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Ma gli ebrei si salvano?

Nota preliminare: ci sono un po’ di divagazioni, ma magari sono interessanti.

Molti anni fa, credo fra il 1982 e il 1985, l’Azione Cattolica diocesana fece una serie di incontri e di attività nelle foranie (cioè gruppi di parrocchie non urbane) di Senorbì e Mandas.

La chiamammo, probabilmente impropriamente, scuola associativa. Fu una bella iniziativa pastorale e, incidentalmente, una delle palestre formative più importanti della mia vita.

Fu durante una delle prime attività di quel periodo – una relazione sul ruolo dei laici nella Chiesa a cura di un qualche Assistente nazionale in visita – che capitò che al momento del dibattito si alzasse un signore distinto che, rivolgendosi al relatore, chiese: «Ecco, ma io mi chiedo, ma gli ebrei si salvano?».

Salvarsi, in questo caso, era riferito alla vita eterna, spero che mi abbiate capito.

ConcilioLa domanda, tanto più in un’epoca nella quale il Concilio era relativamente ancora fresco, si inseriva in una questione teologica allora piuttosto sentita. Si era passati da una concezione per la quale extra ecclesia nulla salus (fuori della Chiesa non c’era salvezza, per l’idea che senza il battesimo e in generale i sacramenti l’uomo non poteva liberarsi del peccato) a una visione diversa:

Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna. Né la divina Provvidenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a coloro che non sono ancora arrivati alla chiara cognizione e riconoscimento di Dio, ma si sforzano, non senza la grazia divina, di condurre una vita retta (Costituzione Conciliare “Lumen Gentium”, n. 16)

… che non vuol dire che la Chiesa, in un disegno universale, non sia necessaria alla salvezza del creato: di questo però magari parlerò un’altra volta. Adesso torniamo al tema principale e alla domanda del signore.

Wojtyla e ToaffCapita a volte in parrocchia che una signora i cui figli o nipoti, educati cristianamente con tanta cura, a una certa età hanno smesso di andare in chiesa, chieda rassicurazioni al suo parroco: si salveranno? È una domanda molto umana, e racchiude a volte molta sofferenza, ma non era quello il tema della domanda del signore. Quello si muoveva su un’altra questione teologica, molto più specifica dell’altra, e anch’essa legata a una innovazione (o una più puntuale definizione della teologia) da parte del Concilio: quegli ebrei che sino a pochi anni prima la liturgia definiva “perfidi” il Concilio li trattava in ben altro modo:

Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo.

E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo.

E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo (Dichiarazione Conciliare “Nostra Aetate”, n. 4).

Solo che qui il punto teologico che si richiama è un po’ più complicato da spiegare di quello di prima, nel quale alla fine basta dire: Dio ama tutti gli uomini e accoglie tutti i buoni che non lo hanno rifiutato.

Questo è facile: invece spiegare che il popolo ebraico è, fra i non credenti, in una posizione peculiare perché pur non essendosi convertito, come è evidente, è però ancora in possesso dei doni elargiti da Dio (lo ricorda Paolo nella Lettera ai Romani: l’adozione a figli, la gloria, le promesse, la legge, i profeti, il culto, i patriarchi…) perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili, non è completamente intuitivo, e infatti perfino il Concilio dopo avere illustrato il punto alla fine si affida all’escatologia:

Con i profeti e con lo stesso Apostolo, la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e « lo serviranno sotto uno stesso giogo » (Sof 3,9).

Giornata dialogo ebrei cristianiE dunque il signore, insomma, poneva una domanda teologica un pochino ricercata; una questione non ignota teoricamente alla maggior parte dei presenti, probabilmente, ma un po’ difficile da spiegare e certo al di là della vita quotidiana della maggior parte dei presenti, posto che nel medio Campidano non c’è proprio un gran numero di comunità ebraiche con cui confrontarsi quotidianamente.

Va bene. Cose che capitano.

Solo che l’anno dopo, durante un ritiro in parrocchia in comune fra gruppo giovani e gruppo adulti uno di questi ultimi dopo la meditazione del parroco chiese: «Ma io mi sono sempre chiesto: ma gli ebrei, si salvano?».

E dagli. All’epoca pensai che la ricorrenza della domanda fosse legata al cambio di mentalità che il Concilio forzava in tanti fedeli di una certa età. Non siamo più all’extra ecclesia eccetera eccetera e ce ne dobbiamo fare una ragione. Anche se a quest’altro signore della salvezza dei non credenti in generale non importava particolarmente: erano proprio gli ebrei che gli interessavano.

Boh, magari dipende dal fatto che è interessato alla politica mediorientale, pensai. Non che c’entrasse molto, in realtà, ma tant’è.

Solo che un paio d’anni dopo, durante un incontro formativo con un nuovo parroco, lo stesso signore fece la stessa domanda. E ricevette, ovviamente, la stessa risposta.

Curioso, mi chiesi: magari non si fidava della risposta di prima.

Solo che gliel’ho visto chiedere una terza volta. E quindi o era molto malfidato oppure c’è qualcos’altro.

E in realtà negli anni mi è capitato spessissimo, nei contesti ecclesiali più diversi, che dopo una qualche relazione, al momento del dibattito, si alzi qualcuno – di solito un signore di una certa età – che chiede: «Senta, reverendo, una curiosità che ho sempre avuto: ma gli ebrei, si salvano?».

L’idea che mi sono fatto, e che non è particolarmente edificante, è che la domanda fosse una strategia sofisticata per gestire una situazione incerta. Dopo la relazione si apre il dibattito. Il silenzio si prolunga. La gente si guarda intorno. La possibilità che il relatore, non vedendo reazioni, “chiami lui” come il professore di scuola si fa più forte. E anche se non chiama, che figura ci facciamo? Neppure uno straccio di domanda? C’è un evergreen che torna sempre utile: una domanda profonda, raffinata, che richiede al relatore di mostrare scienza e che lo porta a divagare e che, oltretutto, garantisce che si parli sostanzialmente del sesso degli angeli, non sia mai che ci si incastri invece in scelte di vita concrete.

Qual è quest’ancora di salvezza?

Già, proprio quella: «Ma gli ebrei, si salvano?».

Adesso, prima di partire in quarta contro gli ambienti parrocchiali, chiedetevi: nelle situazioni di riunioni, dibattiti, conferenze alle quali partecipate abitualmente qual è la domanda corrispondente?

Perché c’è, fidatevi. C’è per forza.

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Un pensiero su “Ma gli ebrei si salvano?

  • Roberto,
    ho letto questo post in ritardo.
    Però resta veramente eccezionale nel suo fluire.
    Forse uno dei migliori che ho letto.
    Per chi ti conosce, c’è tutto il miglior Roberto Sedda!
    Giuseppe

    Rispondi

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