noi dell’Azione Cattolica (qualche altro italiano, soprattutto salesiani e focolarini, si gestì per Juan Pablo II en argentina jornada mundial de la juventud el papa saludaconto suo). Fra i responsabili regionali ricordo benissimo Rosario Iaccarino e Giovanni Colombo, con cui eravamo grandi amici. Non ricordo per niente i vicepresidenti nazionali (Maria Campatelli e Franco Miano?), che però dovevano esserci per forza, mentre ricordo bene la presenza di Rosi Bindi, che all’epoca non credo avesse più incarichi nazionali. La familiarità con la Bindi mi imbarazzava un poco, perché in qualche modo militavamo in correnti differenti dell’AC. Era stata invitata a un’Assemblea diocesana a Cagliari ed io ero intervenuto contro la sua relazione, e poi naturalmente era stata a fianco di Monticone nel condurre alle dimissioni tutto il gruppo dei dirigenti nazionali dei giovani di AC, che erano tutti miei amici: nel 1987 Miano era occupato a superare le divisioni precedenti (cosa di cui gli sarò sempre grato), ma trovarmi a tavola con la Bindi ancora mi impressionava. Ricordo che Giovanni Colombo la prendeva in giro in modo spietato.

Mamma, mamma lo sai chi c’è? Maradona

Sull’aereo c’era anche Maradona. Non faceva parte della delegazione, naturalmente, credo tornasse a casa per qualche vicenda personale, forse familiare, perché nel nostro gruppo girò subito la battuta (trita): «Qual è la differenza fra Giovanni Paolo II e Maradona?», risposta: «Nessuna: entrambi girano il mondo per conoscere i loro figli».

Quel che ricordo è che Maradona arrivò in ritardo, mentre il gruppo dei suoi accompagnatori (un fratello o fratellastro, altri giovani uomini) lo attendeva. Arriva Maradona e loro sono lì tutti rigorosamente allineati e lui passa e li bacia, uno per uno, su entrambe le guance. Tutta una fila di baci enfatici. Il capo e il suo clan.

Juan Pablo II en argentina jornada mundial de la juventud vigiliaDurante il viaggio molti chiesero l’autografo a Maradona. Io no, ma più che altro perché mi vergognavo. Non ricordo cosa fece Iaccarino, che era di Napoli ma era una delle persone con la testa più sulle spalle che abbia mai conosciuto. Il vescovo che accompagnava il gruppo di Roma (Marra, credo, poi Ordinario militare), gli attaccò un bottone incredibile per convincerlo a sposarsi, offrendosi di celebrare personalmente le nozze: quando lo invitava a rientrare nel sacro vincolo del matrimonio («pensa all’esempio per tanti giovani») non so nel suo pensiero quale fosse la famiglia da “regolarizzare”, se quella italiana o quella argentina, e cosa dovesse accadere dell’altra. L’importante era celebrare il matrimonio e dare un esempio alle giovani generazioni. Erano tempi in cui si aveva questa idea di pastorale. O meglio: considerato che a noi dell’AC l’idea parve bizzarra, erano tempi in cui c’era questa idea di pastorale e a dei cristiani formati sembrava una scemenza. Non so oggi.

Il finimondo

Poco dopo il decollo le ragazzine di Roma balzarono in piedi gridando. In aereo ero già stato in Inghilterra e molte volte a Roma, quindi per me era normale: quella era la prima volta che mi imbattevo in fenomeni per esorcizzare l’ansia come applaudire all’atterraggio o, appunto, fare le sceme al minimo vuoto d’aria. Una suora accompagnatrice intervenne energicamente: «State ferme, che se arriva il finimondo in questo modo moriamo tutte». Si, proprio la cosa giusta da dire: quelle a quel punto gridavano davvero.

La sosta a Rio

Il volo verso Buenos Aies comportava una sosta e un cambio di aereo a Rio. Non lo dico per dire di essere stato anche in Brasile, ma perché ho due ricordi (gli unici) che sono veramente degni di me. Il primo è che trovai fantastico che i brasiliani parlassero proprio come il verso che gli facevano gli imitatori italiani. Un’esperienza irreale e davvero provinciale, della quale un po’ mi vergogno: ma è la stessa sensazione provata vent’anni dopo in Algarve: c’è qualcosa nel portoghese che trovo sempre spaesante, anche se non so cos’è.

