Duellando con un libro

Credo di avere letto Il duello di Conrad quattro volte, in vita mia, quindi mi sono confrontato con questo racconto quasi lo stesso numero di volte nelle quali D’Hubert e Feraud, i due protagonisti, si sono affrontati sul campo dell’onore per il loro scontro lungo vent’anni.

La prima volta ero più o meno ventenne e non mi ricordo niente. Penso di averlo letto, perché a quell’epoca lessi tutti i racconti brevi di Conrad, e sono sicuro che mi piacque perché Conrad mi piaceva tutto, ma davvero non ne ho il minimo ricordo.

La seconda volta l’ho letto negli anni ’90, dopo aver visto (in grandissimo ritardo) I duellanti di Ridley Scott, per vedere se il racconto era uguale o se c’erano differenze. Quella volta apprezzai la costruzione a orologeria della trama e il modo di introdurre nuovi duelli fra i due protagonisti o di congelare la loro contesa in accordo con l’andamento degli eventi storici.

La terza volta l’ho letto una decina d’anni fa, quando mi sono reso conto che sul palmare potevo portarmi dietro tutti i libri che volevo, per il piacere di recuperare un racconto al quale ero affezionato. Quella volta scoprii che dentro non c’era solo una trama appassionante, ma una riflessione sullo spirito che pervadeva l’epoca napoleonica – del resto secondo Conrad lui aveva scritto il racconto esattamente per questo motivo – e il ritratto dei reduci nell’ultima parte del libro, testardamente bonapartisti, mi ispirò una serie di riflessioni sui meccanismi della vita politica dell’epoca e su come una generazione – quella di Conrad – possa volgersi indietro all’epopea della generazione dei nonni per trovare un senso al proprio agire; da un punto di vista letterario c’è un meccanismo simile, per esempio, nel Conte di Montecristo di Dumas, ma l’esempio più proprio è sul piano storico ed è il succedersi, nella vita politica italiana, di diverse generazioni di garibaldini, i compagni del Sudamerica, quelli di Roma del ’48, quelli del ’59, i Mille, quelli di Aspromonte, quelli della III Guerra d’Indipendenza, quelli della Guerra Franco-Prussiana… con la differenza che Garibaldi opera per cinquant’anni buoni, e Napoleone nemmeno vent’anni e tuttavia, per l’avventuriero Conrad, la sua epoca è ancora viva e presente..

La quarta volta ho letto Il duello pochi giorni fa, durante il volo di ritorno da Londra. È stata forse la lettura più meditata e la più sorprendente, nel senso che questa volta avevo del racconto un ricordo sufficientemente preciso e questo mi ha permesso di soffermarmi meglio sui particolari e anche però di rimanere stupito di quante cose in più, che non avevo notato, ci siano dentro.

Per esempio, una grande ironia. So che viene spesso elencata come caratteristica della scrittura di Conrad e l’affermazione mi aveva spesso lasciato perplesso, Le letture precedenti si erano sempre concentrate su altro, questa volta non ho fatto fatica a seguirne la traccia.

In secondo luogo, la costruzione della trama per simmetrie. Non è solo una trama perfettamente gestita dal punto di vista del succedersi degli eventi, ma è anche accuratamente costruita per permettere la costruzione e l’evoluzione dei personaggi. In realtà, del personaggio: perché c’è nel racconto una qualità di duplicità alla Jekyll e Hyde: Feraud non è semplicemente l’avversario di D’Hubert e nemmeno, in certo senso, la sua nemesi: il modo con cui gli si attacca addosso col suo rancore così assurdamente ingiustificato, con la sua persecuzione, la maniera nella quale ne condiziona la vita ad ogni passo ne fa una specie di doppio oscuro o di malattia dell’anima – è evidente, per esempio, nella notte nella quale D’Hubert, prima dell’ennesimo duello, ha il presagio della morte nello scrivere le sue ultime volontà, e questa notte è però ripetuta e rispecchiata nel suo tormento d’amore nella notte prima dell’ultimo confronto fra i due. I doppi si ripetono, le simmetrie si ripresentano (D’Hubert con Fouquet, Feraud con i bonapartisti): non è solo un grandioso esercizio di stile da compositore sinfonico che elabora variazioni su variazioni del tema iniziale (per fare un duello bisogna essere in due), è anche lo strumento che permette a Conrad una introspezione psicologica che sarebbe altrimenti impossibile, anche perché, diciamocelo, come nota D’Hubert all’inizio la situazione è ridicola, e solo questo accumulo di simmetrie permette di farne notare la tragicità sottostante – stiamo pur sempre parlando del tentativo di passare qualcuno da parte a parte con un pezzo d’acciaio lungo più di un metro.

E, seguendo le simmetrie e l’accurata costruzione della trama ho scoperto che, al fondo, Il duello è un racconto d’amore, una parte che anche nell’ultima (penultima) lettura, preso com’ero da coccarde tricolori indossate di nascosto e da ufficiali napoleonici col naso tagliato o con una benda sull’occhio, avevo calcolato poco (cosa che, peraltro, mi capita da sempre). E invece il tema sentimentale è introdotto da Conrad prestissimo, una delle prima volte che D’Hubert scrive alla sorella appena sposata (e quel matrimonio è un’altra simmetria, rispetto a quello di D’Hubert). Già allora sappiamo che D’Hubert cercherà di sposarsi ma, presi come siamo da un duello che sta per avvenire e da battaglie che si susseguiranno per anni e anni pensiamo che sia solo una nota di colore messa lì per caso. Invece il tema cresce e cresce e, alla fine, dopo il racconto del corteggiamento di D’Hubert, quando sembra che Conrad stia costruendo l’ennesima simmetria fra i due avversari – impegnati in quotidianità molto diverse – o voglia preparare il duello finale mostrando come, ancora una volta, i tentativi di trovare quiete di D’Hubert sono rovinati dalla maniacale persecuzione di Feraud, improvvisamente capiamo che da metà del racconto stava puntando a tutt’altro, allo scioglimento di un male oscuro in vista di serenità, maturità, una rinnovata felicità. In questo Conrad non è Stevenson, e Feraud, nonostante tutto, non è Hyde e nemmeno un revenant. È una malattia oscura dell’anima, ma se ne può guarire.

Se questo sia, al fondo, un giudizio sull’epoca napoleonica, una ubriacatura violenta ed eroica alla quale la storia europea dovrebbe far seguire una fase più sobria e matura, e quanto di inglese ci sia in questa possibile riflessione, rispetto all’emozionalità francese, e quanto Conrad voglia segnare un passaggio da una società contadina e aristocratica a una borghese e industriale, e quanto di politico ci sia in queste possibili chiavi di lettura, non so. Ci ho pensato ma non so. Mi lascio da chiarire il dubbio al prossimo duell…, ehm, rilettura.

Ma per un racconto di meno di cento pagine, che profondità, no?

Un capolavoro.

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