Il secondo ricordo è che all’aeroporto, tra tante cose da fare, comprai libri: ricordo uno scaffale di libri fantasy in inglese con lo stesso rimpianto con cui potrei ricordare un negozio di caramelle. Comprai un romanzo, The taming of the forest king, che oggi sarebbe catalogato un paranormal romantic: c’è questa capitana delle guardie fighissima e spadaccina, che però è anche tenera e sensibile, mandata a riportare la pace in questa regione solitaria, dove i briganti della foresta sono guidati da questo nobile locale, bruno e tenebroso ma tenero e sensibile anche lui, e lei prova qualcosa per lui, ma c’è il dovere, e lui vorrebbe proteggerla ma lei lo prende prigioniero… una porcheria, ma ce l’ho ancora e ci sono affezionatissimo.

Serbidoras, politica e ragazze in minigonna

Juan Pablo II en argentina Misa de Ramos edificioAlloggiavamo in una specie di collegio: dormitori con i letti divisi da separé di legno, come al campo scuola. Il bagno era in comune: siccome la scuola era parzialmente destinata a ospitarci e parzialmente invece continuava a fare lezione, la mattina trovammo il bagno invaso da ragazze in divisa da liceali cattoliche che si rifacevano il trucco. Trent’anni dopo sembra un episodio da film porno: all’epoca la cosa, con noi là impalati con la bustina del rasoio e le ragazzine cinguettanti con la gonnellina corta, ci fece molto ridere. E comunque una delle prime cose che ci colpì furono tutti questi studenti e studentesse che andavano in giro in divisa, una roba che non avevamo ovviamente mai visto.

Il cardinal Pironio, il vero inventore delle Giornate Mondiali della Gioventù, e il vescovo di Buenos Aires avevano montato una enorme macchina organizzativa tutta basata sul volontariato (vero, non come certe cose di dopo). Un gran numero di giovani argentini, che si chiamavano ufficialmente serbidoras o serbidores, svolgevano compiti di tutti i tipi. Ci diede una misura del ruolo della Chiesa nella società argentina il fatto che ci dissero di essere assenti giustificati da scuola per due settimane sulla base di una semplice lettera di giustificazione dell’arcivescovo. In Italia negli anni ’80 sarebbe stato impensabile.

Un gruppo di serbidoras fu assegnato a ciascun gruppo di stranieri. Le nostre erano cinque-sei ragazze straordinarie che ci accompagnarono dappertutto in quei giorni e con le quali facemmo una grande amicizia.

Amori mai sbocciati

Juan Pablo II en argentina Misa de Ramos eucaristiaCuriosamente non nacque nessun amore, anche se ripensandoci c’era una certa tensione emotiva sottotraccia, data dal fatto che alcune di loro erano obiettivamente bellissime e noi degli alieni provenienti da un mondo fantastico, però non esplose mai e in parte forse dipese, oltre che dalla precarietà della situazione, proprio da noi e dalla percezione che in fondo i parametri sentimentali erano molto diversi. Iaccarino, che peraltro suonava la chitarra e piaceva molto, sintetizzò la cosa dicendo: «Qui sono come in Italia negli anni ’50, sono indietro di vent’anni, tengono a cose come la verginità (sic), pensano subito al matrimonio». Forse non l’espressione migliore per i giovani cattolici che eravamo, però precisa.

Così un po’, sotto sotto, anche quelli di noi che non erano fidanzati si chiusero. Quelli fidanzati anche di più. Alcuni mesi più tardi, per esempio, Laura mi scrisse una cartolina con Mafalda, molto affettuosa, a cui inizialmente trascurai di rispondere e poi era passato troppo tempo: un atteggiamento ingeneroso di cui mi sono molto pentito in seguito.

Parentesi linguistica

Nessuno di noi parlava un minimo di spagnolo, e nessuna delle ragazze conosceva l’italiano. Ci arrangiavamo nel solito esperanto latino. Iaccarino in particolare seguiva un suo particolare obiettivo di dimostrare che l’argentino era come il napoletano: «E voi come lo chiamate questo? Anche noi a Napoli!». Secondo la stessa linea avrei potuto provare a dimostrare che gli shardana in passato avevano colonizzato l’Argentina, perché c’erano altrettante corrispondenze fra sardo e spagnolo che col napoletano, ma per fortuna all’epoca gli shardana non erano stati ancora inventati.

Di cosa parlavamo?

Juan Pablo II en argentina Misa de Ramos fielesParlavamo di molte cose, alcune delle quali si saranno già intuite poco fa. E poi di politica, un sacco. In Argentina c’era il primo governo post-dittatura, di un uomo politico molto rispettabile di cui oggi credo si sia un po’ perso il ricordo, Alfonsin. Le ragazze si dividevano: almeno una era una radicale sfegatata, le altre di varie opinioni, più o meno favorevoli al nuovo governo. La sensazione che avevamo è che il pensiero della libertà ritrovata fosse inebriante, ma c’erano in più molte sottigliezze che noi non coglievamo. Ripensandoci dovevano essere per la maggior parte studentesse di buona famiglia, e rappresentanti di un pensiero borghese: certo non rappresentavano tutto il sentimento popolare. D’altra parte era difficile per loro spiegarci cosa volesse dire formarsi sotto la dittatura, e del resto erano giovanissime: all’epoca del colpo di stato dovevano avere tutte meno di dieci anni. Certo nessuna ci raccontò di avere perso qualcuno sotto la dittatura: ci portarono sì davanti alla Casa Rosada, e vi garantisco che i fazzoletti delle Madri dipinti per terra ci fecero una grande impressione, ma per i nostri amici e amiche argentini sembrava una questione sia lontana nel tempo che distante dall’attenzione. Ora mi chiedo se non fosse rimozione. O forse veramente nell’opinione pubblica – anche internazionale – ancora la percezione completa della strage mancava. Sicuramente un giorno passammo davanti al collegio della Marina, ma non ricordo se fummo noi o le ragazze a indicare di che si trattava.

Del resto differivano anche le nostre categorie politiche e perfino quel che sapevamo del Sudamerica. Ricordo che durante una gita in pullman facemmo gruppo all’ultimo sedile con una chitarra (il gruppo di Roma recitava il rosario più avanti). Iaccarino a un certo punto attaccò El pueblo e poi una serie di altre cose degli Inti Illimani. Ci guardarono allucinate. Una chiese sottovoce all’amica: «Che roba è questa?», e l’altra le rispose: «Poi ti spiego…», con lo stesso tono con il quale in un romanzo vittoriano una madre potrebbe rinviare il momento di spiegare alla figlia una pruriginosa questione di malanni femminili. A me, ingenuamente, sembrò incomprensibile che non avessero mai sentito nominare Violeta Parra o Victor Jara.

Juan Pablo II en argentina Misa de Ramos panoramica 9 de julioIn ogni caso per noi la dittatura era il Cile, del quale sapevamo molto di più che dell’Argentina e nel quale c’era ancora Pinochet. Il giorno dell’incontro col Papa mi trovai a fianco di un gruppo di liceali cattoliche (daje!) di una scuola cilena di suore Mercedarie. A una ragazzina chiesi come si stava in Cile, mi guardò stupita: come si doveva stare?! «Beh, la dittatura, i desaparecidos…». «Nooo», mi spiegò, «quelli c’erano prima, sotto Allende». D’altra parte quella nel 1973 aveva tre anni, che mi aspettavo?

Quella che invece per le nostre amiche  era stata esperienza formativa era la guerra delle Malvine. Quella era infinitamente presente: per esempio non si trovarono se non a fatica serbidoras per accompagnare gli inglesi. E quando ci portarono in visita alla comunità italiana di Buenos Aires, trovammo un palazzo enorme la cui facciata era interamente dipinta con una mappa dell’Atlantico meridionale: le Malvinas erano circondate da una scritta a caratteri cubitali: Las Malvinas son argentinas. La guerra era ancora una ferita aperta, e le ragazze si definivano rispetto ad essa.

Ma che ho fatto in Argentina?

Juan Pablo II en argentina Misa de Ramos panoramicaBeh, tanto. Dal punto di vista religioso ricordo una celebrazione iniziale, allegrissima, a Nostra Signora di Luján, la Messa della Palme, e soprattutto una straordinaria veglia notturna il sabato delle Palme, dolceamara, emozionante.

Dolceamara? Beh, si. Perché Giovanni Paolo II veniva da una visita in Cile della quale ci erano filtrati, via Italia, i sospetti di un appoggio al regime cileno, e quando nel suo discorso disse:

che non ci siano più sequestrati né “desaparecidos”

argentini e stranieri esplosero in un boato di liberazione. Ho sempre pensato che il viaggio cileno fosse una trappola e che in quel momento Giovanni Paolo emergesse dalla palude, ma non si poteva negare che avesse attraversato la terra dei morti.

E poi dolceamara perché tutta la parte iniziale della veglia, prima delle parole del Papa, fu attraversata dal tema della Conquista – ricordo un’incredibile ricostruzione della storia di cinquecento anni di latinoamerica fatta da mascheroni indios sui trampoli – e dal rimpianto, sincero, per la distruzione delle culture precolombiane. Almeno, questo mi è rimasto: probabilmente c’era, doveva esserci, tutto il tema dei missionari, della evangelizzazione, ma io non lo ricordo granché.

Lo stesso tono dolcemaro però ci accompagnò nella visita alle reducciones gesuite del nord del paese. Le mie conoscenze del Muratori erano scarse e non ricordo se avessi già visto Mission (penso di si), ma non c’era bisogno di tanto per giudicare la grandezza di quella esperienza e la spettralità delle rovine. Dolceamaro, appunto.

Se ci ripenso, ed è strano, non “toccammo con mano” quasi niente della chiesa argentina. Andammo in parrocchie, incontrammo gente, ma non riesco a ricordare di cosa parlammo: principalmente ricordo un sacco di rinfreschi, saluti, tramezzini, pacche sulle spalle. Anche con le ragazze che ci accompagnavano non ricordo quasi niente di discorsi tipicamente religiosi. Quel che ci rimase fu, perlopiù, una lettura episcopale e centralista della chiesa sudamericana e del suo rapporto col mondo.

A parte qualcosa ogni tanto: Iaccarino e Colombo una sera sparirono per andare in una baraccopoli a cercare un prete che conoscevano. Al ritorno uno di loro mi disse: «Non hai idea delle porcherie che fa CL in questo paese». Bisogna capirci: all’epoca (all’epoca???) CL per l’Azione Cattolica era la nemesi, ma certo l’intreccio che mi descrisse, fra gruppi ecclesiali, interessi politici e una sorta di Compagnia delle Opere locale non era particolarmente rassicurante – e non molto diverso da cose che in seguito abbiamo visto altrove.

Ah, e poi mi portai via dall’Argentina l’inno: anche quello avrò costretto il mio gruppo a cantarlo solo circa un milione di volte.

Mica solo cose religiose

Le ragazze ci portarono in un asador criollo. Beh, quell’enorme distesa di braci, maialetti e quarti di bue mi dimostrò che evidentemente gli shardana in Argentina c’erano arrivati, dopotutto. L’asador divenne una delle nostre mete preferite…

In realtà mi parve che gli argentini, per quanto palesemente poveri, o almeno più poveri di noi, avessero due caratteristiche: che non dormissero mai e passassero una quantità incredibile di tempo al bar, magari a mangiare solo due spizzichini ma per stare lì, in amicizia. Però mi parve divertente: una sera le ragazze si misero in tiro e ci portarono in locali alla moda a bere cocktail: io e altri fuggimmo e finimmo in un bar semideserto a bere birra e mangiare noccioline americane, con quattro anziani di origine italiana che giocavano a carte. Come in Emilia: ma era mezzanotte e quelli tranquilli continuavano a giocare.

Ripensandoci, forse mettendosi in tiro quelle povere ragazze tentavano di dirci qualcosa, e noi là a guardare i vecchietti… ma eravamo giovani, diciamo.

Poi naturalmente vedemmo musei, le cascate dell’Iguazù, la foce del Rio della Plata (in cui per la prima volta in vita mia pensai: «Vorrei che Maria Bonaria fosse qui»), foreste immense e spazi sterminati. E soprattutto ammirammo Buenos Aires, una città bellissima e sterminata, elegante, della quale le ragazze e tutti gli abitanti erano smodatamente orgogliosi. Scoprii che il Clarín pubblicava Loco Chavez, che io avevo letto su Lanciostory, e mi sembrò fantastico; in compenso le ragazze e gli altri argentini che conobbi apparentemente non conoscevano né i vecchi autori né i più recenti: l’historieta ormai si era trasferita all’estero.

E naturalmente imparai ad amare il dulce de leche e a non preoccuparmi di altro.

Ma mi sono dilungato ed è meglio chiudere. Termino con un episodio che accadde uno degli ultimi giorni, e che dimostra come fosse incomprensibile, per gli argentini, l’idea che uno che dall’Italia, dove vedi il Papa tutti i giorni, anzi certamente sei suo intimo, venga fino in Argentina per… boh, chissà? Certamente perché accompagna il Papa, perché appunto è suo intimo.

Una delle ultime sere lasciai il resto del gruppo e delle ragazze e andai a cena per conto mio in un asador, non quello elegante in centro dove andavamo di solito ma uno vicino a dove dormivamo. C’erano pochi clienti e un cameriere che, manco a dirlo, aveva l’aria mesta e cerimoniosa e i piedi piatti.

Alla fine della cena si avvicina e mi chiede se ero lì per la Giornata Mondiale della Gioventù. Si, rispondo.

«E mi dica», fa lui, «è rimasto contento il Papa? Tutto a posto?».

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